Mario Del Pero

Archivio mensile: aprile 2010

L’America de noantri


Il rapporto tra politica ed expertise, tra chi prende
le decisioni e chi studia i problemi a cui tali decisioni debbono essere
applicate, è questione antica e irresoluta. Lo è in particolare negli Stati
Uniti, la più antica (e, per certi aspetti, vecchia e farraginosa) democrazia
del mondo, dove a varie riprese il caravanserraglio della politica e dei suoi
strumenti è stato messo sotto accusa da riformatori tecnocratici, che ne
denunciavano il carattere corrotto, anti-meritocratico e inefficiente.

Tutto ciò vale ancor più per la politica estera. Oggetto,
questa, di aspre contrapposizioni partitiche e regionali negli Usa, e
catalizzatore di fratture politiche estreme nella discussione su come definire
e declinare l’interesse nazionale. Ma anche ambito che richiede ancor più
competenze – disciplinari e linguistiche – di cui la politica raramente dispone e alle quali si deve gioco forza appoggiare.

Anche di questo si è discusso nell’incontro organizzato dal
Ministero degli esteri e dalle Facoltà di Scienze Politiche italiane; facoltà
dove si concentrano gran parte degli studi internazionalistici e che quindi
rappresentano il naturale interlocutore della diplomazia. L’incontro era sul
tema – oggi assai caldo – del disarmo e della non proliferazione. Un argomento
che permette, in teoria, una feconda interazione tra studiosi, decisori (i.e.:
politici) e diplomatici. I primi portano le loro conoscenze (che, per chi
lavora a scienze politiche, sono per natura inter e pluri-disciplinari), gli
ultimi la loro esperienza e quelli di mezzo, in teoria, apprendono e decidono
con maggior cognizione di causa.

Sulla carta tutto tiene. La storia, a partire da quella
americana, ci dice però che nei fatti le cose sono assai più complicate e che
l’interazione tra ‘scienza’ e politica, conoscenza e decisione, apre spesso dilemmi
 assai complicati. Lo si è capito bene
quando è intervenuta la dott.sa Federiga Bindi, esperta di politica estera e di
sicurezza della UE e fellow alla Brookings Institution di Washington DC, una
delle più importanti e influenti think tank statunitensi. La dott.sa Bindi si
fregia di un titolo non da poco: “Consigliere del Ministro degli Esteri per le
politiche attinenti alla global governance e alle relazioni
transatlantiche”. Se le parole hanno ancora un senso, ciò significa che è uno
dei più rilevanti e influenti consulenti del ministro. Ebbene, Bindi si è
lanciata in una celebrazione di un’America che non solo riconosce le competenze
e le fa accedere ai centri decisionali, ma dove la stessa carriera politica è
vincolata alla capacità del/la aspirante politico/a di mettere sul tavolo un cv
fatto di studi, dottorati, pubblicazioni. Un’America di esperti illuminati dove
per entrare nell’amministrazione “è necessario avere un PhD” e dove Obama è
potuto diventare presidente “perché ha scritto due libri”. Un’America dove –
per usare un termine che la dott.sa Bindi ama molto – vi è “osmosi” piena tra politica,
accademia e think tank; dove politici e studiosi collaborano e si rispettano;
dove, anzi, per fare il politico è buona cosa essere stato prima uno studioso e
un intellettuale. E dove il politico migliore è, appunto, quella che ha un PhD
e scrive su riviste prestigiose e referate.

