Archivi Giugno 2008
Sia Obama sia McCain rivendicano la
possibilità/necessità/capacità di modificare la mappa elettorale di quest'autunno,
alterando equilibri consolidati e ben in evidenza nel 2000 e nel 2004. Nulla
può essere escluso e dinamiche inattese potrebbero travolgere uno o l'altro
candidato. Oggi come oggi, però, è difficile non immaginare una competizione
stretta e serrata, destinata a essere decisa da pochi stati cruciali. Quali
sono gli swing states o, meglio, le swing regions di quest'autunno, sulle quali
McCain e Obama stanno già indirizzando le loro attenzione e, anche, le loro
risorse? Ne indico tre, in ordine decrescente d'importanza, riportando i dati
del 2004 come termine di paragone:
Il Midwest della Rustbelt
L'Illinois sarà ovviamente vinto da Obama. Secondo i
sondaggi, l'Indiana, vinta largamente da Bush nel 2000 e nel 2004, sarebbe
invece in gioco. Io faccio molta fatica a crederlo e suggerisco invece di
soffermarsi su 4 stati fondamentali: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin.
In totale fanno 68 grandi elettori. Kerry ne conquistò 48 nel 2004, perdendo
solo in Ohio (e la sconfitta gli fu fatale). Obama deve quantomeno ottenere un
risultato simile, in stati - Ohio, Pennsylvania - dove ha subito pesanti sconfitte nelle primarie (e se si fosse votato in Michigan non sarebbe andata granché diversamente). La situazione oggi è
assi diversa rispetto al 2004 e l'impopolarità dei repubblicani elevatissima. Ma qui si
concentra una parte di quel voto bianco che sembra rifiutare non tanto la proposta di Obama, quanto la sua identità di afro-americano, giovane e colto. Non è detto che quel voto vada tutto ai
repubblicani (l'astensione rimane un'opzione) e non è detto che tutto quel voto
sia necessario (Kerry conquistò la Pennsylvania, anche se Bush ottenne il 10%
in più di voti tra gli elettori bianchi senza una laurea). I
sondaggi, per quel (poco) che contano oggi, sono abbastanza incoraggianti per
Obama. Questa è però la regione cruciale dove si potrebbe vincere o perdere in
autunno.
Il Primo Sud
Mi riferisco qui soprattutto a Virginia e North Carolina,
persi dai democratici nel 2000 e nel 2004 e che assieme portano 28 grandi
elettori (rispettivamente 13 e 15). Sono stati particolari, soprattutto la
Virginia, che combinano una popolazione afro-americana quasi doppia rispetto a
quella nazionale (ca il 21% di quella complessiva in Virginia e il 22% in North Carolina), con la
presenza di giovani e di bianchi con reddito alto ed educazione universitaria,
che gravitano su Washington (in Virginia) e sui distretti high tech e le
cittadelle universitarie (a partire da Duke e da UNC-Chapel Hill) nel caso
della North Carolina. Si tratta - giovani, neri e bianchi benestanti - del
nucleo della coalizione obamiana.
Mettere in gioco Virginia e North Carolina vorrebbe dire cambiare
la dinamica della competizione elettorale, obbligando McCain a dirottarvi soldi
e risorse e generando possibili, ancorché improbabili, riverberi nel resto del sud .
Non è un caso che il primo viaggio post-nomination di Obama sia iniziato
proprio in North Carolina. E non è un caso che i primi sondaggi diano una
situazione di virtuale parità in Virginia (Rasmussen, di cui mi fido di più,
dice tre punti per McCain ovvero nulla).
Il Sudovest
Tre sono gli stati in gioco: New Mexico, Nevada, Colorado. Insieme
fanno 19 grandi elettori. Uno meno dell'Ohio. Bush li vinse tutti nel 2004.
Improbabile McCain possa fare altrettanto questo autunno. Qui Obama non attiva
dinamiche nuove, ma può sfruttare processi già manifestatisi negli ultimi cicli
elettorali: la clamorosa conquista di un seggio al senato da parte di Ken
Salazar in Colorado nel 2004; la popolarità di Richardson in New
Mexico, dal 2003 tornato in mano ai democratici ; la forza del sindacato dei lavoratori nel settore dell'alberghiera e
della ristorazione (la Culinary Workers' Union) in Nevada; soprattutto il peso
dell'elettorato ispanico. Al quale non piace granché Obama, ma che difficilmente
sceglierà McCain, alla luce delle posizioni dominanti tra i repubblicani sui
temi dell'immigrazione.
