Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2009

I silenzi e i dilemmi di Obama

Alcuni
paesi europei, Gran Bretagna su tutti, condannano severamente la violenta
repressione delle manifestazioni di protesta in Iran. Altrettanto fanno negli
Usa il Senato e la Camera dei Rappresentanti, votando praticamente
all’unanimità due risoluzioni non vincolanti. Obama ha invece a lungo taciuto.
Quando ha parlato, anche nelle ultime due giornate, lo ha fatto con cautela e
attenzione, attirandosi le pesanti critiche non solo dei soliti noti
neoconservatori, ma anche di alcuni commentatori liberal, fino ad ora assai
simpatetici con il Presidente.
Come si
giustifica la circospezione di Obama e quali sono i rischi che sta correndo con
questa scelta? Le ragioni sono abbastanza facili da discernere e si spiegano
sia con l’approccio di politica estera di Obama sia con gli obiettivi che
l’amministrazione si propone di raggiungere in Medio Oriente. Innanzitutto,
Obama e i suoi consiglieri sono consapevoli che una posizione più severa ed
esplicita verso quanto sta accadendo in Iran potrebbe essere interpretata, e
denunciata, come una forma d’ingerenza degli Usa negli affari interni iraniani.
In una situazione che nell’ultima settimana è parsa spesso fluida e mutevole,
si è ritenuto opportuno astenersi  dal
criticare troppo severamente il regime iraniano, evitando di offrirgli appigli
e giustificazioni. Si attende quindi l’evolvere degli eventi, in un quadro che
rimane ancora poco chiaro, in cui è impossibile definire la natura e la portata
di brogli elettorali di cui tutti sono convinti, ma rispetto ai quali mancano
prove certe. La cautela di Obama è inoltre coerente con la filosofia e il
discorso di politica estera del nuovo Presidente. Da candidato e ancor più da
Presidente, Obama si è presentato come campione di pragmatismo e di
concretezza. Per scelta e per convenienza politico-elettorale ha fatto proprio,
e addirittura ostentato, un approccio realista, di cui l’America ha un
disperato bisogno dopo la grande sbronza ideologica degli anni di Bush.  Non a caso, la risposta di Obama alla crisi
iraniana è stata giudicata positivamente dal grande guru del realismo
statunitense, Henry Kissinger.
Infine,
cautela e pragmatismo si spiegano anche in relazione alla politica
mediorientale di Obama e, più nello specifico, alla volontà di  cambiare atteggiamento nei confronti
dell’Iran. In Medio Oriente, Obama punta a coinvolgere tutti i più importanti
soggetti regionali, e quindi anche l’Iran, in un’azione diplomatica che si pone
lo scopo ultimo di risolvere alcuni fronti di tensione, per poi concentrarsi
sulla questione fondamentale dello scontro israelo-palestinese, rispetto alla
quale la capacità d’influenza degli Usa è assai più limitata di quanto non si
creda. Nei confronti dell’Iran, opera la consapevolezza che il problema
fondamentale è un programma nucleare rispetto al quale le posizioni di Moussavi
non differiscono in alcun modo da quelle di Ahmadinejad.
Il
realismo obamiano è dunque comprensibile e finanche apprezzabile. Eppure lascia
irrisolti, e anzi rischia di esasperare, molti dilemmi. Come altri realismi del
passato, potrebbe essere paradossalmente poco “realistico” e minare alla base
quel doppio consenso, interno e internazionale, che Obama è riuscito a
costruire e che ha finora rappresentato una risorsa straordinaria per la sua
politica estera. Fuori dagli Usa, quella di Obama rischia di apparire a molti
una posizione cinica e spregiudicata, che appanna l’appeal globale della sua
figura e del suo messaggio. All’interno degli Stati Uniti, Obama si trova
improvvisamente sulla difensiva e vede una prima, piccola erosione del suo
capitale politico. Ha certamente ragione, il Presidente, quando ricorda che,
nel merito, trattare con Moussavi non sarà diverso dal farlo con Ahmadinejad. I
problemi sul tavolo saranno gli stessi, chiunque sia il vincitore delle
elezioni. Ma negoziare con un Ahmadinejad 
eletto con modalità dubbie e difeso per il tramite di un violento
soffocamento della protesta diventerebbe quasi impossibile per Obama.  Ogni giorno che passa, e ogni ulteriore
inasprimento della repressione, riduce le possibilità di aprire un serio
dialogo tra Iran e Stati Uniti. Obama si trova, come altre volte in questi
primi mesi di Presidenza, a operare su di un crinale sottile e scivoloso.
Rischia di bruciare una parte non marginale del consenso costruito fino ad oggi
e, qualora non cambiasse all’improvviso la situazione in Iran, si troverà
costretto ad assumere una posizione più netta, risolvendo alcune delle
ambiguità che ne hanno finora contraddistinto la risposta alla crisi iraniana.

