Stando al sondaggio CBS/NYTimes di oggi la scelta di Sarah Palin sta danneggiando, e anche in modo significativo, McCain. Il buon (si fa per dire) Dick Morris esprime invece ottimismo ed è convinto che l'infelice uscita di Obama sulla redistribuzione della ricchezza possa essere il fattore che rovescierà il corso della gara e permetterà a McCain di recuperare il gap che ancora lo separa da Obama. I sondaggi nazionali contano poco e sono tornati a oscillare molto (CBS/NYT dà Obama avanti di 11 punti; Fox solo di 3). Il dato rilevante è ovviamente quello degli stati, dove Obama starebbe (il condizionale è d'obbligo) in una posizione di relativa sicurezza in una mappa elettorale che lo avvantaggia molto: anche utilizzando una definizione molto ampia di che cosa sia oggi uno stato non ancora assegnato (un "toss-up state"), di 15 stati in ballo solo uno fu democratico nel 2004 (la Pennsylvania, che è ovviamente molto importante). In altre parole, McCain deve difendere molti stati che furono repubblicani nel 2004 e ha poche chance di conquistare stati che andarono a Kerry nel 2004 o a Gore nel 2000. Se i sondaggi sono minimamente affidabili (e non sempre nelle primarie lo furono), McCain non ha chance. E questo "se" continua però a rappresentare l'incognita che separa Obama dalla Casa Bianca.
Archivi Ottobre 2008
Difficile credere che il lungo, splendido spot-documentario di Obama mandato ieri in simultanea sui principali networks statunitensi possa spostare un voto. Era programmato da tempo e serviva, una volta ancora, a rendere Obama presidente credibile e sintesi perfetta della nazione che si candida a guidare. Le tante Americhe - orgogliose, dignitose, tenaci e, anche, commoventi - che appaiono nello spot vengono efficacemente abbinate ai passaggi e alle esperienze che hanno segnato la vita di Obama, la sua formazione e la sua ascesa politica: la dignità del lavoro, anche il più umile; l'importanza dell'educazione; i valori della famiglia; la denuncia dell'inefficace e iniquo sistema sanitario.
Alcuni commentatori della sinistra statunitense (come John Nichols di The Nation) dicono che Obama ha fatto un passo indietro; che si è tolto, almeno in parte, dai riflettori per raccontare e far parlare l'America e gli americani. Non è ovviamente così - nello spot/documentario Obama non è un semplice narratore - e non potrebbe essere altrimenti, a 5 giorni delle elezioni. Quel che Obama e il regista dello spot (Davis Guggenheim, lo stesso del documentario di Al Gore "An Inconvenient Truth") hanno fatto è di dare forma al messaggio - patriottico ed eccezionalista, ancorché non convenzionale - che ha scandito la campagna elettorale: che Obama è il presidente naturale del paese, perché lui e la sua storia sono quel paese, ciò che esso è diventato e ciò che esso ancora oggi è in grado di offrire e trasmettere. Retorica forte, ci mancherebbe; ma anche coinvolgente, toccante e, speriamo, elettoralmente vincente.
Spero di sbagliarmi, ma non credo che la vittoria di Obama sarà così larga come preannunciato da molti sondaggi. Temo ci sarà da soffrire e aspettare martedì notte, ché il vantaggio di Obama nei polls di alcuni stati cruciali è troppo esiguo e già durante le primarie vi fu una discrepanza - variamente interpretata - tra sondaggi e voti a sfavore di Obama, in particolare nel Midwest (Ohio, Pennsylvania e West Virginia su tutti). Che poi ci siamo tutti abituati all'idea che un afro-americano possa giungere alla Casa Bianca dà un'idea di quanto sia cambiata l'America e di quanto abbia contribuito la corsa di Obama a cambiarla.
Non vi sono state grandi sorprese nell'ultimo dei tre faccia a faccia televisivi
tra Obama e McCain. Il dibattito è stato sobrio e corretto, tanto apprezzabile
per il rigore con cui i due candidati si sono confrontati sui contenuti delle
loro proposte quanto soporifero nell'assenza di colpi di scena o di momenti (e
frasi) memorabili. In conseguenza di ciò, vi sono almeno due buone ragioni -
oltre ai dati dei primi polls - per ritenere che il vincitore del confronto sia
stato nuovamente Obama.
La
prima ha a che fare con la natura stessa di questi dibattiti. Raramente essi
risultano decisivi. I candidati vi giungono preparatissimi. Sanno cosa
aspettarsi dalla controparte: cosa dire e, ancor più, cosa non dire.
