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Archivi Luglio 2009

Obama ha deciso d'investire pesantemente nella battaglia politica per la riforma del sistema sanitario. Se ne era finora tenuto ai margini, lasciando autonomia alla leadership democratica al Congresso, auspicando la costruzione di un ampio consenso bipartisan e sottolineando così la necessità che la riforma avvenisse in forma il più possibile consensuale. Non è stato così. I democratici si sono rivelati divisi e incerti. I repubblicani ritengono di avere finalmente individuato un tema vincente, sul quale mettere in crisi il Presidente. L'opinione pubblica assiste disorientata, timorosa di fronte a una riforma costosa e alla prospettiva che essa sia finanziata con inevitabili aumenti dell'imposizione fiscale, sia pure limitati ai redditi più alti.
Con il discorso di ieri Obama ha reso chiaro che non si faranno marce indietro. Che sulla sanità nei mesi a venire si giocherà una partita politica decisiva, destinata a consolidare la forza, politica e istituzionale, del Presidente o a indebolirlo in modo rilevante, con gli inevitabili riverberi elettorali alle elezioni di mid-term del 2010. I pilastri fondamentali del disegno di legge in discussione sono tre: la creazione di un sistema di assicurazione pubblica, competitivo con (e integrativo a) quelli privati; il divieto per le compagnie assicurative di rifiutare la garanzia di copertura a malati cronici; la cancellazione dei limiti sulla copertura massima offerta dalle compagnie. A ciò si dovrebbero aggiungere una serie di economie di scala, attraverso un miglioramento delle prestazioni mediche e un loro più rigoroso e severo monitoraggio.
Obama ha giustificato la riforma presentandola sia come un imperativo morale sia, soprattutto, come una necessità economica. Le spese sanitarie negli Stati Uniti sono da tempo fuori controllo, eppure quasi 50 milioni di americani sono privi di assicurazione. I costi dell'assicurazione medica pesano sulle imprese, in particolare quelle piccole e medio-piccole, e, alzando il costo del lavoro, impediscono la crescita dei salari e dei consumi.
La risposta repubblicana non si è fatta attendere. Le obiezioni specifiche sono molteplici e vanno dalla richiesta di porre dei limiti alla possibilità d'intraprendere azioni legali contro medici e ospedali alla sollecitazione ad introdurre degli incentivi per coloro che s'impegnano ad abbandonare comportamenti che facilitano la diffusione di malattie altrimenti prevenibili. Lo scontro vero e proprio ruota però ad alcune questioni generali, sulle quali si misurerà la portata del cambiamento politico e culturale in atto negli Stati Uniti. Le critiche dei repubblicani, infatti, non si concentrano solo sui costi previsti della riforma, stimati tra i mille e i mille e cinquecento miliardi di dollari in un decennio. Ad essere denunciata è la filosofia, che noi chiameremo statalista, delle proposte democratiche. Alla mano pubblica si chiede non solo di svolgere una funzione d'integrazione delle assicurazioni private, ma anche di competere con esse, con l'obiettivo ultimo di ridurre i costi ed estendere la copertura. È, questo, un Pubblico che non si limita quindi a un semplice ruolo di regolamentazione e di supplenza, ma acquisisce un volto che, per una parte rilevante del paese, rimane politicamente scorretto se non inaccettabile. E lo fa - seconda questione nodale - imponendo un aumento dell'imposizione fiscale. Si dibatte oggi delle modalità di questa tassazione straordinaria e della soglia di reddito oltre la quale essa dovrà scattare: i 350mila euro per nucleo familiare proposti in alcuni disegni di legge, il milione di dollari per famiglia indicato ieri da Obama, le riduzioni delle deduzioni fiscali per le assicurazioni più costose proposte da taluni. Chiedendo esplicitamente dei soldi ai contribuenti si sfida però un altro tabù - quello della riduzione delle tasse - che ha dominato il dibattito politico dagli anni Settanta e tanto ha contribuito all'egemonia conservatrice dell'ultimo trentennio.
Sulla sanità Obama ha deciso di rischiare come non aveva mai fatto in questi sei mesi di presidenza. Da Truman a Clinton i presidenti democratici hanno sempre fallito nel loro tentativo di creare un sistema sanitario universale. I mesi a venire ci diranno se anche su questo Obama riuscirà a vincere una scommessa che, ora come ora, appare davvero molto rischiosa.

