Mario Del Pero

Archivio mensile: gennaio 2009

La Leadership di Obama

Una leadership, per essere efficace, necessita di consenso. Tra
le tante debolezze dell’amministrazione Bush vi è stata anche quella
rappresentata da un consenso, domestico e internazionale, che dopo il 2003 è
costantemente diminuito. Ciò ha contribuito all’erosione dell’immagine degli
Stati Uniti, alla crescita dell’impopolarità di Bush e, soprattutto, alla riduzione
dell’influenza degli Stati Uniti.
L’elezione di Obama ha drasticamente modificato questo stato
di cose. In modo (e con rapidità) del tutto inimmaginabili solo fino a un paio
di anni fa, l’America è tornata a rappresentare un modello e, in una certa
misura, un punto di riferimento per il resto del mondo. La figura di Obama, con
la sua improbabile e sincretica biografia, ma anche la dimostrazione di
vitalità offerta dalla democrazia statunitense hanno rilanciato con forza il
mito di un’America capace sempre di risollevarsi e rinascere. Il mondo ha
assistito prima con scetticismo e poi con crescente partecipazione alla parabola
di Obama. Se avesse potuto votare, quel mondo avrebbe scelto Obama con
maggioranze schiaccianti.
Ecco perché una parte significativa di questo mondo
percepisce oggi Obama anche come il proprio Presidente. Sui temi di politica
estera e sulle grandi questioni internazionali il candidato Obama, come del
resto il presidente in pectore di questi ultimi due mesi, si è espresso in modo
spesso vago e generico.  Ma se del mondo
Obama ha parlato poco, al mondo Obama ha parlato sin da quando è apparso sulla
scena politica. Vi ha parlato come campione di un’America diversa da quella di
questi ultimi anni: un’America sofisticata, cosmopolita, liberal, aperta e
inclusiva. E vi ha parlato anche come espressione di un’America nella quale il
resto del mondo non cessa mai di specchiarsi.
A questo consenso internazionale si aggiunge ora la grande
popolarità interna di Obama. I sondaggi indicano al riguardo tassi che
oscillano tra il 70 e l’80%: quasi venti punti percentuali in più rispetto a
quelli di cui godevano prima del loro primoinsediamento Bill Clinton e George
Bush. Anche una parte degli elettori di McCain è stata contagiata
dall’entusiasmo suscitato dall’elezione di Obama, oltre che dalla forza
inclusiva e bipartisan del discorso politico del nuovo presidente.
Nel corso del XX secolo, e in particolare dopo il 1945,
qualsiasi politica estera degli Stati Uniti ha avuto bisogno di un doppio
consenso, interno e internazionale, per essere efficace e raggiungere i propri
obiettivi. Solo questo doppio consenso permette agli Usa l’effettivo esercizio
di una leadership mondiale che consegue oggettivamente al loro primato di
potenza. Obama dispone oggi di questo doppio consenso. Ne dispone in un
contesto peraltro estremamente difficile, nel quale la capacità degli Stati
Uniti di intervenire in vari teatri si è grandemente ridotta e con una crisi
economica che ogni giorno rivela un volto nuovo e sulla quale si dovranno
concentrare gran parte delle attenzioni della nuova amministrazione. Lo scarto
tra aspettative (altissime) e possibilità (limitate e decrescenti) è quindi molto
forte, e le disillusioni, per gli Stati Uniti così come per gran parte del
mondo, saranno inevitabili. La rinnovata forza egemonica – il nuovo soft power – di cui gli Usa dispongono
grazie alle recenti elezioni subirà subito un’erosione. La subirà però anche in
conseguenza di un aspetto che una disamina dei due consensi rivela: la loro non
complementarità. Detto banalmente ciò che l’America chiede a Obama è molto
diverso da ciò che il mondo si aspetta dal nuovo Presidente. Per gran parte
degli americani è necessario che l’amministrazione si concentri maggiormente
sulle questioni interne, se necessario con politiche economiche espansive e di
sussidio ai settori industriali maggiormente in difficoltà. Il resto del mondo,
e soprattutto le elite internazionaliste che hanno accolto con entusiasmo
l’elezione di Obama, auspicano invece una rimodulazione – in senso
multilateralista, collaborativo e consensuale – e non un abbandono di quelle
ambizioni universalistiche che hanno storicamente caratterizzato il modo statunitense
di stare nel mondo. Si discute oggi molto degli anni Trenta, di Roosevelt e
della necessità di un nuovo New Deal. Nel farlo si tende a dimenticare che
anche gli Stati Uniti di Roosevelt contribuirono con le loro scelte –
protezionistiche, isolazioniste e di appeasement del revisionismo nazista – alla
definitiva implosione del fragile quadro di regole e interdipendenze su cui
poggiava il sistema internazionale allora. Oggi non vi è il rischio di un nuovo,
impraticabile isolazionismo. Ma è su questa sfida, su come conciliare richieste
diverse che concorrono però entrambe ad alimentare la rinnovata forza egemonica
degli Stati Uniti, che verrà testata la capacità di leadership di Obama.