Soprattutto devono cercare di apparire credibilmente presidenziali: di proiettare
un'aura - austera, moderata e quasi regale - di "presidenzialità". Ciò
avvantaggia inevitabilmente chi sta avanti nei sondaggi. Che - come mostrano
alcuni dati recenti su Obama - è automaticamente percepito come più
presidenziale dell'avversario, grazie a un effetto domino che, una volta
innescatosi, diventa difficilmente reversibile. Il candidato in vantaggio può quindi
permettersi quella cautela e quella moderazione che cessano invece di essere
opzioni a disposizione di chi insegue, il quale si trova inevitabilmente costretto
ad alzare il tono della polemica e degli attacchi, con il rischio di una
perdita ulteriore di credibilità.
La
seconda ragione è più contingente e si lega all'attuale quadro politico oltre
che alla figura stessa di McCain. L'impopolarità di Bush e la difficile
situazione economica hanno accentuato una tendenza già in atto dal 2004, ossia
uno spostamento degli equilibri politici a favore del partito democratico. Il
numero di elettori registrati come democratici è oggi decisamente
superiore a quello di elettori
registrati come repubblicani (lo scarto sarebbe tra i dieci e quindici punti,
secondo alcune rilevazioni). Il voto indipendente - per quanto complesso ed
eterogeneo - rimane potenzialmente determinante, soprattutto in alcuni stati
che decideranno le elezioni. McCain, infine, è un candidato repubblicano sui
generis, a dispetto dei suoi numerosi indietreggiamenti degli ultimi anni. Il dilemma
con cui McCain si è trovato (e si trova) a fare i conti è quindi quello di mobilitare
appieno il proprio elettorato, radicalizzando ulteriormente le sue posizioni, e
sperare al contempo di intercettare una parte maggioritaria del voto
indipendente e una piccola fetta di quello democratico, conquistabili solo
attraverso parole d'ordine bipartisan e moderate. La scelta di Sarah Palin come
candidato vice-presidente aveva esattamente questa funzione: bilanciare il
ticket, coprendo il fianco destro di McCain, e permettergli così di
concentrarsi sulla caccia del voto indipendente. Si tratta però di obiettivi -
la piena mobilitazione della destra e la conquista di una larga maggioranza
degli indipendenti - tra loro non complementari. Stando ai sondaggi di cui
disponiamo, l'inasprimento della campagna elettorale repubblicana di queste
ultime settimane si è rivelata un boomerang per i repubblicani, anche perché
l'elettorato non schierato chiede risposte a problemi concreti e non crociate
ideologiche come quelle lanciate da Palin. Questo lo si è visto anche nel
dibattito di ieri. McCain ha cercato di attaccare Obama sull'aborto o sul suo
legame con l'ex terrorista William Ayers, ma ha rinunciato ad eccedere su
questi temi nella consapevolezza che essi non gli avrebbero giovato
elettoralmente. Una scelta e una cautela, quelle di McCain, che hanno
scontentato molti commentatori conservatori (l'intellettuale neoconservatore
Charles Krauthammer è stato particolarmente severo su questo), ma che
difficilmente gli ha portato voti democratici e/o indipendenti. Obama esce pertanto
non solo illeso, ma addirittura rafforzato dai tre dibattiti televisivi. E alla
luce di quanto è accaduto nelle ultime settimane la vera sorpresa è che il suo
vantaggio nei sondaggi non sia ancora maggiore.
(Il Mattino, 17 ottobre 2008)
Di campagne brutte da parte dei repubblicani ne abbiamo viste, basti pensare a quella di Bush padre nel 1988 o a quella di Rove e Bush figlio nel 2004. Ogni volta qualche bella anima s'indigna e la definisce "the ugliest campaign in American history", soprattutto se quei metodi, come appunto nel 1988 o nel 2004 si sono rivelati vincenti. Sono giusti quindi gli inviti ad aspettare prima di definire questa come "the ugliest campaign". E però possiamo dire che osservare la deriva della campagna di McCain e, soprattutto, Palin (video uno, due e tre) fa venire almeno un po' il voltastomaco?
