Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2010

Obama e la sicurezza


Poco dopo l’insediamento di Obama
alla Casa Bianca un sondaggio Gallup rivelò come una chiara maggioranza degli
americani fosse favorevole alla definizione di standard più rigidi sui consumi di
carburante o all’introduzione di norme che punissero più severamente la
discriminazione salariale. Temi, questi, tipicamente di sinistra, che
segnalavano una svolta importante nell’umore del paese e, per alcuni
commentatori, addirittura nella sua cultura politica dominante. Lo stesso
sondaggio aveva però una terza domanda, sulla chiusura del carcere speciale di
Guantanamo. Rispetto alla quale una percentuale maggioritaria degli
intervistati si dichiarava decisamente contraria.

L’America ha dato (e dà tuttora) un
giudizio assai severo sull’operato di Bush. Che non si estende però alla sua
azione nella lotta al terrorismo e ai metodi, assai poco ortodossi, che sono
stati utilizzati. Perché – argomentano molti – questi metodi hanno garantito la
sicurezza del paese, prevenendo altri attacchi terroristici. Perché la
straordinarietà della situazione venutasi a determinare dopo l’11 settembre
2001 imponeva l’utilizzo di strumenti eccezionali e investiva giocoforza il
presidenti di poteri ampliati e discrezionali. Perché, infine, l’idea che la
sovranità statunitense potesse essere limitata dal rispetto di norme
internazionali era (e rimane) molto impopolare negli Usa.

Di tutto ciò Obama ha ovviamente
dovuto tenere conto. Ha modificato alcune delle politiche di Bush, da
Guantanamo alla denuncia dei metodi aggressivi d’interrogatorio di sospetti
terroristi usati negli anni di Bush. Lo ha fatto per convinzione, per principio
e, soprattutto, per soddisfare quella parte dell’opinione pubblica e del mondo
politico liberal che chiedevano una discontinuità netta. Ma lo ha fatto in modo
parziale e non di rado contraddittorio, ad esempio nel tentativo, assai
contorto, di definire le categorie di prigionieri presenti a Guantanamo per
giustificare la prosecuzione dell’incarcerazione di alcuni di essi anche in
assenza di prove di colpevolezza certe o esplicitate. Queste contraddizioni
derivano solo in parte dall’oggettiva difficoltà di relazionarsi ai terroristi
utilizzando le norme – statunitensi e internazionali – attualmente esistenti. A
monte agiscono chiare considerazioni di ordine politico. Obama non può e non
vuole andare contro il sentire comune ancora maggioritario negli Usa. Sa di
essere vulnerabile sul terreno della sicurezza. E spera che il tema passi
gradualmente in secondo piano, oscurato, come spesso è accaduto in questi
ultimi due anni, da altri problemi e priorità, a partire dall’emergenza
economica.

È chiaro, però, che nuovi attentati,
anche se sventati – come è stato a New York pochi giorni fa o sul volo
Amsterdam – Detroit il natale scorso – rimettono la questione del terrorismo al
centro della scena ed espongono questa intrinseca vulnerabilità di Obama e dei
democratici. Il precario equilibrio costruito dall’amministrazione non soddisfa
nessuno, né i conservatori che denunciano con forza l’insufficiente fermezza
dell’azione di Obama, né la sinistra che auspicava (e chiedeva) una rottura più
netta e inequivoca con il passato. Costituisce però l’unico equilibrio
politicamente possibile, che un eventuale riaffiorare dell’emergenza terrorismo
finirebbe peraltro per travolgere. Un’eventualità simile – un nuovo attacco
terroristico – è sempre dietro l’angolo. Troppo facile colpire un paese poroso,
aperto, dove la popolazione si muove in continuazione quali sono gli Stati
Uniti. La quasi esplosione dell’autobomba a Times Square è lì a ricordarcelo.
Come ce lo ricordano, a modo loro, i toni utilizzati da una destra radicale che
una parte non marginale del partito repubblicano non riesce a bloccare e, anzi,
coltiva assiduamente e in modo irresponsabile. Toni che sarebbero quasi
caricaturali, se non ci fossero dei precedenti recenti – l’attentato di
Oklahoma City del 1995 che fece quasi 200 vittime – a ricordarci di cosa è
capace di provocare questa violenza verbale e politica. Per quanto concerne la
sicurezza e la lotta al terrorismo, Obama cammina su un filo assai sottile, che
eventi incontrollabili e imprevedibili rischiano sempre di recidere.

[Il Mattino, 4 maggio 2010]