Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2009

I due Obama

Tre elementi hanno contraddistinto il messaggio e la proposta
politica di Obama durante la campagna elettorale e nei mesi successivi la sua
elezione: la sottolineatura della necessità di superare le aspre divisioni del
passato; la sollecitazione ad abbandonare un approccio ideologico e a
riabbracciare un sano e concreto pragmatismo nell’azione di governo; la
denuncia, talora quasi populista, della mancanza di trasparenza nella vita
politica e nella gestione delle risorse pubbliche. In un’altra epoca storica il
trinomio bipartisanship/pragmatismo/trasparenza avrebbe qualificato in senso
moderato, se non addirittura conservatore, la retorica di Obama. Nel 2007-2008,
però, questa combinazione è servita a Obama per presentarsi come un candidato
innovativo e di rottura, se non addirittura radicale. Questo perché era
innovativo e di rottura invocare concretezza dopo gli anni, assai ideologici,
di Bush e dei neoconservatori, chiedere collaborazione bipartisan dopo tre
decadi di litigiosità e faziosità partitica, e sollecitare trasparenza e
correttezza laddove troppo spesso avevano prevalso invece clientelismo,
lobbismo e conflitti d’interesse.

Tramutare queste parole d’ordine in azione di governo è però
immensamente complicato. Le grandi (e certo eccessive) aspettative generate
dall’elezione di Obama non aiutano. Chi già oggi ne sottolinea le difficoltà e
i primi insuccessi sembra dimenticare che è in carica da poco più di un mese,
durante il quale sono stati promossi programmi importanti e compiuti gesti
dall’altissima rilevanza politica e simbolica. Riconoscere questi risultati non
significa però sottovalutare le difficoltà che la nuova amministrazione si
trova a fronteggiare e i passi indietro che essa ha già compiuto. In parte essi
conseguono alle contraddizioni e ai limiti della proposta e del messaggio
stessi di Obama. La trasparenza impone standard di condotta severi, che finora
l’amministrazione non è riuscita a rispettare e che hanno determinato le
dimissioni di alcuni suoi importanti membri, a partire da Tom Daschle.
L’invocazione alla cautela e al pragmatismo stridono con la portata e la natura
di una crisi economica, i cui contorni e sviluppi pochi riescono a definire e
prevedere. La richiesta di collaborazione bipartisan cozza contro la voglia dei
democratici d’imporre la propria agenda e, ancor più, contro il rigido
dogmatismo che ancora permea la leadership congressuale repubblicana,
schieratasi come un sol uomo contro il pacchetto di aiuti straordinari
all’economia infine varato e votato da soli tre membri repubblicani, le
senatrici Snowe e Collins del Maine e il senatore Specter della Pennsylvania.

L’ambizioso discorso pronunciato da Obama martedì di fronte
alle due camere del congresso riunite in una sessione congiunta si poneva anche
l’obiettivo di fronteggiare queste prime, e in parte inattese, difficoltà, prevenendo
il rischio di un logoramento del Presidente. Obama lo ha fatto riproponendo, in
forme diverse ma comunque inusuali, quella miscela di moderazione e radicalità
che già aveva contraddistinto il periodo elettorale. Ha giustificato
l’imponente crescita dell’intervento federale e, ancor più, fatto capire che
sarà aumentato il livello di tassazione sui redditi più alti, beneficiari dei
tagli di Bush e di scelte che hanno trasferito ulteriore “ricchezza ai più
ricchi” . Ha attaccato “gli speculatori” e gli improvvidi che hanno comprato
“case che non si sarebbero mai potuto permettere”. Ha denunciato con toni
populisti gli avidi manager e banchieri, che hanno approffitato della mancanze
di regole e di controlli. Ha ribadito la sua ostilità a quella Washington dove
anche “le migliori intenzioni possono trasformarsi in promesse spezzate e spese
inutili”.

Non era ovviamente l’occasione per offrire dettagli concreti
su come ciò avverrà, e in fondo Obama di dettagli è sempre stato parco. Il dato
significativo è che Obama ha inserito questa retorica populista e, appunto,
radicale entro un discorso delle possibilità pregno di formule classiche del
nazionalismo eccezionalista statunitense. Solo pochi anni fa, un presidente
degli Stati Uniti che avesse celebrato “l’America che non molla” e discusso di come
fare sì che anche il “prossimo secolo fosse un secolo americano” avrebbe
spaventato gran parte del mondo e fatto inorridire l’intellighenzia liberal e
democratica. Obama lo ha potuto fare, così come ha potuto combinare la richiesta
di alte spese federali con la sollecitazione a ridurre il budget e ad adottare
politiche fiscali più prudenti e accurate. Conservatore e radicale, dunque.
Nell’auspicio che nei mesi a venire s’intravedano non solo delle luci in fondo
al tunnel della crisi economica, ma anche delle crepe in un blocco repubblicano
che, almeno al Congresso, ha finora rivelato una coesione e una compattezza
difficili da prevedere.

