Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2008

Turbolenze

Guardo Rasmussen
per controllare i vari polls. Vedo che in Virginia vi è una
situazione di virtuale parità e che Obama si è considerevolmente
rafforzato. Scopro soprattutto che solo il 47% degli intervistati
è oggi contrario alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera
statunitense (il 29% è addirittura favorevole e il 24% indeciso). E mi rendo conto
come non mai dell’impatto che le tante turbolenze di questi ultimi anni
hanno avuto (e stanno avendo) sull’opinione pubblica statunitense.

Presidenziali USA: Istruzioni per l’uso, Parte II

Sia Obama sia McCain rivendicano la
possibilità/necessità/capacità di modificare la mappa elettorale di quest’autunno,
alterando equilibri consolidati e ben in evidenza nel 2000 e nel 2004. Nulla
può essere escluso e dinamiche inattese potrebbero travolgere uno o l’altro
candidato. Oggi come oggi, però, è difficile non immaginare una competizione
stretta e serrata, destinata a essere decisa da pochi stati cruciali. Quali
sono gli swing states o, meglio, le swing regions di quest’autunno, sulle quali
McCain e Obama stanno già indirizzando le loro attenzione e, anche, le loro
risorse? Ne indico tre, in ordine decrescente d’importanza, riportando i dati
del 2004 come termine di paragone:

Il Midwest della Rustbelt


L’Illinois sarà ovviamente vinto da Obama. Secondo i
sondaggi, l’Indiana, vinta largamente da Bush nel 2000 e nel 2004, sarebbe
invece in gioco. Io faccio molta fatica a crederlo e suggerisco invece di
soffermarsi su 4 stati fondamentali: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin.
In totale fanno 68 grandi elettori. Kerry ne conquistò 48 nel 2004, perdendo
solo in Ohio (e la sconfitta gli fu fatale). Obama deve quantomeno ottenere un
risultato simile, in stati – Ohio, Pennsylvania  – dove ha subito pesanti sconfitte nelle primarie (e se si fosse votato in Michigan non sarebbe andata granché diversamente). La situazione oggi è
assi diversa rispetto al 2004 e l’impopolarità dei repubblicani elevatissima. Ma qui si
concentra una parte di quel voto bianco che sembra rifiutare non tanto la proposta di Obama, quanto la sua identità di afro-americano, giovane e colto. Non è detto che quel voto vada tutto ai
repubblicani (l’astensione rimane un’opzione) e non è detto che tutto quel voto
sia necessario (Kerry conquistò la Pennsylvania, anche se Bush ottenne il 10%
in più di voti tra gli elettori bianchi senza una laurea). I
sondaggi, per quel (poco) che contano oggi, sono abbastanza incoraggianti per
Obama. Questa è però la regione cruciale dove si potrebbe vincere o perdere in
autunno.

Il Primo Sud

 
Mi riferisco qui soprattutto a Virginia e North Carolina,
persi dai democratici nel 2000 e nel 2004 e che assieme portano 28 grandi
elettori (rispettivamente 13 e 15). Sono stati particolari, soprattutto la
Virginia, che combinano una popolazione afro-americana quasi doppia rispetto a
quella nazionale (ca il 21% di quella complessiva in Virginia e il 22% in North Carolina), con la
presenza di giovani e di bianchi con reddito alto ed educazione universitaria,
che gravitano su Washington (in Virginia) e sui distretti high tech e le
cittadelle universitarie (a partire da Duke e da UNC-Chapel Hill) nel caso
della North Carolina. Si tratta – giovani, neri e bianchi benestanti – del
nucleo della coalizione obamiana.

Mettere in gioco Virginia e North Carolina vorrebbe dire cambiare
la dinamica della competizione elettorale, obbligando McCain a dirottarvi soldi
e risorse e generando possibili, ancorché improbabili, riverberi nel resto del sud .
Non è un caso che il primo viaggio post-nomination di Obama sia iniziato
proprio in North Carolina. E non è un caso che i primi sondaggi diano una
situazione di virtuale parità in Virginia (Rasmussen, di cui mi fido di più,
dice tre punti per McCain ovvero nulla).
 

Il Sudovest


Tre sono gli stati in gioco: New Mexico, Nevada, Colorado. Insieme
fanno 19 grandi elettori. Uno meno dell’Ohio. Bush li vinse tutti nel 2004.
Improbabile McCain possa fare altrettanto questo autunno. Qui Obama non attiva
dinamiche nuove, ma può sfruttare processi già manifestatisi negli ultimi cicli
elettorali: la clamorosa conquista di un seggio al senato da parte di Ken
Salazar in Colorado nel 2004; la popolarità di Richardson in New
Mexico, dal 2003 tornato in mano ai democratici ; la forza del sindacato dei lavoratori nel settore dell’alberghiera e
della ristorazione (la Culinary Workers’ Union) in Nevada; soprattutto il peso
dell’elettorato ispanico. Al quale non piace granché Obama, ma che difficilmente
sceglierà McCain, alla luce delle posizioni dominanti tra i repubblicani sui
temi dell’immigrazione.

