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Archivi Marzo 2009

Si fa un gran parlare oggi di "nuova guerra fredda". Lo si fa laddove paiono riecheggiare gli echi dell'epocale conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, come è accaduto in Georgia lo scorso agosto.  E lo si fa in riferimento a una presunta evoluzione della struttura internazionale verso una rinnovata architettura bipolare, nella quale la Cina starebbe diventando il contraltare di potenza degli Stati Uniti.
Si tratta però di un parallelo improprio e storicamente scorretto. I riferimenti alla "guerra fredda" - come metafora e come riferimento analogico - sono mistificatori e non aiutano a comprendere il contesto attuale. L'evoluzione verso un bipolarismo Usa-Cina è tutt'altro che compiuta, se mai si compirà, e la chiara superiorità di potenza statunitense rende questo bipolarismo ancora assai futuribile. La guerra fredda rappresentò peraltro una fase storica unica proprio per la natura ideologica della competizione Usa/Urss: per la contrapposizione tra due modelli e due visioni della modernità dalle ambizioni dichiaratamente universalistiche. La crescente interdipendenza tra i diversi soggetti del sistema internazionale rende inoltre obsoleta l'idea che la ridefinizione degli equilibri relativi di forza conseguente all'ascesa di nuove potenze debba necessariamente produrre situazioni più conflittuali e polarizzate. Il quadro attuale si caratterizza per il reticolo di dipendenze plurime che legano gli stati gli uni agli altri, limitandone sovranità e libertà d'azione. Cresciuta all'interno dell'attuale sistema internazionale, con le sue norme disciplinatrici e la sua estrema flessibilità, la stessa Cina ha progressivamente maturato un interesse alla preservazione di tale sistema.
La guerra fredda ci ha lasciato però molte eredità e, anche, non pochi detriti. Tra questi va incluso uno dei simboli quintessenziali del peculiare bipolarismo postbellico: le armi nucleari. Misuratore di potenza, catalizzatore di fobie estreme e garanzia, per quanto forzosa, di pace tra le due superpotenze, le armi nucleari sono sopravvissute alla guerra fredda e continuano a rappresentare un'ombra che incombe minacciosa sulle sorti del pianeta. Costituiscono uno strumento assoluto di distruzione, al cui possesso molti continuano ad anelare.
Si tratta di armi paradossali. Tale è la loro capacità di distruzione che esse si sottraggono in ultima istanza al controllo di quella politica cui dovrebbero invece soggiacere. Esistono per non essere utilizzate, pena il rischio di un'escalation incontrollabile che metterebbe in discussione la sopravvivenza dell'umanità. Considerazioni di prestigio, la consapevolezza che esse offrono un deterrente estremo contro qualsiasi minaccia e l'auspicio di poterle usare come strumento di pressione, se non di ricatto, nei rapporti con altri stati inducono alcuni paesi a cercare di dotarsi di un proprio arsenale nucleare, come abbiamo visto bene nei casi recenti di Iran e Corea del Nord. Tutto ciò crea situazioni di altissimo rischio e acuisce il rischio di una proliferazione nucleare incontrollata.
È pertanto una buona notizia che Russia e Stati Uniti abbiano espresso la loro intenzione di riaprire i negoziati in materia di armamenti all'approssimarsi della scadenza dello Start 1, l'accordo siglato da Gorbaciov e Bush Sr. nel 1991 che portò alla più significativa riduzione di testate nucleari attive nella storia (quelle in possesso degli Usa sono oggi poco più di 5mila contro le 24mila del 1987 e le 32mila del 1966). Durante la sua presidenza Bush Jr. ha accelerato il programma di riduzione dell'arsenale nucleare statunitense, raggiungendo in tempi più rapidi del previsto il risultato odierno. Lo ha fatto però in un contesto nel quale gli Usa rigettavano meccanismi multilaterali di gestione e prevenzione del riarmo, esternavano irresponsabilmente su possibili utilizzi di armi nucleari, rivendicavano la legittimità della guerra preventiva e, soprattutto, rilanciavano programmi di difesa anti-missilistica che mettevano in discussione la credibilità del ridotto deterrente nucleare russo. Scelte, queste, che hanno alimentato la propensione di altri soggetti a cercare di dotarsi di armi nucleari o, come nel caso della Russia, ad assumere posizioni più intransigenti. Ora sembra aprirsi finalmente una fase nuova. I primi passi sono stati compiuti da Washington e spetta adesso a Mosca rispondere. Se ciò avverrà sarà finalmente possibile parlare di guerra fredda: quella seconda guerra fredda che dagli anni Sessanta in poi è stata caratterizzata più di tutto dallo sforzo delle due superpotenze di ridurre per via negoziata gli armamenti, e di cui l'accordo Start 1 rappresentò per molti aspetti il risultato più rilevante.

[Il Mattino, 30 marzo 2009]