Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2008

Mappe elettorali

Ora che le primarie volgono al termine, da più parti ci si
chiede se Hillary Clinton non sarebbe stata più competitiva di Obama in
novembre. A bocce ferme credo proprio di sì: la maggiore capacità di Obama d’intercettare
il voto indipendente non compensa le sue difficoltà con una parte dell’elettorato
bianco negli stati cruciali della Rustbelt. Ma le bocce non erano ferme e dopo
i risultati di gennaio e febbraio non vi era modo per Clinton di rovesciare l’esito
delle primarie senza lacerare il partito democratico, con tutte le conseguenze del caso.

Può Obama vincere in novembre? La risposta è ovviamente
positiva e ritengo anzi che egli sia favorito. Ma gli ostacoli non sono
irrilevanti e un semplice sguardo alla mappa elettorale degli Usa (vedi qui) lo
rivela assai bene. Nel Midwest postindustriale, dove Obama fatica molto, si
concentrano molti dei potenziali swing states di novembre; con l’eccezione dell’Ohio, sono
stati (Pennsylvania, Michigan, Wisconsin) dove Kerry vinse nel 2004 e che i
democratici devono assolutamente conquistare quest’autunno. È difficile
immaginare che Florida (per McCain) e California (per Obama) siano veramente in
gioco. Per compensare una nuova sconfitta in Ohio e, magari, in uno degli altri
stati della Rustbelt Obama deve quindi riportare nel campo democratico stati
persi nel 2000 e nel 2004. Possono essere stati del primo sud (Virginia e
North Carolina, dove più forte è la coalizione potenziale tra afro-americani e
bianchi con redditi medio-alti e istruzione universitaria), del Midwest profondo
(Missouri, il perenne battleground) e dell’ovest (Colorado, New Mexico e Nevada,
dove però Obama deve vincere le perplessità di una parte dell’elettorato
ispanico). Una missione non impossibile, ovviamente, ma nemmeno facile e scontata.

Perché Clinton ha perso

Mentre riparte il tormentone sul dream ticket, si possono provare a tirare le prime somme di queste interminabili primarie democratiche. Soprattutto, si può cercare di capire perché Clinton abbia perso, a dispetto della sua forza politica, delle sue risorse, delle sue indubbie capacità e del fatto, forse non sufficientemente sottolineato, che i programmi dei due candidati fossero alla fine assai simili. La sfortuna, gli errori, la sorprendente abilità di Obama: tutti questi fattori hanno concorso nel determinare l’esito finale. Ma hanno agito anche trasformazioni più ampie, che rendono l’America di oggi assai diversa da quella clintoniana degli anni Novanta. Provo, in sintesi, a ricapitolare le ragioni della sconfitta di Hillary Clinton (ognuno dei punti di cui sotto è ovviamente passibile di vari approfondimenti e specificazioni):

 

a)   I clintoniani hanno completamente sbagliato la strategia elettorale. Pensavano di replicare il modello del 2004: vittorie in Iowa e in New Hamsphire, domino conseguente e partita chiusa il supermartedì. È bastata la sconfitta in Iowa per far saltare tutto. A quel punto la maggior organizzazione sul campo di Obama ha fatto la differenza nei caucus, la cui importanza è stata a sua volta sottovalutata dai Clinton (tanto per intenderci: nei caucus del solo stato di Washington, dove erano in palio 78 delegati, Obama ha ottenuto 26 delegati in più di Clinton, che ne ha recuperati appena 19 nelle due larghe vittoria in Ohio e in Pennsylvania, dove i delegati n palio erano 300)

b) Obama è stato a lungo trattato con i quanti di velluto dai media

c)  Clinton e il suo team hanno sottovalutato Obama. Non si spiega altrimenti l’incapacità di sfruttare prima la vicenda del reverendo Wright, che se sollevata in tempo avrebbe potuto modificare l’esito del voto a partire, appunto, dai caucus dell’Iowa

d)   Obama ha sfruttato appieno la blogosfera: la sua capacità di mobilitazione, cruciale nella creazione di un movimento attivo sul campo, e, ancor più, quella di fundraising, che ha dotato Obama di straordinarie risorse, rivelatisi decisive nel limitare i danni negli stati – di nuovo Pennsylvania e Ohio – dove Clinton era decisamente più forte.

e)   Maturato il distacco decisivo tra il supermartedì (5 febbraio) e il voto in Texas e Ohio (4 marzo), Clinton ha deciso di alzare il tono della polemica e di ricorrere spesso a una campagna negativa. Difficile dire se ciò le abbia giovato elettoralmente, ad esempio tra una parte dell’elettorato bianco, ma è certo che ciò abbia finito per compattare il fronte obamiano e, ancor più, l’elettorato afroamericano. A quel punto è divenuto impossibile per Clinton conquistare la nomination senza alienare quell’elettorato, spaccare il partito e pregiudicare le possibilità di successo in novembre. E in modo inarrestabile, i superdelegati – tra i quali Clinton aveva un ampio vantaggio – hanno cominciato a schierarsi con Obama per evitare questo esito.

f)    Fattore Bill. Di nuovo difficile da misurare in termini elettorali, anche se ha fatto una certa impressione vedere un ex presidente scendere nella contesa in questo modo (lo si confronti con l’atteggiamento di George Bush Sr. nel 2000, ad esempio). Ma le critiche ricevute da molti superdelegati e la profonda irritazione di alcuni dei più influenti politici afroamericani hanno finito per contribuire al processo di cui al punto d).