[Il Mattino, 24 luglio 2009]

Sarah Palin

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È vero che a voler volare troppo vicino al sole ci si brucia le ali, ma è difficile non simpatizzare almeno un po' oggi per Sarah Palin. Che, e spero di non sbagliarmi, è stata davvero stritolata nel brutale tritacarne della politica statunitense e non credo proprio possa ambire a dominare un partito repubblicano radicalizzato, minoritario  e "know-nothing", come ha sostenuto invece ieri Frank Rich sul New York Times

È difficile non rimanere colpiti da un Obama che si piega scherzosamente per la foto con la presidente della provincia dell'Aquila, stringe la mano uno ad uno ai vigili del fuoco, corre in ritardo verso il podio della foto di gruppo, applaudito e cercato dagli altri capi di stato.
Che Obama sia un comunicatore abile, dotto e sofisticato lo sappiamo oggi fin troppo bene. Alcuni dei suoi discorsi degli ultimi due anni sono dei capolavori di retorica politica. Ma col tempo il contenuto del suo messaggio è stato reso sempre più efficace e incisivo dal medium del messaggio medesimo: dal corpo di Obama. Le movenze, la postura e un body language asciutto, ma sicuro e coinvolgente, hanno infatti ulteriormente rafforzato la forza comunicativa del discorso obamiano.
Inizialmente non fu così. Il successo e l'ascesa al potere hanno conferito quel di più - in termini di sicurezza e levità - che si rivela oggi decisivo. Molti ricordano i primi dibattiti all'inizio delle interminabili primarie democratiche, dove un Obama impacciato e fuori ruolo risultò spesso schiacciato dalla preparazione della Clinton, dalla competenza di Biden, dalla freschezza populista - a metà strada tra Big Jim e Bruce Springsteen - di John Edwards. Il tempo e le vittorie elettorali hanno cambiato questa situazione. Il corpo di Obama è progressivamente diventato quello dell'America. O, meglio, delle Americhe e delle sue tante incarnazioni ideali: quella che gioca spensierata con i figli; quella che anche a 47 anni realizza canestri in sospensione da 7 metri (lasciando a bocca aperta i soldati che osservano ammirati il loro futuro comandante in capo); quella che passeggia dinoccolata, ondeggiando come Denzel Washington; quella che balla splendidamente; quella, infine, che di fronte ai problemi e alle tragedie si rimbocca le maniche e mostra tutta la sua sobria e rigorosa competenza.
Da quando la politica si è fatta televisione, l'apparenza e, appunto, il corpo sono diventati cruciali. Dopo Eisenhower e Truman, gli ultimi presidente pre-televisivi, non ci sono più stati presidenti bassi o calvi negli Stati Uniti. L'America - che ha nel presidente l'unica carica elettiva nazionale e che in esso quindi vede, e vuol vedere, la propria rappresentazione ideale - si specchia nel corpo e nelle movenze del proprio leader. Corpo e movenze che, nel caso di Obama, portano con sé quella pluralità di Americhe racchiuse nella sua figura e nella sua improbabile biografia. Ma corpo e movenze che fanno di Obama anche un potenziale leader globale, come vediamo bene in queste giornate del G-8 abruzzese. E nella empatia che riesce a trasmettere, nell'ammirazione che alimenta, nell'austerità che esprime, il corpo di questo leader televisivo globale torna paradossalmente a sacralizzarsi: a essere perfetto, idealizzabile e, quindi, quasi irraggiungibile.
È illusione, ci mancherebbe. L'ultimo grande leader americano a proiettare un'immagine simile - a divenire icona da t-shirt assieme a Marilyn e James Dean - fu John Kennedy. Simbolo di una generazione nuova, che nelle rappresentazioni dell'epoca combinava dinamismo, freschezza, competenza e rigore. E presidente invece inefficace, incline al compromesso, piegato da malanni fisici dolorosissimi, che lo rendevano quasi infermo.
La politica ha però bisogno di miti, illusioni e corpi ideali per costruire quel consenso che le è necessario. Non bastano, ovviamente; ma sono indispensabili. Anche su questo i successi di Obama - effimeri o meno essi siano destinati a rivelarsi - sono oggi indubbi.