Lo studioso di Stati Uniti – che pur ritiene essi abbiano
molto da insegnare all’Europa e ancor più all’Italia – non può che stropicciarsi
gli occhi incredulo. Sa bene che la troppa prossimità tra politica e ricerca ha
causato alcuni pericolosi corto-circuiti, in particolare negli anni della
guerra fredda quando gl’investimenti pubblici condizionavano (e in una certa
misura inquinavano) le università. Sa che un certo fideismo tecnocratico ha
provocato danni immensi alla politica estera statunitense, soprattutto in
quella fase storica, con Kennedy presidente, in cui l’intellighenzia dei Best
and Brightest
, come li definì il giornalista David Halberstam, ebbe accesso
senza precedenti al potere e ai centri decisionali. Sa anche che di presidenti
con PhD ve ne è stato solo uno nella storia degli Stati Uniti (Woodrow Wilson,
eletto quasi un secolo fa); che sono pochi i membri importanti dell’attuale
gabinetto che hanno un PhD (su due piedi mi vengono in mente solo Robert Gates
alla Difesa e Steven Chu all’Energia);  e
sa che i due presidenti forse più incisivi degli ultimi 70 anni – Lyndon Johnson
e Ronald Reagan – avevano delle semplice laurette di college improbabili e
minori (rispettivamente Southwest Texas State Teachers College ed Eureka
college, Illinois). Soprattutto chi studia gli Stati Uniti sa che la loro politica
– una politica non di rado brutale e altamente conflittuale – la si fa in sedi
altre dalle università e dalle think tank (creazioni in larga misura recenti,
queste, che meriterebbero un discorso a parte e che sono state ben studiate in
Italia da Mattia Diletti). Obama non è diventato presidente perché ha un PhD
(non lo ha); né perché ha scritto due libri; lo è diventato perché 20 anni fa
ha deciso di fare politica – e di farla da afro-americano – in una delle political
machine
più brutali d’America, quella di Chicago. Dove è cresciuto e si è
fatto le ossa politicamente, in modo spregiudicato e in una battaglia senza
esclusioni di colpi.

Invocare un’America che non esiste a uso e consumo di
un’Italia che, ahimè, è fin troppo presente è davvero molto provinciale. E tra
le tante cose di cui abbiamo bisogno in questo paese non vi sono né ricerca
politicizzata né nuovi consiglieri del principe: di quelli, come peraltro di
principi, ne abbiamo già a sufficienza. Soprattutto non abbiamo bisogno di
caricaturare il resto del mondo, nella fattispecie gli Usa, con banalità e
stereotipi. Da quel mondo abbiamo, sì, molto da imparare: a patto di studiarlo,
conoscerlo e capirlo.

Ps: la consigliera Bindi ha anche rivendicato con forza il
ruolo svolto dall’Italia nel promuovere il processo che avrebbe, tra le altre
cose, permesso il nuovo accordo Start tra Usa e Russia. Un sondaggio
improvvisato con alcuni colleghi non italiani che si occupano di politica
estera statunitense ha rivelato che nessuno, di questo ruolo italiano, era a
conoscenza. I più hanno risposto con una battuta sul tipico velleitarismo
italiano. E, in tutta franchezza, mi è parso di sentire l’eco delle loro
fragorose risate. Ma da storici sospendiamo il giudizio e attendiamo fiduciosi l’apertura
degli archivi – presumibilmente tra 70/80 anni.

Il multilateralismo e l’arma dei poveri


Difficile
che questo summit voluto da Obama produca risultati concreti. E non è certo
questo l’obiettivo del Presidente statunitense. È infatti la valenza simbolica
del vertice – una grande iniziativa multilaterale voluta e promossa dagli Usa –
a definirne la rilevanza politica e diplomatica. Il nucleare, e i pericoli di
cui si fa portatore, lega tutti i soggetti del sistema; è il filo su cui
corrono tante delle interdipendenze delle relazioni internazionali correnti. Ed
è per questo che Obama lo ha posto al centro della sua agenda politica.

Dal
trattato di non proliferazione del 1968 a oggi sono stati ottenuti risultati
importanti: si sono ridotti di molto gli arsenali delle due grandi potenze; altri
paesi, a partire dalla Cina, hanno rinunciato ad essere competitori nucleari,
limitando i propri arsenali a una funzione di semplice deterrenza; il numero di
stati in possesso di armi nucleari, o che ambiscono a dotarsene, è di molto
diminuito (da 20/25 ai dieci attuali). Negli ultimi anni però il nucleare è
tornato a fare paura. Escalation regionali (come nel caso indo-pakistano),
regimi spregiudicati e/o disperati (Iran e Corea del Nord), doppi standard e,
infine, dolose negligenze (gli Usa che non ratificano il test per la messa al
bando degli esperimenti) hanno di fatto bloccato ulteriori sviluppi della
non-proliferazione. La minaccia terroristica, e la possibilità che armi
nucleari cadano in mano a soggetti non interessati a rispettare le regole della
deterrenza, hanno acuito inevitabilmente paure e preoccupazioni. Così come le
ha acuite la possibilità che si scateni una corsa nucleare in Medio Oriente,
alterando equilibri regionali già assai fragili e precari.