(Il Mattino, 25 febbraio 2009)

Le dimissioni di Daschle

È normale, e finanche fisiologico, che un Presidente appena
eletto faccia delle nomine sbagliate e sia costretto a frettolose retromarce.
Il processo di scrutinio pubblico a cui i membri di una nuova amministrazione
sono soggetti è severissimo e senza scampo: anche un semplice contributo non
pagato a una domestica può diventare noto, come ha scoperto Nancy Killefer,
chiamata da Obama a controllare la spesa pubblica e già costretta alle
dimissioni. Nomine controverse o troppo di parte, inoltre, possono non superare
l’ostacolo della conferma al Senato, come verificò a suo tempo Ronald Reagan
quando cercò invano di nominare Robert Bork alla Corte Suprema.
La rinuncia al suo incarico da parte del Segretario della
Sanità Tom Daschle, che solo recentemente aveva saldato il conto con il fisco pagando
140mila dollari tra tasse arretrate e sanzioni, non rientra però in questa
casistica. La vicenda costituisce un campanello d’allarme importante per Obama e
dà un segnale politico inequivoco.  Questo
per almeno tre ragioni. La prima ha a che fare con Daschle medesimo. Un
politico di lungo corso, l’ex senatore del South Dakota, ma sempre capace di
preservare un’immagine d’integrità, rigore e correttezza (anche a costo di
apparire debole e naif, come accadde nel 2002 quando da capogruppo democratico
al Senato fu travolto dal ciclone Bush). E uno dei primi leader “anziani” del
partito democratico a riconoscere il potenziale di Obama, ad abbracciare la
retorica obamiana del cambiamento e a fare da tutore del giovane senatore
dell’Illinois nella sua corsa verso la Casa Bianca. L’ombra
di Daschle si proietta in altre parole su Obama stesso, che fino all’ultimo ha
cercato di difenderlo, scaricandolo solo quando non erano rimaste altre
possibilità.
La seconda indicazione di questa vicenda è che l’America sta
cambiando e che la politica ne deve tenere conto. L’intensificazione
dell’intreccio tra affari e politica, la diffusione di attività lobbistiche che
non sembrano conoscere confini, le porti girevoli che collegano gli uffici del
Congresso a quello delle tante lobby che operano a Washington costituiscono una
situazione tollerabile in anni di benessere e abbondanza, ma assolutamente
inaccettabile oggi. Certo, fa sorridere vedere i repubblicani attaccare Daschle
e Obama dopo aver tollerato per anni forme di corruzione senza precedenti,  istituzionalizzato il clientelismo delle
nomine politiche e concesso appalti milionari ad aziende, come la Halliburton, nei cui boards
sedevano fino a pochi mesi prima membri della stessa amministrazione. Ma ciò non
può essere motivo di consolazione per Obama. Il Presidente ha promesso di
ripristinare regole e codici etici oggi assenti o aggirati, ma si è trovato in
pochi mesi ad affrontare una serie di problemi in questo ambito, sul quale sono
già caduti almeno due potenziali membri di altissimo profilo della sua
amministrazione (l’altro, oltre a Daschle, era stato Bill Richardson a cui
Obama intendeva affidare il dipartimento del Commercio). Obama rappresenta e
incarna il cambiamento, ma si è anch’egli formato politicamente nel clima
tollerante e deontologicamente vizioso dell’ultimo ventennio e si è fatto
strada dentro una macchina politica, quella democratica di Chicago, tra le più
brutali e corrotte d’America. Da questo passato deve ora dimostrare di poter
affrancare se stesso e la sua amministrazione, pena una perdita di credibilità
e forza politica che già comincia a manifestarsi nei rapporti con il Congresso.
Il terzo e ultimo segnale politico è però quello più
preoccupante. La nomina di Daschle alla Sanità era una scelta politicamente
pesante: perché indicava la precisa volontà di Obama di investire un forte
capitale politico nella riforma del costosissimo e inefficiente sistema
sanitario statunitense; perché su questi temi Daschle si è sempre impegnato,
maturando competenze e preparazione. Ora tutto si fa improvvisamente più
difficile. Può darsi che Obama rilanci subito e sfidi i suoi oppositori
anticipando i tempi della riforma. A Obama il coraggio non manca: queste prime
due settimane di Presidenza sono state caratterizzate da un dinamismo
straordinario, che ha permesso di ottenere subito risultati importanti e dalla
forte valenza simbolica. Ora come ora, però, mettere mano alla Sanità appare
più difficile e improbabile.

(Il Mattino, 5 febbraio 2009)

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