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Il ritorno degli Stati Uniti

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Questa è una sintesi dell'intervento che terrò sabato al festival Con-Vivere a Carrara (http://www.con-vivere.it/) e che "Europa" ha pubblicato oggi sulle pagine della Cultura

Libertà e Impero sono termini e categorie che si sono sempre intrecciate nella storia degli Stati Uniti. Fu per separarsi da un impero che le colonie nordamericane della Gran Bretagna combatterono una guerra per l'indipendenza e per una libertà definita in modo nuovo e per certi aspetti radicale. I nuovi Stati Uniti d'America procedettero però subito a edificare un altro impero - un impero "della e per" la libertà, come affermò Thomas Jefferson - per proteggere questa fragile e contraddittoria libertà, ma anche per consolidarla e, infine, diffonderla e universalizzarla. La partecipazione degli Usa alla corsa imperiale di fine '800 rappresentò non solo la via per entrare pienamente nel mondo, partecipando alla "missione" che le potenze "civilizzate" si erano arrogate, ma anche un modo per difendere la libertà repubblicana, minacciata da tensioni sociali e politiche interne e da una crisi economica che non aveva precedenti nella storia del paese. Nel corso del '900, l'inarrestabile ascesa della potenza statunitense si combinò con l'affermarsi di un discorso anti-imperiale che avrebbe dominato il dibattito pubblico e politico negli Stati Uniti. Nondimeno, questo ostentato anti-imperialismo si conciliava solo in parte con la piena maturazione di una superiorità economica, culturale e militare destinata a fare degli Stati Uniti una potenza ancor più imperiale.
Nell'impero peculiare e non più territoriale che gli Usa avrebbero edificato dopo la Seconda Guerra Mondiale tornava a manifestarsi il convincimento, più volte rimodulato nella storia statunitense, che esistesse un legame strettissimo tra la sicurezza degli Stati Uniti, la protezione della libertà repubblicana e l'estensione dell'influenza statunitense nel mondo, nelle varie forme in cui questa poteva essere promossa.
Nel Ventesimo secolo questo connubio tra espansione e sicurezza/libertà ha funzionato con successo perché il soggetto imperiale - gli Stati Uniti - ha mostrato di essere dotato di un'impareggiabile capacità egemonica. Gli Usa sono risultati talmente magnetici e attraenti (come modello), talmente superiori (come potenza) e talmente convincenti (come interlocutore) che gli altri stati hanno infine accettato la legittimità del loro primato e della loro leadership.
È difficile trovare nella storia un altro paese capace quanto gli Stati Uniti di possedere questi attributi e di costruire per il loro tramite un'egemonia negoziata e consensuale, e pertanto doppiamente efficace e pervasiva. Il tramite per il quale si è esercitata la leadership statunitense è stato rappresentato dalla rete d'interdipendenze globali sviluppatesi nel corso del '900 e parzialmente istituzionalizzate con le norme e le organizzazioni che hanno vieppiù regolamentato le relazioni internazionali. Della crescente normazione di un ordine mondiale liberale, gli Usa sono stati indubbi protagonisti. Congruente con i valori statunitensi e funzionale agli interessi di Washington, questo processo ha permesso agli Stati Uniti di dispiegare il proprio primato e d'includervi, con un ruolo di partner minori e inevitabilmente subordinati, nuovi e vecchi rivali. Ma quest'ordine ha finito per imporre vincoli e costrizioni agli stessi Usa, che si sono trovati inclusi in una rete di interdipendenze plurime alle quali anche l'unica superpotenza rimasta doveva in ultimo soggiacere.
Il paradosso è evidente. Gli Usa hanno costruito ed ampliato la propria egemonia per il tramite dell'interdipendenza; questa interdipendenza, però, ha finito per limitare la sovranità e, in ultimo la libertà d'azione, degli stessi Stati Uniti. La tensione si è fatta particolarmente forte nell'ultimo trentennio, in concomitanza con il ritorno all'interno degli Stati Uniti di un discorso fortemente nazionalista che fa del ripudio delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo uno dei suoi tratti distintivi. Con doloso impegno, George W. Bush ha proceduto a delegittimare le fondamenta di un ordine internazionale che in passato aveva ben servito interessi e ideali statunitensi. Facendolo, ha eroso l'elemento fondamentale dell'egemonia statunitense.
Obama offre oggi un messaggio potente, ecumenico e inclusivo, che mette al centro della scena la stessa improbabile biografia del presidente: meticcia, sincretica e, per molti aspetti, globale. Con Obama l'America non solo è tornata nel mondo, ma è tornata a rappresentarsi come il mondo. Il successo da questo punto di vista è inequivoco e fino a qualche tempo fa assolutamente inimmaginabile. Si tratta però di un successo parziale e non sufficiente, che deve essere consolidato attraverso il ripensamento e il rafforzamento di un ordine internazionale oggi fragile e in larga misura delegittimato.
E che passa, in ultimo, dalla capacità di Obama di tornare a rendere accettabile e, addirittura, invocata una leadership, quella degli Stati Uniti, che non ha sostituti potenziali, ma che suscita oggi forti ostilità e resistenze.

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