Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2008

Il viaggio di Obama

Bisognerà aspettare gli incontri di oggi con i leader
israeliani e palestinesi e, ancor più, l’atteso discorso di domani a Berlino.
Ma il viaggio di Obama ha finora raggiunto l’obiettivo che si era preposto: che
non era riformulare la sua strategia per Iraq, enfatizzare l’importanza dell’Afghanistan
o sedare le perplessità di molti elettori statunitensi rispetto alle sue
posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Il viaggio serviva prima di tutto
per proiettare un’aura di “presidenzialità” attorno a Obama: per renderlo
credibile come futuro presidente; per ridefinirne l’immagine da candidato di
rottura – fresco, giovane ma anche inesperto e ingenuo – in autorevole statista in fieri.
A metà del guado la mission sembra essere stata accomplished. Facilitata peraltro da un
McCain che continua a confondere le carte geografiche (due giorni fa ha
parlato di un confine tra Iraq e Paqistan, cfr qui) e che viene posto sulla
difensiva anche sui temi della politica estera e di sicurezza.

Centrismi

Anche rispetto all’Iraq Obama comincia a fare qualche passo
indietro rispetto alle promesse della campagna elettorale (cfr. qui). Che i tempi promessi
per il ritiro delle truppe fossero irrealistici, soprattutto dopo il cambio di
strategia dell’ultimo biennio, lo si sapeva da tempo. Ma la sinistra della
blogosfera tuona contro l’ennesima dimostrazione della supposta svolta
centrista obamiana. “Supposta” perché il profilo politico e la stessa biografia di Obama sono, a dispetto di tutto, quelli di un uomo “slightly left of center”, almeno
nell’accezione tradizionale della categorie di destra e sinistra. Lo sono sui temi
sociali e non solo (si pensi alle differenze tra le proposte sue e quelle di
Hillary Clinton in materia di sanità). Si può anzi dire che fino ad ora uno degli elementi
di forza di Obama sia stato proprio quello di saper coniugare la moderazione politica e una retorica,
quella del cambiamento e della discontinuità, centrata più sulla denuncia delle pratiche della politica che sui suoi contenuti. Ne è uscito un
discorso talora contraddittorio, ma straordinariamente inclusivo e popolare. E non poteva
essere altrimenti visto che l’80% degli americani si dichiara insoddisfatto
dell’attuale stato di cose, ma parole d’ordine radicali rimangono ancor oggi
minoritarie e marginali.

Il problema per Obama è preservare questo equilibrio tra
proposta moderata e promessa di rottura nel contesto di un’elezione, quella presidenziale, che impone
giocoforza un surplus di moderazione rispetto alle primarie. Perché il 2000 e
il 2004 hanno dimostrato che non si vince con la sola moderazione, che il
proprio elettorato va mobilitato fino in fondo e che non si può correre il
rischio di essere accusati di opportunismo. Ma con il 70/80% degli americani
critici verso l’attuale amministrazione repubblicana, un avversario come John
McCain e una destra radicale ancora così rumorosa, il margine di tolleranza è per Obama forse maggiore che in passato.