In una competizione elettorale come quella che ci apprestiamo a seguire, vince il candidato che riesce a difendersi meglio, a non farsi travolgere dalle proprie debolezze, a gestire la propria vulnerabilità e a non giungere logoro ed esausto all'ultimo, cruciale mese di campagna elettorale. Quali sono, in estrema sintesi, le principali debolezze e le principali forze di Obama e McCain? Ne elenco in ordine causale alcune
Obama,
i contro
- Le lunghe primarie non solo hanno diviso i democratici, ma hanno sfinito candidato, elettori e militanti. Per fortuna non si porterà la partita a Denver. Tre settimane di vacanza, a guardare il baseball e le finali NBA, ora come ora faranno comodo a tutti
- Obama è uno straordinario oratore, ma un modesto (e talora pessimo) "debater", soprattutto se costretto a stare entro i tempi, secchi e stringenti, della televisione.
- La razza. È orribile dirlo, ma un qualche peso lo eserciterà e sarà a suo svantaggio. Bisogna capire quale sarà questo peso, ma i dati delle primarie qualche indicazione ahimé la offrono, soprattutto nel Midwest bianco, rurale e post-industriale (in West Virginia, caso estremo ma pur sempre indicativo, il 20% degli elettori delle primarie ha detto di essere stato condizionato da fattori razziali nella sua scelta; 8 su 10 di coloro che si collocano entro questo 20% hanno votato per Clinton).
- Nella vita, Obama ha scelto (perché di scelta si è trattato) di essere prima di tutto un leader-afroamericano, ancorché di una generazione nuova e più pragmatica. Inevitabilmente, ha costruito una rete di relazioni inaccettabili per una parte dell'America mainstream, fatta tra gli altri di reverendi incontrollabili ed ex-terroristi redenti.
- Obama non è tanto più inesperto di Clinton (ha solo due anni di senato in meno) e non è vero che non abbia un programma politico preciso e dettagliato (fate un giro sul suo sito web per vederlo). Ma quella è un immagine che gli è stata cucita addosso e dalla quale farà molta fatica a emanciparsi
- Alcuni gruppi fondamentali per il successo democratico - ispanici, donne, bianchi con redditi bassi e scarsa istruzione - lo guardano con diffidenza, come ben si è visto nelle primarie
Obama,
i pro
- Incarna come nessun altro la richiesta forte di rottura e cambiamento. Anche da un punto di vista generazionale: è un leader post-baby boom, post-Vietnam, post anni Sessanta/Settanta, con le loro guerre politiche e culturali. Offre quindi una biografia che è simultaneamente di rottura/discontinuità e di sintesi. Una biografia che una parte non indifferente dell'elettorato vorrebbe ora fosse anche quella del paese.
- Nei numeri, nelle risorse, nella capacità di mobilitazione, la base della coalizione obamiana - afro-americani ed elettorato bianco con redditi medio-alti e istruzione universitaria - è più ampia ed espandibile di quanto non si creda. Questo permette di mettere in gioco stati (come la Virginia) dati per persi fino a poco tempo fa
- Non è un repubblicano [secondo gli ultimi gli ultimi sondaggi il rapporto tra coloro che si qualificano come democratici e quelli che invece si dichiarano repubblicani è di 41.7% a 31.6%; il rapporto era 36.4 a 33.6 solo due anni fa ]
- Non ha votato a favore dell'intervento in Iraq, anche se poi per un paio d'anni se ne è stato convenientemente zitto.
- Ha (e avrà fino a novembre) una barca di soldi.
- Ha dimostrato una grande capacità d'intercettare
quel voto indipendente che è stato spesso fondamentale nelle elezioni
presidenziali.