[Il Mattino, 21 giugno 2009]

Il viaggio di Obama: un bilancio

Il bilancio del viaggio di Obama in Europa e Medio Oriente è in larga
misura positivo. Dalla reazione dei media e dai primi sondaggi sembra infatti
che sia stato raggiunto l’obiettivo di dare un’ulteriore segnale di discontinuità,
retorica e pratica, alla politica estera statunitense.
Obama si è trovato a parlare a una pluralità di soggetti: Israele, un
mondo arabo variegato e composito, gli alleati europei, l’opinione pubblica
statunitense, gli stessi fondamentalisti islamici. Soggetti che ovviamente
chiedono e si aspettano cose diverse, se non antitetiche. Come già in altre
occasioni – si pensi al suo importante discorso all’Università di Notre Dame –
Obama non si è sottratto alla discussione e al confronto con queste richieste.
Ha riconosciuto la validità, almeno parziale, delle posizioni di molti dei suoi
interlocutori, ha riaffermato le proprie ragioni e ha sempre cercato di trovare
una via mediana, con cui portare a sintesi le differenze, ricomporre le
fratture e, se possibile, risolvere le contraddizioni.
Uno sforzo, questo, suffuso in una prosa ecumenica e universale,
centrata su quattro categorie fondamentali. La prima è quella di pluralismo:
religioso, culturale e politico. Il dialogo e l’interazione – ha affermato Obama
– passano attraverso il riconoscimento dell’altro e della sua diversità. Attraverso
la conoscenza, lo scambio e il rispetto. 
Perché un mondo davvero globale è un mondo non omologato. Lo scarto con
l’universalismo bushiano è qui netto. Ed è uno scarto che, una volta di più,
Obama può giustificare grazie alla sua biografia: cosmopolita, sincretica,
improbabile. Una biografia diventata oggi non solo la biografia dell’America,
ma anche quella potenziale di un mondo che in Obama ha trovato simbolicamente un
leader globale.
La seconda categoria, centrale rispetto ai temi della sicurezza, è
quella d’interdipendenza. La sicurezza è collettiva – di tutti – o non è. Non
esistono scorciatoie unilaterali: nel nucleare, la cui proliferazione
rappresenta una minaccia da affrontare subito, o in Medio Oriente, dove la
nascita di uno stato palestinese è stata presentata nel discorso al Cairo come
“nell’interesse d’Israele, della Palestina, dell’America e del mondo” intero.
La terza categoria, questa sì scivolosa e rischiosa, è quella di
progresso. Obama si è soffermato sui temi dello sviluppo e della modernizzazione,
cercando di aggirare non senza ambiguità il dilemma che si pone oggi in Medio
Oriente. Parlare di “promozione della dignità”, di sostegno all’imprenditoria,
di educazione e volontariato permette infatti di sostituire lo slogan, ormai
screditato, dell’esportazione della democrazia senza rinunciare a quell’afflato
messianico che da sempre qualifica il discorso di politica estera statunitense.
La quarta e ultima categoria, utilizzata soprattutto nei disc0rsi
europei, è quella di memoria. La storia, con i suoi orrori e drammi, è stata
evocata per riaffermare l’indissolubilità del legame transatlantico e di quello
con Israele. E la stessa storia è stata brandita con forza nei confronti di
chi, come Ahmadinejad, la nega o crede non se ne debba tenere conto. In questa
chiave, la preservazione della memoria non solo non stride con l’enfasi sulla
discontinuità e il cambiamento, ma ne costituisce la condizione essenziale.
È un discorso, quello obamiano, alto, abile e, anche, furbo. Ma è un
discorso che lascia aperti dei problemi e in una certa misura ne apre di nuovi.
Obama alza ulteriormente la barra delle aspettative, soprattutto nel mondo
arabo. Se questa retorica e queste promesse non saranno sostanziate da
risultati concreti – a partire dal processo di pace israelo-palestinese,
rispetto al quale il margine d’azione degli Usa rimane peraltro limitato – la
disillusione potrebbe radicalizzare ulteriormente lo scontro. La sottolineatura
della natura speciale delle relazioni con l’Europa e con Israele stride
inevitabilmente con il messaggio globale ed ecumenico di Obama, che mette
deliberatamente da parte quella retorica e quelle categorie “occidentaliste” su
cui queste relazioni speciali si sono storicamente fondate. Più di tutto,
l’enfasi su modernizzazione e sviluppo apre una serie di dilemmi e in Medio
Oriente rischia davvero di far detonare quelle contraddizioni che Obama ha
cercato, almeno retoricamente, di sanare. Le linee di frattura – sociali,
religiose, politiche – rimangono plurime. Difficile immaginare esista una
figura capace quanto Obama d’incarnare il superamento di queste fratture.
Difficile, però, anche credere che oggi ciò possa bastare.

(Il Mattino, 8 giugno 2009)