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Centrismi

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Anche rispetto all'Iraq Obama comincia a fare qualche passo indietro rispetto alle promesse della campagna elettorale (cfr. qui). Che i tempi promessi per il ritiro delle truppe fossero irrealistici, soprattutto dopo il cambio di strategia dell'ultimo biennio, lo si sapeva da tempo. Ma la sinistra della blogosfera tuona contro l'ennesima dimostrazione della supposta svolta centrista obamiana. "Supposta" perché il profilo politico e la stessa biografia di Obama sono, a dispetto di tutto, quelli di un uomo "slightly left of center", almeno nell'accezione tradizionale della categorie di destra e sinistra. Lo sono sui temi sociali e non solo (si pensi alle differenze tra le proposte sue e quelle di Hillary Clinton in materia di sanità). Si può anzi dire che fino ad ora uno degli elementi di forza di Obama sia stato proprio quello di saper coniugare la moderazione politica e una retorica, quella del cambiamento e della discontinuità, centrata più sulla denuncia delle pratiche della politica che sui suoi contenuti. Ne è uscito un discorso talora contraddittorio, ma straordinariamente inclusivo e popolare. E non poteva essere altrimenti visto che l'80% degli americani si dichiara insoddisfatto dell'attuale stato di cose, ma parole d'ordine radicali rimangono ancor oggi minoritarie e marginali.

Il problema per Obama è preservare questo equilibrio tra proposta moderata e promessa di rottura nel contesto di un'elezione, quella presidenziale, che impone giocoforza un surplus di moderazione rispetto alle primarie. Perché il 2000 e il 2004 hanno dimostrato che non si vince con la sola moderazione, che il proprio elettorato va mobilitato fino in fondo e che non si può correre il rischio di essere accusati di opportunismo. Ma con il 70/80% degli americani critici verso l'attuale amministrazione repubblicana, un avversario come John McCain e una destra radicale ancora così rumorosa, il margine di tolleranza è per Obama forse maggiore che in passato.

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1 Commenti

Sono perfettamente d'accordo con lei Professore. Sono convinto che Obama dovrà prodigarsi nell'equilibrismo tra proposta moderata e promessa di rottura. In questo caso mi sembra di intravedere una situazione abbastanza simile a quella che dovette affrontare l'ultimo Governo Prodi in politica estera che in politica estera aveva tentato di percorrere una strada simile (anche se non in campagna elettorale visto che da noi è un argomento di cui non si parla sempre). Forse trova conferma la tesi secondo la quale anche se cambiano i governi le linee generali della politica estera rimangono le stesse?

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