Bisognerà aspettare gli incontri di oggi con i leader israeliani e palestinesi e, ancor più, l'atteso discorso di domani a Berlino. Ma il viaggio di Obama ha finora raggiunto l'obiettivo che si era preposto: che non era riformulare la sua strategia per Iraq, enfatizzare l'importanza dell'Afghanistan o sedare le perplessità di molti elettori statunitensi rispetto alle sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Il viaggio serviva prima di tutto per proiettare un'aura di "presidenzialità" attorno a Obama: per renderlo credibile come futuro presidente; per ridefinirne l'immagine da candidato di rottura - fresco, giovane ma anche inesperto e ingenuo - in autorevole statista in fieri. A metà del guado la mission sembra essere stata accomplished. Facilitata peraltro da un McCain che continua a confondere le carte geografiche (due giorni fa ha parlato di un confine tra Iraq e Paqistan, cfr qui) e che viene posto sulla difensiva anche sui temi della politica estera e di sicurezza.
Archivi Luglio 2008
Anche rispetto all'Iraq Obama comincia a fare qualche passo indietro rispetto alle promesse della campagna elettorale (cfr. qui). Che i tempi promessi per il ritiro delle truppe fossero irrealistici, soprattutto dopo il cambio di strategia dell'ultimo biennio, lo si sapeva da tempo. Ma la sinistra della blogosfera tuona contro l'ennesima dimostrazione della supposta svolta centrista obamiana. "Supposta" perché il profilo politico e la stessa biografia di Obama sono, a dispetto di tutto, quelli di un uomo "slightly left of center", almeno nell'accezione tradizionale della categorie di destra e sinistra. Lo sono sui temi sociali e non solo (si pensi alle differenze tra le proposte sue e quelle di Hillary Clinton in materia di sanità). Si può anzi dire che fino ad ora uno degli elementi di forza di Obama sia stato proprio quello di saper coniugare la moderazione politica e una retorica, quella del cambiamento e della discontinuità, centrata più sulla denuncia delle pratiche della politica che sui suoi contenuti. Ne è uscito un discorso talora contraddittorio, ma straordinariamente inclusivo e popolare. E non poteva essere altrimenti visto che l'80% degli americani si dichiara insoddisfatto dell'attuale stato di cose, ma parole d'ordine radicali rimangono ancor oggi minoritarie e marginali.
Il problema per Obama è preservare questo equilibrio tra proposta moderata e promessa di rottura nel contesto di un'elezione, quella presidenziale, che impone giocoforza un surplus di moderazione rispetto alle primarie. Perché il 2000 e il 2004 hanno dimostrato che non si vince con la sola moderazione, che il proprio elettorato va mobilitato fino in fondo e che non si può correre il rischio di essere accusati di opportunismo. Ma con il 70/80% degli americani critici verso l'attuale amministrazione repubblicana, un avversario come John McCain e una destra radicale ancora così rumorosa, il margine di tolleranza è per Obama forse maggiore che in passato.

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