Vi sono poi alcuni altri singoli swing states, a partire dal New Hampshire (4 grandi elettori) e dal Missouri (11), importanti soprattutto
per la loro valenza simbolica, in particolare il Missouri, dove nell’ultimo secolo hanno vinto tutti i candidati eletti presidenti, con la sola eccezione del 1956, quando
Adlai Stevenson prevalse di misura su Eisenhower. Detto questo, la partita
sembra giocarsi per il momento altrove e l’unità dei democratici sarà
fondamentale per mantenere un equilibrio a loro vantaggio nella Rustbelt.

Presidenziali USA 2008, Istruzioni per l’uso, Parte I

In
una competizione elettorale come quella che ci apprestiamo a seguire, vince il
candidato che riesce a difendersi meglio, a non farsi travolgere dalle proprie
debolezze, a gestire la propria vulnerabilità e a non giungere logoro ed
esausto all’ultimo, cruciale mese di campagna elettorale. Quali sono, in
estrema sintesi, le principali debolezze e le principali forze di Obama e
McCain? Ne elenco in ordine causale alcune

 

Obama,
i contro

      Le lunghe primarie non solo hanno diviso i
democratici, ma hanno sfinito candidato, elettori e militanti. Per fortuna non
si porterà la partita a Denver. Tre settimane di vacanza, a guardare il
baseball e le finali NBA, ora come ora faranno comodo a tutti

    Obama è uno straordinario oratore, ma un modesto
(e talora pessimo) “debater”, soprattutto se costretto a stare entro i tempi,
secchi e stringenti, della televisione.

       La razza. È orribile dirlo, ma un qualche peso
lo eserciterà e sarà a suo svantaggio. Bisogna capire quale sarà questo peso,
ma i dati delle primarie qualche indicazione ahimé la offrono, soprattutto nel
Midwest bianco, rurale e post-industriale (in West Virginia, caso estremo ma
pur sempre indicativo, il 20% degli elettori delle primarie ha detto di essere
stato condizionato da fattori razziali nella sua scelta; 8 su 10 di coloro che
si collocano entro questo 20% hanno votato per Clinton).

        Nella vita, Obama ha scelto (perché di scelta si
è trattato) di essere prima di tutto un leader-afroamericano, ancorché di una
generazione nuova e più pragmatica. Inevitabilmente, ha costruito una rete di
relazioni inaccettabili per una parte dell’America mainstream, fatta tra gli
altri di reverendi incontrollabili ed ex-terroristi redenti.

        Obama non è tanto più inesperto di Clinton (ha
solo due anni di senato in meno) e non è vero che non abbia un programma
politico preciso e dettagliato (fate un giro sul suo sito web per vederlo).
Ma quella è un immagine che gli è stata cucita addosso e dalla quale farà molta
fatica a emanciparsi

         Alcuni gruppi fondamentali per il successo
democratico – ispanici, donne, bianchi con redditi bassi e scarsa istruzione –
lo guardano con diffidenza, come ben si è visto nelle primarie

 

Obama,
i pro


       Incarna come nessun altro la richiesta forte di
rottura e cambiamento. Anche da un punto di vista generazionale: è un leader
post-baby boom, post-Vietnam, post anni Sessanta/Settanta, con le loro guerre
politiche e culturali. Offre quindi una biografia che è simultaneamente di
rottura/discontinuità e di sintesi. Una biografia che una parte non
indifferente dell’elettorato vorrebbe ora fosse anche quella del paese.

       Nei numeri, nelle risorse, nella capacità di
mobilitazione, la base della coalizione obamiana – afro-americani ed elettorato
bianco con redditi medio-alti e istruzione universitaria – è più ampia ed
espandibile di quanto non si creda. Questo permette di mettere in gioco stati
(come la Virginia) dati per persi fino a poco tempo fa

      Non è un repubblicano [secondo gli ultimi gli
ultimi sondaggi il rapporto tra coloro che si qualificano come democratici e
quelli che invece si dichiarano repubblicani è di 41.7% a 31.6%; il rapporto
era 36.4 a 33.6 solo due anni fa ]

      Non ha votato a favore dell’intervento in Iraq,
anche se poi per un paio d’anni se ne è stato convenientemente zitto.

        
Ha (e avrà fino a novembre) una barca di soldi.

       Ha dimostrato una grande capacità d’intercettare
quel voto indipendente che è stato spesso fondamentale nelle elezioni
presidenziali.

