Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2009

Il discorso di Obama

I simboli sono cruciali. Obama ha scelto di pronunciare il suo discorso di ieri nella vecchia sede degli archivi nazionali, a Washington, dove sono conservati alcuni dei testi sacri della storia statunitense, a partire dalla Dichiarazione d’indipendenza e dalla Costituzione. Affidarsi alla storia degli Stati Uniti serve per rimarcare la straordinarietà, invero la natura non-americana, delle misure adottate dall’amministrazione Bush nella campagna contro il terrorismo. Si cambia, afferma Obama ribadendo la necessità di chiudere il carcere di Guantanamo e di modificare parte della legislazione d’emergenza adottata dopo l’11 settembre, per tornare fedeli ai propri valori e ai propri ideali. Lo si fa perché questi valori e questi ideali sono non solo congruenti con gli interessi di sicurezza del paese, ma funzionali al loro perseguimento. E il cerchio quindi si chiude, laddove il Presidente ribadisce il convincimento che gli Stati Uniti siano in guerra con Al Qaeda, ma che questa guerra possa essere vinta solo se combattuta rispettando “tradizioni legali e istituzioni testate dai tempi” e usando quindi “i valori” dell’America come “bussola” con cui muoversi nelle turbolenti acque della politica internazionale. “Riaffermiamo i nostri valori più cari”, ha affermato Obama, “non solo perché è giusto farlo, ma perché rafforza il nostro paese e ci rende sicuri”.
Il cambiamento promesso da Obama viene iscritto nel solco tracciato dalla storia degli Stati Uniti. Si cambia per tornare alle radici. Per superare un momento in cui in modo “avventato”, ancorché umanamente comprensibile, chi guidava gli Stati Uniti ha pensato che preservare “i principi” su cui l’America si fonda costituisse un “lusso” che non era più possibile “permettersi”. E si cambia riaffermando, con più coraggio ed enfasi retorica del previsto, che chi ha utilizzato certi metodi, chi ha legittimato il ricorso alla tortura si è “collocato dalla parte sbagliata della storia”; perché questi metodi, ha affermato Obama, “non sono ciò che noi siamo. Non sono l’America”.
Le decisioni che conseguono a questo discorso – uno dei più importanti e certo dei più alti che Obama abbia mai pronunciato – sono diverse. Come promesso, e a dispetto delle resistenze politiche, Guantanamo sarà chiusa. Alcuni detenuti verranno trasferiti negli Stati Uniti e lì processati. Altri saranno giudicati da apposite commissioni militari, modificate nelle procedure e nelle tutele garantite alla difesa rispetto a quelle previste dalla legge approvata nel 2006. Laddove possibile, un certo numero di detenuti sarà trasferito in paesi stranieri.
Tutto ciò, afferma Obama, dovrà avvenire senza che si scatenino guerre civili: evitando che le questioni di “sicurezza nazionale” diventino un “cuneo che divide l’America”. È questa la terza componente dell’equazione che contraddistingue il discorso obamiano, dopo la retorica del cambiamento e il ritorno alle radici, ai valori fondanti: la sottolineatura dell’importanza di essere uniti, di superare una volta per tutte le polarizzanti divisioni del passato. A dispetto dell’abilità retorica di Obama, questa invocazione appare poco credibile e difficilmente realizzabile. Perché quello che Obama formula in modo dotto e soave è in realtà un atto d’accusa devastante verso chi l’ha preceduto, accusato esplicitamente di avere simultaneamente sacrificato i principi statunitensi e aumentato l’insicurezza del paese, di essere stato tanto inetto quanto – denuncia più aspra di tutte – non-americano.
Di ciò si è reso certamente conto l’ex vice-presidente Dick Cheney, impegnato da alcune settimane in un’asprissima campagna contro la svolta di Obama. Cheney ha immediatamente replicato al discorso di Obama, accusandolo di mettere a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti, riaffermando la bontà delle scelte adottate dall’amministrazione Bush (grazie alle quali l’11 settembre non è divenuto “il preludio di qualcosa di più grande e assai peggiore”) e, soprattutto, rivendicando il patriottismo di chi quelle scelte ha avuto il coraggio di assumerle e metterle in atto. “È facile ricevere applausi in Europa” chiudendo Guantanamo, ha affermato Cheney affidandosi a un topos antieuropeo ancora popolare nel mondo conservatore statunitense e rovesciando addosso a Obama l’accusa di “un-Americaness”. Perché lo scontro è tra due diverse rivendicazioni di patriottismo: tra che cosa significa essere americani o, meglio, tra cosa possa far cessare di essere buoni americani. I sondaggi ci dicono che a confrontarsi sono un presidente straordinariamente popolare, solare e sicuro di sé e un vice-presidente dai tassi d’impopolarità senza precedenti, incattivito e aspro. Ma quei sondaggi, e i comportamenti recenti di molti senatori, ci mostrano anche quali difficoltà si pongono di fronte a Obama e quante mediazioni egli sarà costretto ad accettare: per continuare a parlare con successo al mondo, come accade con la decisione di chiudere Guantanamo, senza per questo vedere eroso l’indispensabile capitale di consenso politico interno.

(Il Mattino, 22 maggio 2009)