[Il Mattino, 10 luglio 2009]

Robert McNamara

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È morto oggi Robert McNamara. È difficile trovare un uomo che abbia simboleggiato meglio la generazione dei Best & Brightest che guidò l'America negli anni Sessanta. Che ne abbia incarnato le straordinarie competenze, il fideismo tecnocratico, i sogni progressisti e modernizzatori, ma anche l'hubris- ingenua, ottimista e non di rado arrogante - le contraddizioni e, in ultimo, i drammi. La generazione, in altre parole, che credeva davvero possibile trasformare il Vietnam, e che finì col bombardarlo per modernizzarlo, distruggerlo per salvarlo. Diversamente da altri, McNamara ha provato a fare i conti con queste contraddizioni e con i propri errori. Ci è riuscito solo in parte, ma ha lasciato nel documentario "Fog of War" alcune riflessioni uniche, sulla guerra in particolare, che meritano oggi di essere riviste (per chi ha fretta, si vedano soprattutto i minuti 35-43)

I marines hanno lanciato oggi la maggior operazione militare di terra da quella del 2004 a Fallujah, in Iraq. Il teatro è quello dell'Afghanistan sud-occidentale: la regione del fiume Helmand, dove i talebani hanno progressivamente consolidato la propria presenza promovendo azioni di guerriglia che le forze britanniche lì presenti non sono riuscite a contenere e fronteggiare.
L'operazione, che dà di fatto inizio al nuovo corso promesso da Obama in Afghanistan, risponde a considerazioni di ordine strategico, ma ha anche un implicito significato politico. Obama non può dirlo, ma l'intensificazione dell'impegno statunitense in Afghanistan riflette il convincimento che anche nel teatro afgano si possano applicare le ricette testate a partire dal 2006 in Iraq. Per questo è fondamentale riacquisire il pieno controllo del territorio, soprattutto quelle aree dove più forte è la presenza talebana. L'arida valle dell'Helmand è una di queste ed è anche una regione dove si coltiva una parte importante dell'oppio attraverso cui si finanzia la guerriglia. Prosciugare questa fonte di reddito vuol dire limitarne di molto la capacità operativa. Ripristinare condizioni elementari di sicurezza nell'area significa porre le precondizioni per normalizzarne la vita, promuovere lo sviluppo economico e - nel circolo virtuoso di un modello liberal di crescita, progresso e modernizzazione - costruire il consenso tra la popolazione che è indispensabile per rafforzare il governo centrale e indebolire i talebani. Si tratta di una strategia classica di nation-building, centrata sul binomio sicurezza-sviluppo e sulla stabilizzazione politica che esso dovrebbe garantire.
Ma l'offensiva serve anche per dare un chiaro messaggio politico: al governo afgano, al Pakistan e, anche, agli alleati europei. Gli Stati Uniti usano le truppe aggiuntive portate in Afghanistan per cercare di stabilire una presenza permanente laddove le forze afgane e quelle NATO non vi sono riuscite. Mostrano la loro risolutezza nel promuovere una escalation sia dell'azione militare sia dei programmi di sviluppo civile. Nel farlo chiedono però che essa sia pareggiata da un maggiore impegno degli alleati della NATO e di Kabul e testano, una volta ancora, l'effettiva volontà e capacità del Pakistan di partecipare alla campagna contro i talebani. L'offensiva spinge infatti questi ultimi verso le zone di confine e obbliga l'esercito pakistano a impegnarsi maggiormente nell'area.
Obama è stato quindi di parola. Ha affermato che è l'Afghanistan il fronte principale della campagna globale contro il terrorismo e ha agito di conseguenza. I rischi che corre sono davvero tanti. La storia non offre molti esempi riusciti di operazioni di nation-building quale quella che gli Usa intendono promuovere in Afghanistan. La stessa surge in Iraq andrà testata nei mesi a venire, in concomitanza con la progressiva ritirata delle truppe statunitensi. La prospettiva di un Afghanistan pacificato e controllato dal governo di Kabul appare quanto mai futuribile. I probabili successi militari dell'offensiva dovranno essere confermati nelle settimane e nei mesi successivi, quando i soldati statunitensi e afgani dispiegati nella regione si troveranno a fare i conti con una guerriglia che ha già dimostrato di saper approfittare delle opportunità offerte da una presenza stanziale di soldati avversari in virtù della quale essi si trasformano spesso in facili bersagli. Non è certo che il messaggio venga infine recepito dagli alleati europei, a maggior ragione se queste difficoltà dovessero manifestarsi rapidamente. Resta, infine, il dilemma rappresentato dal Pakistan. Sulla cui tenuta nessuno può scommettere e che rischia di essere ulteriormente destabilizzato dalla nuova iniziativa statunitense. L'inazione in Afghanistan non è possibile, politicamente e militarmente; l'azione apre dilemmi e rischia di far peggiorare la situazione. Diversamente da altre aree di crisi, in Afghanistan gli Stati Uniti sono però il soggetto agente: quello le cui decisioni e scelte potranno risultare decisive. Ed è per questo che sull'Afghanistan Obama si gioca molto, forse più che su qualsiasi altra questione di politica estera e di sicurezza.

[Il Mattino, 2 luglio 2009]