–    La mappa elettorale in una certa misura lo può favorire. Se
riesce, come sembra, a mettere in gioco una parte del sud, gli swing states (e
i grandi elettori) che i repubblicani dovranno difendere sono più di quelli dei
democratici

       In novembre non si vota solo per la presidenza,
ma come ogni due anni si rinnova la camera e un terzo del senato (oltre
all’elezione di 11 governatori e a una miriade di elezioni statali e locali).
Secondo tutti i sondaggi si profila una nuova debacle per i repubblicani (che
hanno perso recentemente tre elezioni suppletive, anche in collegi a loro
tradizionalmente favorevoli). Un effetto traino su Obama ciò potrebbe averlo

        È un liberal sui temi etici, cari alla destra
religiosa. Destra che – a dispetto degli stereotipi da noi dominanti – è tanto
rumorosa, quanto minoritaria, come ben abbiamo visto in questi ultimi anni (a
partire dal caso Terri Schiavo).

 
McCain,
i pro


      Di nuovo è il candidato repubblicano maggiormente capace di tenere assieme e portare a sintesi le molteplici anime del conservatorismo statunitense.

    Per lo stesso motivo, e a dispetto dei suoi
tanti indietreggiamenti dell’ultimo biennio, rimane il candidato repubblicano
maggiormente capace di contrastare Obama tra gli indipendenti (e infatti aveva
un vantaggio ben chiaro su Clinton in questo gruppo di elettori)

      Per i blue-collar democratici, che tanta
diffidenza manifestano verso Obama, è il repubblicano di maggiore appeal

        Viene dalla Sunbelt, che ha pur sempre eletto
tutti i presidenti dal 1964 a oggi.

      La sua lunga carriera politica, la sua
attenzione ai temi della difesa e della sicurezza, il suo passato di eroe di
guerra, il suo nazionalismo, tanto semplice e old-style, quanto efficace e
potente: difficile immaginare un candidato capace più di McCain di offrire un
profilo alternativo a quello di Obama e di sfruttare le debolezze, reali
o presunte, del suo avversario. Stando all’ultimo sondaggio, sulla national
security il 51% trova McCain più credibile di Obama e solo il 37% preferisce
invece Obama. È questo un “credibility gap” di cui i democratici hanno sempre
sofferto e che la figura di Obama non aiuta a colmare.

 

McCain,
i contro


        
È un repubblicano

        L’età. Non bello dirlo, ma peserà. Soprattutto
per il contrasto stridente con la freschezza e la vitalità di Obama. E
comunque, la maratona per le presidenziali logora anche i più temprati.

      Bene o male, quello di novembre sarà anche un
voto su Bush. Il cui tasso di impopolarità supera oggi il 70%, la cifra più
alta mai raggiunta da un presidente nel dopoguerra (più di Truman nel 1951 o di
Nixon nel mezzo del Watergate, tanto per intenderci)

        
Ha una posizione a dir poco impopolare sull’Iraq

        
Ha posizioni sull’aborto, e promette nomine
conseguenti alla Corte Suprema se gliene sarà data l’occasione, che gli
renderanno a dir poco difficile conquistare il voto delle donne clintoniane,
per quanto critiche verso Obama esse siano.

      Analogamente, il suo indietreggiamento sui temi
dell’immigrazione ne pregiudica la capacità di conquistare il voto ispanico

        Appoggia la politica economica e i tagli alle
tasse di Bush. All’operaio bianco dell’Ohio che guadagna 30mila dollari lordi all’anno
potranno non piacere Obama, il suo accento, i suoi dotti sermoni, la sua
cravatta rossa e i suoi completi lindi e stirati. Ma nemmeno quelle di McCain
sono posizioni granché popolari

     I suoi voltafaccia dell’ultimo biennio (ad
esempio sulla tortura) ne hanno molto appannato l’immagine di maverick, onesto
e indipendente

 

Nel
prossimo post proverò a offrire qualche ipotesi sulla mappa elettorale e gli
stati che potranno risultare decisivi in autunno


No dream ticket

Io non credo che Obama-Clinton sia un dream ticket né la
soluzione migliore per i democratici, anche se Obama farà fatica a bloccarlo. I
candidati vice-presidenti non fanno vincere le elezioni, ma possono concorrere
a farle perdere. La presenza di Hillary nel ticket offuscherebbe Obama,
confermandone la fragilità agli occhi di molti elettori. Concorrerebbe a polarizzare
e inasprire ancor più il quadro . Soprattutto
trascinerebbe nella contesa il sempre più ingombrante Bill. Meglio, molto
meglio, qualcuno come il senatore Jim Webb, della Virginia, che aiuterebbe a
conquistare uno stato potenzialmente fondamentale, coprirebbe Obama sulle
questioni di politica estera e di sicurezza (è un veterano del Vietnam ed è stato
segretario della Marina con Reagan) e non sarebbe certo meno credibile di
Hillary presso la working class bianca della Rustbelt.