Obama non è mai stato un grande debater. Manca dei tempi e, forse, anche della cattiveria necessaria negli aspri scambi della discussione. Tanto è abile nell'offrire sermoni dotti e straordinariamente raffinati per gli standard del discorso politico statunitense quanto è lento e, spesso, impacciato nell'articolare risposte secche e pungenti nei dibattiti dai tempi assai stretti della televisione. Il modello townhall della discussione di ieri sera, invocato e chiesto da McCain, avrebbe dovuto amplificare questa debolezza. Non è stato invece così e quella di ieri è stata probabilmente la migliore performance televisiva di Obama. Lo è stata nel merito ossia nella precisione e nel dettaglio delle risposte di Obama, particolarmente stridente se confrontata con la pleonastica e sloganistica retorica di McCain. E lo è stato nella simbologia. Il dibattito ha visto contrapposti un Obama sicuro, giovane e decisamente a suo agio nella piccola, ancorché asettica, townhall della Belmont University e un McCain decisamente più impacciato e rigido, costretto a confrontarsi con una townhall popolata non dai suoi soliti fan repubblicani, sempre pronti a commuoversi ed entusiasmarsi per la sua storia di eroe del Vietnam. I sondaggi sembrano premiare Obama. Contano però poco, ché negli stati cruciali il margine di vantaggio di Obama su McCain è ancora troppo stretto (su questo ritornerò in un prossimi post). Per potere vincere, McCain e Palin devono però riuscire in un duplice, e potenzialmente contraddittorio, compito: mobilitare appieno la base repubblicana, conquistando al contempo una maggioranza del voto indipendente e una piccola fetta di quello democratico. Queste ultime settimane saranno pertanto caratterizzate da un'ulteriore escalation degli attacchi personali a Obama, al suo passato e alle sue conoscenze. Il lavoro sporco lo farà (e lo sta già facendo) Sarah Palin, mentre McCain continuerà a sottolineare la sua moderazione e il suo impegno alla collaborazione bipartisan, come ha stancamente sottolineato più volte ieri. Dopo le due convention, i tre dibattiti televisivi e gli sconquassi di questa ultima settimana i democratici si trovano però in una posizione decisamente migliore di quanto non fosse solo poche settimane orsono.
Forse ci stiamo davvero trovando a un momento di svolta nella campagna elettorale. La Palin sarà pure sopravvissuta al dibattito con Biden, dopo aver imparato a memoria (e diligentemente recitato) almeno 50/60 risposte a possibili domande e beneficiato della scelta democratica di non correre rischio alcuno. Una scelta, però, che deriva dalla consapevolezza che il vantaggio di Obama-Biden si sta consolidando e che non è il caso di correre di rischi. È di ieri, infatti, la notizia che McCain ha deciso di chiudere la campagna in Michigan, dove aveva investito molto e dove ormai ritiene di non avere più chance di vittoria. Un pezzo di Midwest e 17 grandi elettori se ne vanno così a Obama. E questa, ben più della Palin che per una volta non fa gaffe, è la vera notizia della giornata
Non sono certo che il voto della Camera dei rappresentanti rappresenti davvero la fine del conservatorismo statunitense per come lo abbiamo conosciuto nell'ultimo trentennio (come afferma, tra gli altri, Paul Waldman sull'American Prospect o come argomenta ormai da tempo lo storico Sean Wilentz). La grande coalizione reaganiana - complessa, multiforme e incoerente - è da tempo lacerata da pressioni centrifughe che il radicalismo di Bush ha contribuito ad esasperare. E la ribellione dei repubblicani libertarian e dei populisti conservatori cui abbiamo assistito due giorni fa ne rappresenta la riprova. In nome del libero mercato e dell'antipolitica (oltre che di ovvi opportunismi elettorali), una maggioranza di deputati conservatori si è ribellata a otto anni di finto libero mercato (fatto, oltre che di scellerati tagli fiscali, di sussidi all'agricoltura e all'industria, di protezionismo e di crescente indebitamento), di finto governo minimo (estensione delle regulations, intrusiva presenza federale in nome dell'emergenza sicurezza, nomine giudiziarie politicamente orientate) e, infine, di finta antipolitica (scandali a ripetizione, lobbies sempre più influenti, clientelismi e conseguente incompetenza - ricordate New Orleans?). Ma il vento dell'antipolitica soffia anche per i democratici: cosa che molti commentatori, impegnati a discutere e celebrare l'implosione dei repubblicani, sembrano avere dimenticato. Salvare Wall Street dimenticando Main Street è denuncia che i democratici hanno finora fatto propria con evidente successo, ma che può essere declinata (e che viene declinata) anche in una prospettiva conservatrice, come il voto alla Camera ha mostrato bene. Obama su questo dovrà muoversi con cautela e attenzione, per gestire una situazione che ovviamente lo avvantaggia ma che presenta, anche, molti rischi su tutti quello di essere individuato dagli elettori come uno dei salvatori di Wall Street a danno di quella Main Street che lavora, fatica e che ora rischia anche di perdere la casa. Non è un caso che il rimbalzo di Obama nei sondaggi non abbia avuto ricadute in Ohio, dove permane una situazione di sostanziale pareggio. Senza l'Ohio si può ancora vincere e anche larghi; ma il dato rimane significativo e rilevante.

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