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Archivi Ottobre 2009

"I nostri ragazzi in Afghanistan saranno sollevati" nel sapere che "l'amministrazione Obama è più preoccupata di muovere guerra a Fox che di farla in Afghanistan", ha dichiarato Glenn Beck, uno dei più popolari commentatori della rete televisiva statunitense Fox.
Beck - uno dei giornalisti più aggressivi e faziosi di una rete televisiva di per sé aggressiva e faziosa come Fox News - si riferiva alle recenti dichiarazioni di Anita Dunn, responsabile della comunicazione della Casa Bianca, che aveva accusato Fox News di non essere un canale d'informazione, ma "un braccio del partito repubblicano". Un giudizio in larga parte corretto, quello della Dunn. Fox offre un minimo di news, più o meno obiettive, e tantissimi commenti che, con gradi diversi di partigianeria e parzialità, hanno sempre come bersaglio Obama e i democratici. La rete di Rupert Murdoch ha peraltro una sorta di alter ego liberal nel canale MSNBC, dove un giornalismo ugualmente urlato e di parte - anche se di qualità lievemente superiore - muove quotidianamente guerra ai repubblicani e agli avversari di Obama.
Che Fox o MSNBC siano dei canali d'informazioni è quindi in larga misura una finzione. Sono strumenti di battaglia politica ed esempi evidenti dell'imbarbarimento e della polarizzazione dello scontro politico negli Stati Uniti. Uno scontro che si è radicalizzato nei toni e che ha determinato una trasformazione degli stessi media televisivi da luoghi dove il confronto avviene - mediato, disciplinato e civilizzato - in soggetti partecipi dello scontro medesimo, inclini a esasperare il conflitto e non più a regolamentarlo e mostrarlo.
Obama e i suoi hanno quindi più di un motivo di risentimento nei confronti di Fox. Guardare una puntata del programma di Beck o di quello di Bill O'Reilly, un altro celebre commentatore ultra-conservatore di Fox News, non può che indurre a interrogarsi su dove sia mai finito il giornalismo di un tempo e su quale sistema d'informazione si sia venuto a formare negli Stati Uniti (e non solo negli Stati Uniti, come vediamo quotidianamente nel nostro paese).
Eppure, attaccare così frontalmente Fox News è stato un errore politico, che si spiega almeno in parte con le difficoltà di Obama e con la volontà di mobilitare appieno i propri sostenitori in questa complicata contingenza. Denunciare Fox, come ha fatto Anita Dunn, espone infatti il Presidente all'accusa, politicamente molto pesante, di voler limitare la libertà di stampa. Scendere nell'arena melmosa che Fox ha tanto concorso a creare è indicatore di una suscettibilità insospettabile, che indebolisce inevitabilmente Obama agli occhi dell'opinione pubblica. Stride con la conclamata intenzione di superare le divisioni e le polarizzazioni che hanno paralizzato gli Stati Uniti nell'ultimo decennio. E permette infine a Fox di recitare la parte della vittima, soggetta all'attacco di un governo autoritario, intrusivo e quasi-socialista, che - afferma Beck - muove guerra ai suoi cittadini e non si cura invece di proteggerli dalle minacce esterne. Fox News non è un bell'esempio d'informazione. Non lo è nella grossolanità dei reportage, nei toni urlati, nella bellicosità nazionalista di molti suoi commentatori, nell'aggressività spesso volgare di personaggi come Beck. Ingaggiare un corpo a corpo con Fox, come l'amministrazione ha fatto, significa però scendere al suo livello. Meglio non curarsene e sorriderne, come Obama era riuscito a fare con successo sino a oggi.

[Il Mattino, 14 ottobre 2009]


Una sconfitta politica

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Una pessima giornata, questo venerdì 2 ottobre 2009, per Barack Obama. Alcune stime recenti sull'andamento dell'economia statunitense avevano indotto all'ottimismo. I pesanti dati di ieri sull'occupazione riportano tutti con i piedi per terra e mostrano come la strada per uscire dalla crisi sia ancora lunga e tortuosa. A pesare ancor di più è però l'eclatante sconfitta subita a Copenhagen, dove la candidatura di Chicago, la città d'adozione di Obama, a ospitare le Olimpiadi del 2016 è stata bocciata senza appello.

