Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2009

Il discorso di Obama e la riforma del sistema sanitario

Come già in passato, Obama ha deciso di affrontare un momento politico particolarmente difficile parlando alla Nazione. Perché di questo si è trattato. Non di un discorso a un Congresso riottoso, diviso e indisciplinato, i cui membri difficilmente cambieranno idea nelle settimane a venire. Ma un appello all’opinione pubblica e a coloro che pur non condividendo gli eccessi repubblicani di queste settimane, o addirittura votando democratico, guardano con perplessità alle proposte di riforma del sistema sanitario.
Come è possibile che sia così? Come si può essere scettici o perplessi verso una riforma di un sistema sanitario iniquo, inefficiente e straordinariamente costoso come quello americano? Un sistema che brucia il 16% del PIL, assorbe risorse ingenti delle imprese rendendole meno competitive, lascia quasi 50 milioni di americani privi di copertura alcuna e altre decine di milioni con un servizio talora scandalosamente parziale?
La risposta più comune che si sente in questi giorni è che le proposte in discussione vadano contro alcuni fondamentali principi statunitensi. Che esse assegnino al pubblico un ruolo e una presenza inaccettabili per gran parte degli americani. Che siano espressione di una filosofia “statalista” incompatibile con l’America: con la sua storia, i suoi principi e i suoi valori.
È però difficile credere che sia questo il vero problema. La mano pubblica è già fortemente presente nella sanità, con programmi fondamentali come Medicare e Medicaid. Le proposte in discussione sono moderate e assai lontane dal prospettare la creazione di sistemi pubblici simili a quelli europei, che una parte della sinistra democratica considera esempi da imitare. Nei mesi passati, la stessa opinione pubblica ha accettato forme ben più pesanti e invasive d’intervento pubblico, che hanno portato, di fatto, un presidente a licenziare l’amministratore delegato di General Motors e a dire quali auto la compagnia avrebbe dovuto produrre.
Il problema, e le conseguenti difficoltà politiche di Obama, risiedono altrove. E stanno nel fatto che una parte d’America è tutto sommato soddisfatta del tipo di copertura medica di cui essa oggi gode, mentre un’altra parte d’America guarda con estrema preoccupazione a un ulteriore aumento della spesa pubblica e alla crescita del deficit che ne conseguirebbe. Si tratta di due pezzi di Stati Uniti elettoralmente rilevanti e politicamente influenti. Forse i più importanti in assoluto. Da un lato abbiamo gli anziani, beneficiari dell’eccellente copertura sanitaria che Medicare garantisce nella quasi totalità dei casi, e quei lavoratori con alte qualifiche e redditi conseguenti che possono permettersi ottime assicurazioni o le ottengono tramite contratti di lavoro particolarmente favorevoli. Dall’altro abbiamo una fetta consistente d’elettorato indipendente, che di Bush aveva detestato anche l’irresponsabilità fiscale e che è spaventata dai costi potenziali della riforma sollecitata da Obama. I repubblicani hanno compreso di poter sfruttare questa situazione per uscire da una condizione di marginalità in cui erano stati relegati negli ultimi mesi. Hanno offerto una giustificazione ideologica a perplessità che spesso ideologiche non sono. Lo hanno fatto con una violenza e una radicalità per certi aspetti sconcertanti, ma che superata la tempesta potrebbero anche finire per nuocere loro.
Non era però a questi repubblicani che Obama si rivolgeva ieri, se non quando denunciava con asprezza le menzogne, il cinismo e l’irresponsabilità di chi spesso guida la mobilitazione contro la riforma. La moderazione del discorso di Obama non era diretta ai membri repubblicani del Congresso, con i quali sarà assai difficile costruire qualsiasi collaborazione bipartisan. Serviva invece a placare le paure di chi è ostile alla riforma perché ne teme le conseguenze, in termini di costi e di peggioramento del servizio di cui una parte d’America – non la totalità, ma una parte rilevante – oggi beneficia. E serviva anche a offrire una sintesi alle varie anime di un partito, quello democratico, indisciplinato e privo di leadership, che in questi mesi non ha offerto un grande spettacolo al Congresso.
Le difficoltà di Obama sono evidenti. Le lobby assicurative sono mobilitate per affondare la riforma. Tra i pezzi d’opinione pubblica che la osteggiano vi sono spesso cittadini attivi politicamente, capaci di essere coinvolti in forme d’azione assai incisiva. Tra i democratici prevalgono non di rado interessi di bottega e la posizione di molti parlamentari è condizionata da considerazioni elettorali, che s’intensificano all’approssimarsi della scadenza elettorale del 2010. Obama ha mostrato ieri di voler svolgere un ruolo attivo e diretto nella contesa. Nella consapevolezza che un fallimento avrebbe delle ripercussioni pesanti per la sua amministrazione, ma addirittura devastanti per il partito democratico.