- La mappa elettorale in una certa misura lo può favorire. Se riesce, come sembra, a mettere in gioco una parte del sud, gli swing states (e i grandi elettori) che i repubblicani dovranno difendere sono più di quelli dei democratici
- In novembre non si vota solo per la presidenza, ma come ogni due anni si rinnova la camera e un terzo del senato (oltre all'elezione di 11 governatori e a una miriade di elezioni statali e locali). Secondo tutti i sondaggi si profila una nuova debacle per i repubblicani (che hanno perso recentemente tre elezioni suppletive, anche in collegi a loro tradizionalmente favorevoli). Un effetto traino su Obama ciò potrebbe averlo
- È un liberal sui temi etici, cari alla destra religiosa. Destra che - a dispetto degli stereotipi da noi dominanti - è tanto rumorosa, quanto minoritaria, come ben abbiamo visto in questi ultimi anni (a partire dal caso Terri Schiavo).
McCain,
i pro
- Di nuovo è il candidato repubblicano maggiormente capace di tenere assieme e portare a sintesi le molteplici anime del conservatorismo statunitense.
- Per lo stesso motivo, e a dispetto dei suoi tanti indietreggiamenti dell'ultimo biennio, rimane il candidato repubblicano maggiormente capace di contrastare Obama tra gli indipendenti (e infatti aveva un vantaggio ben chiaro su Clinton in questo gruppo di elettori)
- Per i blue-collar democratici, che tanta diffidenza manifestano verso Obama, è il repubblicano di maggiore appeal
- Viene dalla Sunbelt, che ha pur sempre eletto tutti i presidenti dal 1964 a oggi.
- La sua lunga carriera politica, la sua attenzione ai temi della difesa e della sicurezza, il suo passato di eroe di guerra, il suo nazionalismo, tanto semplice e old-style, quanto efficace e potente: difficile immaginare un candidato capace più di McCain di offrire un profilo alternativo a quello di Obama e di sfruttare le debolezze, reali o presunte, del suo avversario. Stando all'ultimo sondaggio, sulla national security il 51% trova McCain più credibile di Obama e solo il 37% preferisce invece Obama. È questo un "credibility gap" di cui i democratici hanno sempre sofferto e che la figura di Obama non aiuta a colmare.
McCain, i contro
- È un repubblicano
- L'età. Non bello dirlo, ma peserà. Soprattutto per il contrasto stridente con la freschezza e la vitalità di Obama. E comunque, la maratona per le presidenziali logora anche i più temprati.
- Bene o male, quello di novembre sarà anche un voto su Bush. Il cui tasso di impopolarità supera oggi il 70%, la cifra più alta mai raggiunta da un presidente nel dopoguerra (più di Truman nel 1951 o di Nixon nel mezzo del Watergate, tanto per intenderci)
- Ha una posizione a dir poco impopolare sull'Iraq
- Ha posizioni sull'aborto, e promette nomine conseguenti alla Corte Suprema se gliene sarà data l'occasione, che gli renderanno a dir poco difficile conquistare il voto delle donne clintoniane, per quanto critiche verso Obama esse siano.
- Analogamente, il suo indietreggiamento sui temi dell'immigrazione ne pregiudica la capacità di conquistare il voto ispanico
- Appoggia la politica economica e i tagli alle tasse di Bush. All'operaio bianco dell'Ohio che guadagna 30mila dollari lordi all'anno potranno non piacere Obama, il suo accento, i suoi dotti sermoni, la sua cravatta rossa e i suoi completi lindi e stirati. Ma nemmeno quelle di McCain sono posizioni granché popolari
- I suoi voltafaccia dell'ultimo biennio (ad esempio sulla tortura) ne hanno molto appannato l'immagine di maverick, onesto e indipendente
Nel prossimo post proverò a offrire qualche ipotesi sulla mappa elettorale e gli stati che potranno risultare decisivi in autunno
Io non credo che Obama-Clinton sia un dream ticket né la soluzione migliore per i democratici, anche se Obama farà fatica a bloccarlo. I candidati vice-presidenti non fanno vincere le elezioni, ma possono concorrere a farle perdere. La presenza di Hillary nel ticket offuscherebbe Obama, confermandone la fragilità agli occhi di molti elettori. Concorrerebbe a polarizzare e inasprire ancor più il quadro . Soprattutto trascinerebbe nella contesa il sempre più ingombrante Bill. Meglio, molto meglio, qualcuno come il senatore Jim Webb, della Virginia, che aiuterebbe a conquistare uno stato potenzialmente fondamentale, coprirebbe Obama sulle questioni di politica estera e di sicurezza (è un veterano del Vietnam ed è stato segretario della Marina con Reagan) e non sarebbe certo meno credibile di Hillary presso la working class bianca della Rustbelt.

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