(Aspenia On-Line, 19 Gennaio 2009)

La forza e la debolezza di Obama

Il voto del Senato che ha liberato la seconda tranche del
piano di salvataggio delle istituzioni finanziarie e il piano di stimolo
economico presentato la scorsa settimana dalla leadership democratica alla
Camera dimostrano la forza politica del nuovo Presidente. In entrambi i casi
Obama ha ottenuto quanto chiedeva, spendendosi in prima persona – nel caso del
voto del Senato – per convincere una serie di senatori del partito democratico
a votare a favore del nuovo stanziamento e in contraddizione con la posizione
che essi avevano assunto durante la campagna elettorale.
Obama entra quindi in carica come Presidente forte. Ha tassi
di consenso e popolarità che Bush e Clinton neanche avvicinavano. È forte di un
voto popolare senza precedenti nelle sue dimensioni assolute. Si trova di
fronte un mondo in larga misura ipnotizzato dalla sua figura e dalla prova di
forza che la democrazia statunitense ha saputo dare nel 2008. L’opposizione
repubblicana appare allo sbando, lacerata da divisioni interne e da una
frattura, quella fra radicali e moderati, tra le Sarah Palin e le Susan
Collins, che le elezioni hanno ulteriormente esasperato. I democratici
costituiscono anch’essi un movimento composito ed eterogeneo, come si è ben
visto nelle diverse posizioni assunte rispetto al piano presentato alla Camera:
insufficientemente espansivo per i liberal; troppo azzardato e fiscalmente
irresponsabile per i conservatori; eccessivo nei tagli alle tasse per entrambi.
Non possono però opporsi al loro presidente e sono chiamati a una prova di
disciplina dopo i tanti errori degli ultimi anni. A questa forza politica si aggiunge anche
quella istituzionale: un Congresso impopolare e screditato è chiamato a
interagire e dialogare con una Presidenza che ha riacquisito una credibilità a
lungo mancata. Questa asimmetria peserà nei mesi a venire e faciliterà l’azione
dell’Esecutivo.
Per quanto forte, però, Obama sarà chiamato ad agire con
rapidità. Non sono solo le urgenze della crisi economica, e le sue tante
incognite, a imporlo. Vi sono anche ragioni politiche, per quanto esse siano
meno visibili nella luna di miele post-elettorale di cui sta beneficiando
Obama. A monte opera una condizione che tutti riconoscono, ma le cui
implicazioni saranno più chiare solo fra qualche mese: il gap, inevitabile, che
si verrà a determinare tra le aspettative suscitate dall’elezione di Obama e i
risultati effettivi che la nuova amministrazione riuscirà a realizzare. È
evidente che si tratta di aspettative eccessive e non realizzabili; così come è
evidente che queste aspettative sono tante, diverse e tra loro non
complementari. Lo abbiamo visto bene già in occasione della crisi di Gaza, che
ha rivelato una differenza – quella tra ciò che l’America chiede a Obama e ciò
che il mondo si aspetta dal nuovo Presidente – destinata a riaffiorare in
futuro.
Aspettative non soddisfatte, a destra come a sinistra,
ridurranno la disciplina che di cui stanno dando oggi prova i democratici. I
conservatori del sud, i cosiddetti blue
dog democrats
, osteggeranno con più forza l’alta spesa pubblica
dell’amministrazione; i liberal chiederanno misure più incisive su temi per
essi fondamentali, ambiente e istruzione su tutti. Il blocco forse più
ideologico che vi è oggi al Congresso, quello dei deputati conservatori
repubblicani, alzerà i toni della polemica contro Obama e l’amministrazione
all’avvicinarsi della scadenza di mid-term del 2010. Tutto ciò avverrà in un
contesto nel quale Obama sarà più vulnerabile e meno popolare di oggi. Sarà
fondamentale aver portato a casa dei risultati significativi per quella data. E
sarà allora che si vedrà la vera forza politica di Obama e la tenuta di una
popolarità, invero di una ipnotizzante fascinazione collettiva, che ha pochi
precedenti nella storia degli Stati Uniti.

(Europa, 20 gennaio 2009)