La
risposta di Obama a queste paure è quella del negoziato multilaterale. Si
tratta di un multilateralismo almeno in parte obbligato. Poiché nessun soggetto
è immune dal pericolo, s’impone una soluzione consensuale e globale. Ripudiando
una volta ancora le categorie e il lessico di Bush, Obama dimostra di
comprendere chiaramente come non esistano scorciatoie unilaterali con cui
perseguire la sicurezza nazionale. Obama offre una visione per certi aspetti
neo-wilsoniania di una sicurezza che, nell’era nucleare, è di tutti – è “sicurezza
collettiva” – o non è di nessuno.

Il
multilateralismo di Obama sul nucleare, e le modalità con cui lo si declina,
non costituisce però solo il prodotto di vincoli e costrizioni cui anche la
grande potenza statunitense deve sottostare. È un multilateralismo solo in
parte forzoso e imposto. Esprime anche scelte precise che connotano l’approccio
strategico e il discorso politico di Obama. È Il nucleare, infatti, a
costituire l’ambito simbolico scelto da Obama per mettere gli Stati Uniti al
centro della scena: per tornare ad assumere l’iniziativa politica e morale
persa con Bush. Per parlare sia al mondo – che a larga maggioranza apprezza un
presidente statunitense anti-nuclearista e multilateralista – sia a un’opinione
pubblica interna che, quando adeguatamente preparata ed educata, ha dimostrato
di appoggiare politiche di riduzione degli armamenti così come di mal
sopportare le logiche di una pace nucleare fondata sulla possibilità della
propria distruzione, assieme a quella dell’avversario. L’immoralità
dell’equilibrio del terrore nucleare era già stata denunciata con grande
efficacia politica e retorica da Ronald Reagan. Obama ha fatto propria tale
denuncia, in un contesto internazionale non solo mutato, ma anche più precario
e volubile.

In
parte scelto, in parte obbligato, il multilateralismo obamiano è anche, e
inevitabilmente, strumentale. È infatti uno dei mezzi attraverso cui l’amministrazione
Obama cerca di dispiegare una complessa strategia diplomatica. Il nucleare è il
denominatore che genera una comunanza d’interessi tra le principali potenze del
sistema; in quanto tale, permette di attivare un processo negoziale virtuoso
fatto di accordi, scambi e concessioni reciproche, come si è visto bene in
questi giorni nelle relazioni sia con la Russia sia con la Cina. Ed è
strumentale anche perché la riduzione delle armi nucleari permette, in
prospettiva, di ristabilire gerarchie di potenza militare che proprio il
nucleare, a la massimizzazione della capacità di deterrenza che esso fornisce a
chi lo possiede, tende ad annullare. Le armi nucleari sono diventate nel tempo
le armi dei poveri: il deterrente dei disperati, come rivela il caso della
Corea del Nord. Gli Usa, grazie al loro indiscusso primato militare, hanno solo
da guadagnare dal rilancio di un serio regime di non proliferazione.

I
problemi sono tanti. Le tensioni di questi giorni con Israele e Pakistan
indicano come la strada sia lunga e complessa. Vincoli, ideali e interessi
convergono però nel definire la nuova politica nucleare degli Stati Uniti che
costituisce oggi l’ambito principale, e il test più importante, del
multilateralismo obamiano.

[Il Mattino, 14 aprile 2010]

Obama e il nucleare

Obama è stato di
parola e ha messo la questione nucleare al centro della sua agenda politica.
All’inizio della settimana è stata annunciata la revisione della strategia
nucleare statunitense (la Nuclear Posture Review), che fissa condizioni più
stringenti al possibile uso di armi nucleari e impegna a ridurre il ruolo di
tali armi nelle future strategie di sicurezza degli Stati Uniti. Ieri è stato
firmato l’accordo con la Russia
per una nuova riduzione dei rispettivi arsenali nucleari; infine, Obama ha da
tempo espresso l’intenzione di svolgere un ruolo di primo piano nella
conferenza internazionale sulla non-proliferazione del maggio prossimo.