Obama aveva deciso di spendersi in prima persona, volando a Copenhagen nella speranza di convincere i delegati del Comitato Olimpico Internazionale a scegliere Chicago. Una decisione controversa, questa, criticata dai conservatori statunitensi e che è servita a poco. Nei giorni a venire le polemiche non mancheranno e contribuiranno in piccola misura a erodere ulteriormente il capitale politico di cui dispone il Presidente.

Assieme all'economia è la politica estera l'altro ambito nodale grazie al quale Obama ha costruito le proprie fortune elettorali. Quella stessa politica estera che in questi dieci mesi di Presidenza ha posto l'amministrazione statunitense di fronte a problemi immensi e dilemmi frustranti. Quanto avvenuto a Copenhagen può essere in una certa misura letto come una metafora delle tante difficoltà che gli Usa (e ovviamente Obama) si trovano ad affrontare oggi. A dispetto della retorica, le Olimpiadi sono infatti un fenomeno tutto politico: negli intricati e torbidi negoziati che portano alla scelte della sede; nella gestione e promozione dell'evento; nello stesso momento sportivo, dove i successi dei propri atleti sono quasi sempre sfruttati come strumenti per la costruzione del consenso da qualsiasi governo, autoritario o democratico esso sia. La storia ci offre al riguardo molteplici esempi. Ad essi si aggiunge oggi la sconfitta di Obama. Che è, appunto, una sconfitta politica. E che è una sconfitta di politica estera, non priva di rilevanti significati simbolici.

Nel suo intervento a Copenhagen, Obama si era affidato a elementi ormai classici del suo armamentario retorico. La candidatura di Chicago è stata così presentata come ulteriore esempio di un'America che vuole stare pienamente in un mondo dal quale pretese, almeno ideologicamente, di potersi separare negli anni di Bush. Ed è stata presentata come esempio di un'America che torna a farsi mondo, grazie alla sua diversità, al suo pluralismo e, anche, all'universalità dei suoi ideali e de suoi valori. "Quest'incontro potrebbe tenersi a Chicago", ha affermato con il consueto charme Obama, perché la realtà multietnica e cosmopolita della città (e, con essa, dell'America) la rende appunto "simile al mondo". Una città, quella dell'Illinois, dove un cittadino globale come il Presidente non poteva che trovarsi a suo agio, come ha ricordato Obama nell'ennesimo tentativo di sovrapporre la propria biografia a quella della nazione che guida e, con essa, del mondo che gli Usa rappresenterebbero. "In quelle strade di Chicago" - ha affermato Obama - "ho lavorato fianco a fianco con uomini e donne bianchi e neri, asiatici e ispanici, di ogni classe, nazionalità e religione". Un'America, quella incarnata da Chicago, che proprio come il suo Presidente vuole stare nel mondo ed ambisce ad essere il mondo.

Il problema, una volta ancora, è che questo mondo ha sorriso, applaudito e infine girato la testa dall'altra parte. Come fanno quotidianamente leader israeliani e palestinesi, afghani e pakistani, per tacere degli alleati europei.

Sarà pure il retaggio di Bush, l'ipocrisia di molti che delle difficoltà statunitensi non mancano di godere, il riaffiorare di mai sopiti pregiudizi anti-statunitensi. Ma Obama davvero poco potrà realizzare se non riuscirà a tradurre in effettiva capacità di pressione politica l'ampio consenso e la simpatia di cui, stando ai sondaggi, ancora gode in gran parte del mondo. Senza dimenticare che sul piano interno, si rafforzano e affilano le armi quelli che di questo mondo continuano a desiderare di non far parte.

 

Il Mattino, 3 ottobre 2009