Ordine e Cambiamento

Il discorso inaugurale di Obama ha seguito un copione in
larga misura atteso. Non è stato il più alto o il più immaginifico tra gli
interventi pubblici del neo-Presidente; la retorica è rimasta contenuta e
sobria. Non poteva essere altrimenti, vista l’occasione. Vi è però un passaggio
del discorso, destinato a essere meno sottolineato di altri, che ci dice molto
di Obama e di cosa egli rappresenti per l’America oggi. È il passaggio in cui
Obama ha sollecitato a mettere da parte “piccoli rancori e false promesse, le
recriminazioni e i dogmi consunti” che hanno “strangolato” la politica
statunitense”. L’America – ha proclamato Obama – “ha scelto la speranza sulla
paura, l’unità d’intenti sul conflitto e la discordia”. Questo passaggio racchiude
infatti alcuni fondamentali elementi che Obama è riuscito a fare propri e a
simboleggiare nel corso del cammino che l’ha portato alla Casa Bianca.
Secondo alcuni recenti sondaggi, tra il 70% e l’80% degli
americani dà oggi un giudizio positivo di Obama. I tassi di popolarità del
nuovo presidente sono di molto superiori a quelli di cui godevano Bill Clinton
nel 1992 e George W. Bush nel 2000. In una recente rilevazione Gallup, più di
un terzo degli intervistati ha definito il discorso inaugurale di oggi come il
più importante nella storia degli Stati Uniti; quasi l’80% lo ha collocato, più
sobriamente, tra “i più importanti”. Questo consenso interno si combina con
quello internazionale. Se il mondo avesse potuto votare lo avrebbe fatto per
Obama (con maggioranze schiaccianti in tutti i continenti, secondo un sondaggio
Foreig Policy/Gallup di pochi giorni antecedente il voto).
Come si spiega questa fascinazione collettiva per Obama? Che
cosa chiedono l’America e il mondo a un Presidente che essi osservano ammirati
se non ipnotizzati? Cosa c’è di nuovo e di diverso oggi per alimentare simili
aspettative e, anche, per produrre un culto della personalità quale da tempo
non si vedeva?
Varie risposte possono essere date: la profondità di una
crisi che richiede politiche straordinarie e, con esse, figure straordinarie
capaci di immaginare tali politiche e di metterle in atto; l’esigenza di
voltare pagina, di segnare, anche simbolicamente, una discontinuità forte,
avviando quel “cambiamento” che ha rappresentato la parola d’ordine e il
principale slogan del lungo ciclo elettorale; il desiderio di vedere
ripristinati l’immagine pesantemente danneggiata degli Stati Uniti e il mito di
un’America sempre in grado di rinascere e risollevarsi.
Da qualsiasi parte la si voglia osservare, l’elezione di
Obama ha avuto un effetto catartico. L’America è tornata a rappresentarsi e a venire
rappresentata come un modello, unico ma universale nel suo essere (e porsi) a
disposizione di tutti. Obama è divenuto l’incarnazione del cambiamento, della
diversità, del dinamismo di un’America che ancora una volta si trasforma e si
rinnova. L’improbabile biografia cosmopolita di Obama; la sua storia meticcia,
qualsiasi sia il parametro utilizzato per esaminarla e narrarla (razziale,
sociale, culturale); il suo essere testimonianza vivente che alla fine negli
Usa si premia il merito, il lavoro, la capacità e la tenacia sopra ogni altra
cosa. Questi e altri elementi hanno fatto di Obama il simbolo e la
personificazione di un’America sempre più complessa, diversa e composita; di
un’America che a dispetto di tutto non cessa di cambiare e di farsi mondo;
dell’America delle opportunità e della libertà.
Il discorso del cambiamento e della vitalità giustamente
soffonde la retorica che accompagna l’insediamento di Obama. C’è però qualcosa
di altro e di più che spiega l’emozionata partecipazione collettiva che
accompagna questo evento, che già fu visibile in occasione delle elezioni di
novembre e che è ritornata con forza nel discorso inaugurale di Obama.
L’America che si ritrova oggi a Washington, in alcuni dei suoi luoghi
simbolicamente più importanti – il Lincoln Memorial, il Mall – è un’America che
vuole credere nelle proprie istituzioni e che chiede ne vengano ripristinati il
ruolo e la dignità. È un’America che invoca appunto non solo cambiamento, ma
anche ordine. Per la quale, anzi, cambiamento significa ristabilire compostezza
e sobrietà, laddove sono prevalsi negli ultimi anni ideologia ed eccessi: alcuni
di quei “dogmi consunti” cui ha fatto riferimento Obama nel suo intervento.
Obama e la sua elezione simboleggiano oggi anche questo: la vittoria del rigore,
della preparazione, della serietà e della moderazione. Obama comunica agli
americani complessità e non semplicità. Ha aperto con essi in questi mesi un
dibattito intellettuale, prima ancora che politico. La sua elezione ripristina
l’immagine del Presidente, che torna ad essere una figura da ammirare, e
rispettare:; torna a elevare la competenza a criterio discriminante della
politica. I milioni di americani che hanno osservato il discorso di Obama, le
centinaia di migliaia di persone che hanno invaso Washington, tutti coloro,
dentro e fuori gli Stati Uniti, che hanno rivolto i propri occhi all’America,
lo hanno fatto con l’auspicio e la convinzione che alla Casa Bianca si stia
insediando una persona seria e capace. Sapendo che Obama – a dispetto della
straordinaria forza iconica della sua immagine – non è il Messia, come lui
stesso si è premurato più volte di ricordare; che non ci si possono attendere
miracoli. Chiedendo però quella serietà e quella preparazione, quell’impegno e
quell’attenzione, che la politica, ogni buona politica dovrebbe offrire e
garantire.

(Il Mattino, 21 gennaio 2009)