babele

Archivi Aprile 2008

Nuove generazioni

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Tanti fattori hanno fatto sì che le grandi, cruciali conquiste del movimento dei diritti civili - dalla fine della segregazione all'affirmative action - si fermassero ai limiti di una soglia dimostratasi invalicabile e la questione razziale rimanesse uno dei drammi e dei problemi irrisolti della società statunitense. Non è sempre politicamente corretto dirlo, ma tra questi fattori vi è anche la modestia politica, l'egotismo ombelicale e l'opportunismo di molti leader politici e religiosi afro-americani, che proprio per il tramite della lotta per i diritti civili ottennero la necessaria investitura di legittimità, e che ormai da anni vivono di rendita, alimentando problemi e divisioni invece di operarsi per risolverli e ricomporli. A questa logica non si sta sottraendo il reverendo Wright, il cui protagonismo rischia ora di danneggiare pesantemente Obama, che pure aveva evitato fino ad oggi di prenderne del tutto le distanze. Ecco perché la campagna di Obama può essere letta anche come espressione di uno scontro interno alla comunità afroamericana. Uno scontro dalla valenza simbolica e politica forte, ancorché mai esplicitata, che contrappone alla vecchia generazione di leader, la cui palestra formativa e legittimante fu il movimento per i diritti civili, una nuova leva, capace di offrire un messaggio inclusivo, tecnocratico e moderato. Una nuova leva formatasi, anche grazie all'affirmative action, nelle migliori università più che nelle chiese, nelle manifestazioni e nelle scuole ancora segregate. E una nuova leva che non a caso guarda alle città come ai laboratori dove impegnarsi, applicare le proprie competenze, conquistare la necessaria credibilità politica e presentarsi sulla scena nazionale come leader autorevoli, seri e responsabili. Gli esempi sono molti, a partire dai sindaci non ancora quarantenni di Newark (Cory Booker) e di Washington (Adrian Fenty), e dal primo governatore afro-americano del Massachusetts, Deval Patrick. Obama è, per certi aspetti, la punta di un iceberg e di una trasformazione da seguire con attenzione e di cui non si può non auspicare il successo.

Game over, again

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Clinton recupera circa 15 delegati grazie alla vittoria in Pennsylvania. Questo le permette di ridurre a circa 150 delegati il distacco da Obama. In altre parole avrebbe bisogno di altre 10 primarie in Pennsylvania per colmare il gap. Ma gli stati dove si deve ancora votare sono solo nove, che messi assieme fanno circa due volte la Pennsylvania in termini di delegati. Che la partita fosse chiusa lo si sapeva ormai da tempo. Questo voto ha solo finito per confermarlo. E anche i media che avevano sostenuto la Clinton, a partire dal New York Times (vedi qui) ne stanno ora prendendo le distanze.

