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Obama e la CIA

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Il tema degli abusi commessi dai servizi d'intelligence statunitensi nella lotta al terrorismo torna al centro della scena. Obama ha deciso di sottrarre alla CIA le competenze sugli interrogatori e di nominare un'apposita unità, che sarà coordinata dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e risponderà quindi direttamente alla Casa Bianca. Pur con molti omissis è stato finalmente pubblicato il rapporto elaborato dall'ispettore generale della CIA nel 2004, che rivela sia gli abusi compiuti da alcuni agenti dell'agenzia durante gli interrogatori di sospetti terroristi sia le divisioni presenti all'interno della CIA sui metodi utilizzati e sulla loro legalità. Infine, il ministro della Giustizia Eric Holder ha deciso di nominare un procuratore indipendente per decidere se incriminare o meno gli agenti coinvolti negli interrogatori.
Obama avrebbe voluto evitare tutto ciò. Le inchieste, e le inevitabili polemiche che le accompagnano, rischiano di riaprire antiche ferite e inasprire lo scontro politico, acuendo la polarizzazione partitica già in atto, proprio quando una qualche forma di collaborazione bipartisan appare particolarmente necessaria per promuovere alcune importanti riforme.
Lasciare alle spalle gli anni di Bush e Cheney non è però possibile. Già irritata per altre concessioni di Obama e per quello che ritiene essere un insufficiente impegno della Casa Bianca sulla questione della riforma del sistema sanitario, la sinistra democratica chiede un'indagine incisiva che vada ad accertare anche le responsabilità della precedente amministrazione. Le influenti associazioni per la difesa dei diritti umani e civili chiedono venga fatta luce sulle eventuali illegalità compiute e beneficiano di un nuovo clima politico e culturale, nel quale la giustizia si rivela assai più ricettiva verso le loro richieste. Soprattutto, è ormai accertato che abusi e torture vi sono stati in quantità tale da non poter più essere semplicemente rubricati come semplici errori o eccessi di zelo di alcuni funzionari. Tra il 2001 e il 2004 agenti dei servizi d'intelligence e contractors privati hanno torturato per estorcere informazioni a presunti terroristi e lo hanno fatto con l'autorizzazione del dipartimento della Giustizia e l'investitura - esplicita o meno questo è da accertare - delle più alte cariche dello stato, a partire dal vice-Presidente, dal ministro della Giustizia e da quello della Difesa.
Nell'occhio del ciclone vi è ora la CIA. È uno strano destino quello dell'agenzia centrale d'intelligence. Essa esce pesantemente indebolita dagli otto anni di Bush, durante i quali il suo peso istituzionale si è molto ridotto. Ciò è però avvenuto per ragioni diverse se non opposte tra loro. Fu infatti la prima amministrazione Bush a sottrarre inizialmente competenze e funzioni a una CIA i cui analisti non offrivano quelle stime sui programmi militari di Saddam Hussein richieste dal Pentagono e dalla Casa Bianca per poter giustificare l'intervento militare in Iraq. Fu l'allora direttore della CIA, George Tenet, a capitolare infine alle pressioni e a fornire l'intelligence contraffatta sulle armi di distruzione di massa del regime iracheno che gli sarebbero poi costate le dimissioni e avrebbero grandemente indebolito la stessa agenzia. Ed è oggi la CIA a pagare più di tutti per il coinvolgimento di alcuni membri della sua componente operativa in un programma di lotta al terrorismo i cui metodi, ci rivela oggi il rapporto dell'ispettore generale, molti all'interno della stessa CIA contestavano e rigettavano.
Tra le funzioni non scritte dell'agenzia d'intelligence vi è però anche quello di fungere da capro espiatorio e di coprire chi ha responsabilità politiche. Accade oggi; è accaduto più volte in passato. È però possibile che ciò non basti. Un'inchiesta che si fermasse al primo livello di responsabilità, agli esecutori materiali, difficilmente soddisferà i liberal e le associazioni per la difesa dei diritti umani. Spingersi oltre rischia però di scatenare una mezza guerra civile, come l'attivismo di Cheney e del mondo conservatore mostra bene. Non fare nulla non era peraltro più possibile, sia politicamente sia legalmente. E Obama si trova così suo malgrado ad affrontare dilemmi e problemi di cui, oggi come oggi, avrebbe fatto volentieri a meno.

[Il Mattino, 26 agosto 2009]