Il Mattino, 11 Settembre 2009

Il ritorno degli Stati Uniti

Questa è una sintesi dell’intervento che terrò sabato al festival Con-Vivere a Carrara (http://www.con-vivere.it/) e che “Europa” ha pubblicato oggi sulle pagine della Cultura

Libertà e Impero sono termini e categorie che si sono sempre
intrecciate nella storia degli Stati Uniti. Fu per separarsi da un
impero che le colonie nordamericane della Gran Bretagna combatterono
una guerra per l’indipendenza e per una libertà definita in modo nuovo
e per certi aspetti radicale. I nuovi Stati Uniti d’America
procedettero però subito a edificare un altro impero – un impero “della
e per” la libertà, come affermò Thomas Jefferson – per proteggere
questa fragile e contraddittoria libertà, ma anche per consolidarla e,
infine, diffonderla e universalizzarla. La partecipazione degli Usa
alla corsa imperiale di fine ‘800 rappresentò non solo la via per
entrare pienamente nel mondo, partecipando alla “missione” che le
potenze “civilizzate” si erano arrogate, ma anche un modo per difendere
la libertà repubblicana, minacciata da tensioni sociali e politiche
interne e da una crisi economica che non aveva precedenti nella storia
del paese. Nel corso del ‘900, l’inarrestabile ascesa della potenza
statunitense si combinò con l’affermarsi di un discorso anti-imperiale
che avrebbe dominato il dibattito pubblico e politico negli Stati
Uniti. Nondimeno, questo ostentato anti-imperialismo si conciliava solo
in parte con la piena maturazione di una superiorità economica,
culturale e militare destinata a fare degli Stati Uniti una potenza
ancor più imperiale.

Nell’impero
peculiare e non più territoriale che gli Usa avrebbero edificato dopo
la Seconda Guerra Mondiale tornava a manifestarsi il convincimento, più
volte rimodulato nella storia statunitense, che esistesse un legame
strettissimo tra la sicurezza degli Stati Uniti, la protezione della
libertà repubblicana e l’estensione dell’influenza statunitense nel
mondo, nelle varie forme in cui questa poteva essere promossa.
Nel
Ventesimo secolo questo connubio tra espansione e sicurezza/libertà ha
funzionato con successo perché il soggetto imperiale – gli Stati Uniti
– ha mostrato di essere dotato di un’impareggiabile capacità egemonica.
Gli Usa sono risultati talmente magnetici e attraenti (come modello),
talmente superiori (come potenza) e talmente convincenti (come
interlocutore) che gli altri stati hanno infine accettato la
legittimità del loro primato e della loro leadership.
È difficile
trovare nella storia un altro paese capace quanto gli Stati Uniti di
possedere questi attributi e di costruire per il loro tramite
un’egemonia negoziata e consensuale, e pertanto doppiamente efficace e
pervasiva. Il tramite per il quale si è esercitata la leadership
statunitense è stato rappresentato dalla rete d’interdipendenze globali
sviluppatesi nel corso del ‘900 e parzialmente istituzionalizzate con
le norme e le organizzazioni che hanno vieppiù regolamentato le
relazioni internazionali. Della crescente normazione di un ordine
mondiale liberale, gli Usa sono stati indubbi protagonisti. Congruente
con i valori statunitensi e funzionale agli interessi di Washington,
questo processo ha permesso agli Stati Uniti di dispiegare il proprio
primato e d’includervi, con un ruolo di partner minori e
inevitabilmente subordinati, nuovi e vecchi rivali. Ma quest’ordine ha
finito per imporre vincoli e costrizioni agli stessi Usa, che si sono
trovati inclusi in una rete di interdipendenze plurime alle quali anche
l’unica superpotenza rimasta doveva in ultimo soggiacere.
Il
paradosso è evidente. Gli Usa hanno costruito ed ampliato la propria
egemonia per il tramite dell’interdipendenza; questa interdipendenza,
però, ha finito per limitare la sovranità e, in ultimo la libertà
d’azione, degli stessi Stati Uniti. La tensione si è fatta
particolarmente forte nell’ultimo trentennio, in concomitanza con il
ritorno all’interno degli Stati Uniti di un discorso fortemente
nazionalista che fa del ripudio delle organizzazioni internazionali e
del multilateralismo uno dei suoi tratti distintivi. Con doloso
impegno, George W. Bush ha proceduto a delegittimare le fondamenta di
un ordine internazionale che in passato aveva ben servito interessi e
ideali statunitensi. Facendolo, ha eroso l’elemento fondamentale
dell’egemonia statunitense.
Obama offre oggi un messaggio potente,
ecumenico e inclusivo, che mette al centro della scena la stessa
improbabile biografia del presidente: meticcia, sincretica e, per molti
aspetti, globale. Con Obama l’America non solo è tornata nel mondo, ma
è tornata a rappresentarsi come il mondo. Il successo da questo punto
di vista è inequivoco e fino a qualche tempo fa assolutamente
inimmaginabile. Si tratta però di un successo parziale e non
sufficiente, che deve essere consolidato attraverso il ripensamento e
il rafforzamento di un ordine internazionale oggi fragile e in larga
misura delegittimato.
E che passa, in ultimo, dalla capacità di
Obama di tornare a rendere accettabile e, addirittura, invocata una
leadership, quella degli Stati Uniti, che non ha sostituti potenziali,
ma che suscita oggi forti ostilità e resistenze.