Pennsylvania

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Mancano 3 giorni a un altro passaggio nodale di queste infinite primarie democratiche. Un passaggio decisivo se in Pennsylvania Obama vince o perde di misura. La gran parte dei sondaggi e delle previsioni danno però Hillary Clinton avanti con margini che variano tra i 3 e i 14 punti (Rasmussen, tra i più affidabili finora, dice tre punti; LA Times/Bloomberg cinque; Quinnipiac sei). Margini insufficienti per riaprire una contesa che è, matematicamente, chiusa, ma bastanti per trascinarla per altre settimane, in attesa della prossima tornata importante, nella quale voteranno Indiana e North Carolina (il 6 maggio). A dispetto delle recenti gaffe e leggerezze di Obama, il numero di superdelegati schierati al suo fianco continua a crescere. Alcuni seniores del partito (Robert Reich e l'ex senatore della Georgia Sam Nunn) hanno dato il loro endorsement a Obama, denunciando la campagna, sempre più negativa e scorretta, della Clinton (si veda ad esempio questo ad televisivo che circola in Pennsylvania). Molti esperti (Judis, Teixeira, Cost, VandenHei, et al.) sottolineano invece come Obama sia vulnerabile presso settori importanti del partito democratico (blue-collar bianchi, ebrei, ispanici), che saranno fondamentali in alcuni swing states di novembre, tra i quali Florida, Ohio, Pennsylvania e New Mexico. La grande coalizione costruita da Obama, e centrata sui giovani, gli afro-americani e una parte maggioritaria dell'elettorato con istruzione universitaria -  affermano - non ha i numeri per vincere ed è assai meno nuova di quanto non si dica: alcuni commentatori la presentano addirittura come una replica del 1972. Vi è un elemento di verità in tutto ciò. Ma è una verità parziale, che omette alcuni altri importanti elementi, su tutti la dimostrata capacità di Obama di intercettare una parte rilevante del voto indipendente, di aumentare la base potenziale del voto e di rimettere potenzialmente in gioco alcuni stati del sud che i democratici hanno perso nettamente sia nel 2000 sia nel 2004 (e rendere competitivi nuovi stati obbliga comunque l'avversario a destinarvi tempo, energie e risorse, sottratti così ad altri teatri). Come ho scritto più volte, l'auspicio sarebbe che la contesa si chiudesse il prima possibile con la vittoria di Obama. Ciò permetterebbe di concentrarsi finalmente sulle presidenziali e di sfruttare le tante debolezze di McCain, che giusto ieri, davanti a un'America sfiduciata e impaurita, ha dato un giudizio positivo delle politiche economiche di Bush. E chiuderla con le primarie, permetterebbe, tra le altre cose, di non dover più vedere Hillary Clinton trangugiare un bicchiere di whisky, in uno show di supposta virilità che rimarrà tra i momenti più imbarazzanti di questa campagna elettorale.

Bitter America Part II

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Se qualcuno si chiede perché la Clinton, a dispetto di programmi e preparazione, si è resa insopportabile a molti elettori democratici consiglio di guardare qui.

Se qualcuno non si spiega ancora il fascino che i sermoni di Obama riescono a esercitare si guardi qui.

Se qualcuno ancora s'interroga su quanto il prolungamento delle primarie stia nocendo ai democratici, li guardi entrambi.

Bitter America

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Chiunque abbia una minima conoscenza del Midwest postindustriale sa che le cose dette da Obama sono vere. Chiunque si candida alla presidenza degli Stati Uniti dovrebbe sapere che certe verità vanno taciute, in pubblico e, ancor più, in un privato che per i politici statunitensi ormai da tempo ha cessato d'esistere.

Che si tratti di elezioni storiche lo si dice ogni quattro anni. Che le presidenziali del 2008 siano però elezioni assai peculiari lo indicano diversi dati: per la prima volta dal 1952 uno dei candidati non è il presidente o il vice-presidente in carica; in uno dei rarissimi casi nella storia degli Usa, si fronteggeranno candidati senza un'esperienza governativa alle spalle (se non come presidenti o vice-presidenti, almeno come governatori o membri del gabinetto); tornerà ad essere eletto alla Presidenza un senatore in carica (l'ultimo fu Kennedy nel 1960; l'ultimo presidente eletto a non provenire dalla Sunbelt, peraltro). I dati dicono tanto e poco, a seconda dei punti di vista. Ma anche questa coincidenza di eccentricità ci aiuta a comprendere quali turbolenze abbiano attraversato (e stiano attraversando) gli Usa e quanto forte sia l'auspicio che le elezioni offrano un segnale forte di discontinuità con il passato più recente.

missili, difese e alleanze

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Certo, fa un po' sorridere vedere salutato come un trionfo diplomatico l'accettazione europea del sistema di difesa missilistica che gli Usa intendono creare nella Repubblica Ceca e in Polonia. Venticinque anni dopo il lancio del grande sogno reaganiano di creare uno scudo capace di proteggere gli Usa da un attacco nemico - anni d'ingenti investimenti e di straordinaria innovazione tecnologica - la montagna partorisce un topolino. Dalle chimeriche guerre stellari di Reagan si passa al radar ceco e agli intercettori polacchi. Da espressione estrema di un nazionalismo eccezionalista e unilaterale, il sistema di difesa antimissile si trasforma in volgare arma di baratto diplomatico, usata anche per bilanciare la capitolazione su Ucraina e Georgia. E a dispetto di allargamenti, proclami e discussioni, rimane difficile comprendere quale sia e debba essere il senso della nuova Nato.