Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2008

Punto a capo

È stato un dibattito civile, serio e abbastanza noioso. I primi sondaggi sembrano premiare Obama, soprattutto tra gli elettori non ancora schierati, che saranno decisivi in novembre. Sono però sondaggi che lasciano il tempo che trovano e che non è il caso di prendere troppo sul serio. A meno che i candidati non compiano delle gaffe clamorose (come Ford nel 1976) questi dibattiti raramente risultano decisivi; al massimo accelerano tendenze e processi già in atto. I sostenitori di McCain ritengono quindi che McCain abbia vinto il dibattito (si veda ad esempio Jonathan Last sul Weekly Standard). Altrettanto fanno i sostenitori di Obama. McCain si è risollevato dopo una settimana costellata di gaffe ed errori, culminati in un grossolano (oltre che visibile a una maggioranza degli elettori) tentativo di strumentalizzare la crisi finanziaria e la discussione sul bailout proposto da Paulson. Obama è stato talora messo sulla difensiva nella discussione sull’Iran e sulla sicurezza nazionale, ma non è mai apparso davvero in difficoltà sui temi che dovrebbero rappresentare il suo tallone d’Achille e il punto di forza di McCain. Alla fine ci ritroviamo dove eravamo non solo prima di questo dibattito, ma anche prima delle convention se non prima dell’estate: con Obama favorito di poco, per ragioni che abbiamo già ampiamente discusso in altri post.

 

PS: per i tanti fan di Sarah Palin si raccomanda questa ultima sua performance televisiva

Perché Obama rimane favorito

I sondaggi indicano un graduale recupero di Obama in questi
ultimi giorni. Significa poco, come significava poco il rimbalzo
post-convention di McCain. Potrebbero succedere molte cose nelle settimane a
venire, ma tutto lascia prevedere che si tratterrà di un testa a testa, magari
non stretto come nel 2000 e nel 2004, ma comunque un testa a testa. Dal quale
ha più probabilità di uscire vincitore Obama, che rimane a dispetto di tutto
favorito. Di poco, ma favorito. Questo per le seguenti ragioni:

a)     
l’economia e il terremoto di questi ultimi mesi.
McCain ha fatto del proprio meglio per articolare un messaggio populista. Ma
rimane inestricabilmente legato a Bush e al suo lascito.

b)     
La scelta dei candidati vice-presidenti.
Difficile credere che la Palin-mania possa durare ed estendersi. L’entourage
di McCain sta facendo di tutto per tenerla in naftalina, non farla parlare se
non con uno script sotto gli occhi, evitarle interviste difficili e spontanee. Ma
questo controllo non può essere spinto oltre un certo limite e la prima
intervista alla ABC si è rivelata a dir poco imbarazzante. Al contempo, i media
cominciano ad esaminare e scoprire il passato politico di Palin e il profilo che
ne è emerge è assai diverso da quello della riformatrice incorruttibile presentato inizialmente. Per finire, e questo è forse il dato più
importante, Palin mobilita la base repubblicana, copre McCain a destra e,
probabilmente, conquista il voto di qualche soccer (o hockey) mom. Ma rischia
davvero di alienare quella parte del voto indipendente che McCain deve
assolutamente conquistare se vuole vincere (ora come ora i registrati democratici sono
infatti molti di più di quelli repubblicani)

c)     
Obama ha una macchina organizzativa, e un numero
di volontari sul campo, decisamente superiore. Potrebbe rivelarsi decisiva
nella conquista del voto degli indecisi e potrebbe aiutare ad intercettare quel
voto giovane, spesso elettoralmente apatico, ma che sembra preferire il
candidato democratico e che potrebbe essere decisivo in questa tornata.

d)     
La mappa elettorale favorisce Obama. Due o tre
vittorie all’interno di un gruppo di stati conquistati da Bush nel 2004 – Colorado,
New Mexico, New Hamsphire, Virginia, Nevada, Iowa – potrebbero compensare una
sconfitta in uno degli stati della Rustbelt.

Di nuovo, tutto può accadere, ma ora come ora Obama rimane favorito, una
cosa che in queste ultime settimane molti sembrano avere dimenticato

senza filtri

Sarà stato anche un intervento efficace e mobilitante,
quello della Palin di ieri sera (cfr. qui). Ma ormai la campagna elettorale dei
repubblicani ha deciso che di contenuti non si deve proprio parlare. Si
racconta la propria storia, si espone ai riflettori il figlioletto down, si fa
mettere un’improbabile cravatta a un ancor più improbabile padre teen-ager che
ha l’aria di uno che vorrebbe starsene in Alaska a giocare a hockey e a farsi
delle birre con gli amici. Si punta insomma tutto sul character, proprio e ancor più altrui, dopo l’inflazione di (grandi e sconclusionate) idee e visioni del momento neoconservatore