A destra si
denuncia la svolta obamiana, presentandola come un’abdicazione unilaterale del
primato statunitense, destinata a rendere gli avversari di Washington ancor più
spregiudicati e intraprendenti. A sinistra l’apprezzamento è parziale e
qualificato: i termini dell’accordo con Mosca sono considerati troppo timidi;
soprattutto, si critica la decisione di Obama di non rinunciare apertamente
alla possibilità per gli Usa di utilizzare le armi nucleari come “primo colpo”,
anche in risposta a un attacco non nucleare. Commentatori autorevoli, come lo
scienziato politico realista Stephen Walt, presentano il nuovo approccio di
Obama come un esercizio di “pubbliche relazioni”, potenzialmente utile, ma
“insignificante” se valutato da una “prospettiva strategica”.

La
Nuclear
Posture
Review di Obama è il frutto di molte mediazioni
e compromessi; in quanto tale non poteva offrire discontinuità radicali con il
passato né evitare di contenere passaggi ambigui e talora vaghi. L’accordo con la Russia doveva a sua volta
tener conto delle posizioni della controparte, restia a limitare quel retaggio
della guerra fredda – le armi nucleari – che, assieme alle sue risorse
energetiche, rappresenta il principale elemento di potenza di cui Mosca oggi ancora
dispone. E non poteva non tener conto delle resistenze, presenti e future, che
permangono all’interno degli stessi Stati Uniti: saranno infatti necessari i
voti dei 2/3 dei senatori presenti in aula per ratificare il trattato e molti
repubblicani hanno già espresso la loro ritrosia ad avallare un accordo che
limita le capacità statunitensi e offre un altro successo politico a Obama.

Eppure, la svolta
c’è e non può essere sottostimata. Sarà primariamente simbolica, come asserisce
Walt, ma proprio la natura precipuamente simbolica delle armi nucleari ce ne mostra
immediatamente la rilevanza. La simbologia che accompagna scelte e retorica di
Obama è infatti importante e rivelatrice. In primo luogo, Obama torna a
ribadire, in modo netto e inequivoco,  l’anormalità
dello strumento nucleare: un mezzo il cui uso può essere contemplato solo in
casi straordinari, si afferma nella Nuclear
Posture Review
, contro paesi che non rispettano il trattato di
non-proliferazione nucleare (il riferimento è ovviamente a Iran e Corea del
Nord). Venuta meno questa straordinarietà scompariranno le condizioni che
rendono pensabile una funzione del nucleare altra da quella della semplice
deterrenza di potenze parimenti dotate di armi nucleari. Il contrasto con gli
anni di Bush e Rumsfeld – la
Nuclear Posture
Review del 2002 presentava le armi
nucleari come “opzioni militari credibili per impedire una vasta gamma di
minacce” e invocava “maggiore flessibilità” rispetto al loro possibile uso – è
davvero stridente.

Nel momento in cui si enfatizza l’anormalità delle
armi nucleari si torna esplicitamente a distinguerle da quelle chimiche e
biologiche, evitando di ricorrere alla categoria – semplicistica e
mistificatrice – di “armi di distruzione di massa”, che l’amministrazione Bush
usò invece con superficialità e spregiudicatezza. Le implicazioni diplomatiche
sono altresì rilevanti: si ricostruisce un rapporto fondamentale con la Russia, utile in
particolare per la gestione dello scottante dossier iraniano, e si mettono
ancor più in un angolo stati non collaborativi come, appunto, l’Iran e la Corea del Nord. Soprattutto,
si matura un capitale di credibilità vitale per intraprendere iniziative
globali e multilaterali di disarmo e non-proliferazione. Per promuovere con
efficacia tali iniziative, e per ri-assumere pienamente l’iniziativa politica e
morale, è infatti indispensabile agire in modo coerente, evitando doppi standard
in nome dei quali a taluni – gli Usa, ma anche Israele – sono permessi
comportamenti e scelte che diventano intollerabili se intrapresi da altri. Sentire,
dopo più di un decennio, un presidente statunitense che torna a parlare di
non-proliferazione e che s’impegna a sottoporre al Senato la ratifica del
trattato che mette al bando i test nucleari (il Comprehensive Test
Ban Treaty,
firmato quasi quindici anni fa) rappresenta una novità significativa e
apprezzabile. E apre, va da sé, un altro fronte politico interno che impegnerà
Obama e i democratici nei mesi a venire. Destino inevitabile per una presidenza
non solo ambiziosa, ma che, dopo il successo sulla sanità, sembra avere
finalmente ripreso nelle proprie mani i tempi del dibattito politico interno,
troppo a lungo lasciati in quelle degli avversari conservatori.

[Il Mattino, 9 aprile 2010]