Eppure è difficile non considerare la vittoria di Barack Obama come un momento speciale, diverso, e unico, che segna una svolta fondamentale nella storia degli Stati Uniti e del mondo. Il lungo percorso che ha portato alle elezioni e il voto di ieri mostrano un'America che cambia, si rinnova e si trasforma. E che lo fa, e lo riesce a fare, anche grazie agli impulsi e agli stimoli offerti dalla stessa, interminabile campagna elettorale. È un cambiamento dai volti molteplici - culturali, demografici, sociali - le cui ripercussioni politiche ed elettorali sono forti e per certi aspetti traumatiche, tanto da costringere Democratici e Repubblicani a rimettere in discussione la propria natura e il proprio progetto politico. Agiscono, in questa trasformazione, rivolgimenti strutturali profondi, di lungo periodo, che l'11 settembre e quel che ne è seguito hanno solo contenuto e temporaneamente anestetizzato. Gli Stati Uniti sono un paese destinato a farsi sempre più complesso, diverso e multiforme. Ogni nuovo censimento ci rivela significative alterazioni negli equilibri demografici, nazionali e, ancor più, locali. Questa ricca diversità - che è "etnica", linguistica e religiosa - ha trovato la sua incarnazione quintessenziale nella figura stessa di Obama: espressione emblematica, nel suo tortuoso percorso biografico, del pluralismo statunitense e quindi sintesi simbolica ideale delle tante Americhe che fanno oggi l'America. Da parte repubblicana vi è su questo un ritardo che non è però immobilismo. McCain rappresentava quanto di più non-partitico e indipendente i repubblicani potessero offrire. È stato comunque affiancato da una giovane governatrice donna; all'interno del fronte repubblicano cominciano ad emergere figure dalla biografia assolutamente eccentrica per gli standard del mondo conservatore, su tutte il giovane e popolare governatore indiano-americano della Louisiana, Bobby Jindal.
Un'America diversa e plurale è anche un'America che, soprattutto grazie all'immigrazione, rimane giovane. L'elemento demografico si è intrecciato in queste elezioni con quello generazionale nel modificare, e in taluni casi ridisegnare, la mappa elettorale. Una parte del sud (Virginia e North Carolina in particolare) tradizionalmente conservatore, e da quattro decenni repubblicano, cambia pelle grazie all'alleanza tra afro-americani e lavoratori qualificati, tendenzialmente giovani, con istruzione e redditi medio-alti, che operano nei servizi e in vari settori high tech. Un processo simile avviene in pezzi importanti dell'Ovest, come ad esempio il Colorado, dove crescente è il peso - demografico e politico - degli immigrati ispanici. La cartina elettorale che regolarmente ci viene mostrata, e che contrappone le due Americhe - quella delle coste, blu e democratica, e quella profonda, rossa e repubblicana - ha sempre costituito un'inutile e mistificante semplificazione; dentro quelle due Americhe ne stanno infatti molte altre: urbane e rurali, suburbane ed exurbane, industriali e post-industriali. Ma ora anche quella carta può essere finalmente messa in soffitta.
Le tante Americhe giovani si mostrano peraltro impermeabili a elementi qualificanti la cultura conservatrice che è stata così forte nell'ultimo trentennio. Smentendo stereotipi consolidati sull'America bigotta e ultra-religiosa, queste Americhe non assumono posizioni di pregiudiziale opposizione alle unioni omosessuali e manifestano un atteggiamento laico e liberal su temi eticamente sensibili. Più di tutto, riescono a far eleggere un presidente giovane, afro-americano, ma anche multi-etnico, come Obama. Qualcosa che sarebbe stato semplicemente inimmaginabile solo pochi anni fa.
Queste dinamiche profonde si sono a loro volta intrecciate con processi più contingenti. I gravi errori delle amministrazioni Bush e l'inefficienza del Congresso hanno generato una forte critica della politica e delle sue istituzioni. Oggi il tasso d'impopolarità del presidente supera il 70%, mentre quello del Congresso, a maggioranza democratica, sfiora l'80%. La reazione - e questo è un dato particolarmente significativo - non è però di chiusura e di rigetto nei confronti della politica, dei suoi riti e delle sue pratiche. Al contrario, il vento dell'antipolitica, così forte negli Usa degli ultimi anni, stimola partecipazione, coinvolgimento e mobilitazione. Ritempra la democrazia invece di acuirne le difficoltà. Ciò si riflette anche sulla politica estera, o quantomeno sull'immagine degli Usa nel mondo. Un'immagine che appariva danneggiata in modo irreparabile dall'arrogante unilateralismo di Bush e dei neoconservatori, e che invece torna a farsi forte: a esercitare quella capacità di fascinazione e di proiezione globale su cui ha storicamente poggiato l'egemonia statunitense.
Le difficoltà economiche e finanziarie, infine, contribuiscono alla più generale trasformazione culturale cui stiamo assistendo e che tanto ha inciso sull'esito del voto. Slogan consolidati vengono apertamente sfidati; si torna con forza a parlare di equità sociale; dopo molti anni, un candidato rivendica, sia pure con molta cautela, la necessità d'incrementare la pressione fiscale sui redditi più alti.
È un'America, quella emersa dal volto, dalle mille contraddizioni e fragilità. Ma è anche un'America che mostra una volta ancora il suo dinamismo, la sua capacità d'adattamento, la sua freschezza democratica. È un'America, infine, che il resto del mondo spesso rigetta o banalizza, ma che poi finisce per osservare - come è stato con queste elezioni - con sorpresa, curiosità, confusione e, anche, non poca ammirazione.
(Il Mattino, 5 novembre 2008)

Ultimi Commenti