g)   E questo ci riporta al fatto che l’America di oggi non è quella degli anni Novanta. E che il messaggio tecnocratico, ma algido, della Clinton ha rivelato una debole capacità di mobilitazione, anche perché non bilanciato in alcun modo dal carisma e dal fascino che Bill sapeva proiettare

h)    Molto più importante della competenza e, anche, dei programmi è stato il giudizio sul comportamento di Obama e Clinton negli ultimi sei anni e, in particolare, la loro posizione rispetto alla politica estera di Bush. Obama è riuscito a sfruttare l’ostilità alla guerra e la richiesta forte della maggioranza dei militanti democratici di uscire quanto prima dall’Iraq, anche se la sua posizione non è stata sempre lineare e coerente su questo (si vedano le dichiarazioni, e ancor più i silenzi, del periodo 2002-2004). Hillary ha pagato il suo sostegno alla guerra e la sua incapacità di emanciparsi da un’immagine di falco, ampiamente coltivata negli anni passati e confermata in alcune decisioni recenti (ad esempio il suo voto a favore della risoluzione che dichiara la Guardia Rivoluzionaria Iraniana una organizzazione terroristica)

 

Per questi motivi Clinton ha perso. Resta ora da capire se l’America sia cambiata a sufficienza, se Obama sia abile abbastanza e se McCain sia debole quanto sembra.

Profondo Sud

A sorpresa, il candidato democratico Travis Childers ha vinto ieri un’elezione suppletiva per la camera dei rappresentanti tenutasi in Mississippi. Si tratta di un collegio elettorale di una zona povera e rurale del sud profondo, controllato dai repubblicani negli ultimi tredici anni e dove Bush vinse con più del 60% nel 2004. Childers è un democratico molto conservatore, ma i tentativi repubblicani di abbinarlo a Obama non hanno sortito alcun effetto e il voto degli afroamericani (che rappresentano più del 35% della popolazione del Mississippi) è stato mobilitato con successo. E se anche nel sud profondo i repubblicani perdono i pezzi, vuol proprio dire che le elezioni di novembre sono più che mai aperte e che Obama è competitivo anche in parti d’America, a cominciare dal sud, dove Gore e Kerry furono pesantemente sconfitti nel 2000 e nel 2004.

Indiana e North Carolina

Tutto come previsto quasi due mesi orsono, a dispetto di
reverendi Wright, Dio e fucili. Obama vince larghissimo in North Carolina (56%
a 41%), dove recupera tutti i delegati persi in Pennsylvania, e perde di misura
in Indiana (51% a 49%). Il rischio per Obama era perdere o vincere stretto in
North Carolina e subire una netta sconfitta in Indiana. È invece accaduto il
contrario. E la partita è più che mai chiusa. Ora Clinton sembra voler chiedere
il riconoscimento del voto di Michigan e Florida, venendo meno a un impegno
assunto da tutti i candidati democratici all’inizio delle primarie. Spiace dirlo, ma i Clinton escono da questa campagna elettorale
molto, molto male. Sia come sia, anche con le delegazioni di Michigan e Florida
Obama manterrebbe un vantaggio di cento delegati (e rimarrebbe avanti anche nel
voto popolare, di circa 150mila voti).

Si pone ora il problema di capire se Obama possa davvero
vincere in novembre, alla luce della sua evidente difficoltà a
intercettare il voto degli elettori bianchi con redditi bassi e medio-bassi in
stati cruciali come la Pennsylvania, l’Ohio, il Michigan. Gli exit poll di ieri
mostrano un risultato più positivo in Indiana, dove il gap tra Obama e Clinton in
questo segmento dell’elettorato rimane, ma si sarebbe ridotto di molto (60 a 40,
da confermare però). Un semplice sguardo alla mappa dell’Indiana (cfr qui),
però, ci mostra tutte le difficoltà che Obama dovrà affrontare. Obama vince
largo nelle aree urbane (Gary e Indianapolis su tutte), ove più forte è la
coalizione che è riuscito a costruire in questi mesi, basata sull’asse
afro-americani/bianchi con istruzione universitaria e redditi medio-alti (a
Gary pesa inoltre molto la vicinanza con Chicago, la città di Obama). Fatica
invece moltissimo nelle realtà rurali, bianche e più povere, cosa che in una
certa misura si vede anche in North Carolina, dove peraltro la percentuale di
afro-americani che hanno votato, e per il 90% e più hanno votato per Obama, è
assai superiore.

È un limite che pregiudica le chance di successo di Obama in
novembre e che avrebbe reso la Clinton più competitiva, come sostengono alcuni
commentatori ? Credo di no. Perché la scelta di
Clinton avrebbe alienato il voto afro-americano (circa 1/4 di quello
democratico complessivo, non dimentichiamolo). Perché almeno una parte di
questo voto democratico anti-Obama tornerà all’ovile in novembre. Perché McCain
è candidato più vulnerabile di quanto non si creda. E, soprattutto, perché la
candidatura di Obama e un’America almeno in parte cambiata possono fare sì che
in novembre si formi un equilibrio diverso rispetto al passato, nel quale alcuni
pezzi di ovest (Colorado e New Mexico su tutti) e di sud (a partire dalla
Virginia e dalla North Carolina) potrebbero eventualmente compensare una
sconfitta in swing states finora ritenuti indispensabili, come appunto l’Ohio. Bisognerà
comprendere quando flessibile ed estendibile sia la coalizione obamiana e
quanto davvero nuova sia l’America del 2008. Ma è una partita aperta e se dovessi scommettere ora come ora punterei su Obama.