Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2010

Guerre Invisibili

Checché
ne dicano i commentatori come Robert Kagan, sempre pronti a celebrare un’America
marziale, pugnace e virile, agli americani la guerra non piace. Come è normale
e inevitabile per qualsiasi democrazia. A chi può mai piacere l’idea di vedere
il fiore della propria gioventù rischiare la vita, magari in paesi lontani,
ingrati e sconosciuti? Chi può dichiararsi felice di vedere risorse, umane e
materiali, fagocitate dalla guerra: dalla sua preparazione e dalla sua condotta?

Se
possibile, gli Stati Uniti rappresentano più di qualsiasi altra potenza
l’antitesi della guerra. Nascono rigettando le guerre europee e magnificando il
pacifico elemento commerciale, capace di legare gli stati in un abbraccio
virtuoso e benefico. Il loro essere anti-Europa si è manifestato anche, se non
soprattutto, nella sottolineatura critica, canonizzata poi nella retorica
politica statunitense, del legame inestricabile tra la guerra e l’esperienza
storica europea.

L’America
la guerra ha poi imparato rapidamente a farla: per conquistare l’indipendenza,
per difenderla, per espandersi e conquistare. Per proiettare la propria
influenza e il proprio modello nel mondo. Ma l’influenza di un discorso
anti-bellico e, non di rado, anti-militarista è rimasta. Anche nelle
giustificazioni e nelle rappresentazioni, la guerra dell’America è divenuta
qualcosa d’altro: un’operazione di polizia, una guerra per la libertà, per la
democrazia, per la stessa umanità. In taluni casi un’anti-guerra: una guerra
contro la guerra, per “porre fine a tutte le guerre”, come affermò il
presidente Woodrow Wilson dopo aver portato gli Usa nel primo conflitto mondiale.

L’ascesa
degli Stati Uniti a potenza egemone del sistema internazionale ha creato una
sorta di schizofrenia nel rapporto tra il paese e la guerra. I temi e simboli
della sicurezza nazionale dominavano il dibattito pubblico;  vi era però una crescente ritrosia a
intraprendere conflitti potenzialmente lunghi, costosi e dolorosi. Si riduceva
cioè progressivamente il capitale di disponibilità al sacrificio. Qualcosa di
assolutamente normale e fisiologico per una democrazia; a maggiore ragione per
una democrazia prospera e vitale come quella statunitense. Ma qualcosa anche di
molto problematico per una grande potenza, spesso condotta da leader convinti
che il paese dovesse promuovere una politica estera ambiziosa, globale e
interventista.

Questa
schizofrenia si è paradossalmente intensificata dopo l’11 settembre. Che ha
conferito a chi guidava gli Stati Uniti un nuovo capitale di disponibilità al
sacrificio, individuale e collettivo, in larga misura poi sperperato. E che ha
portato il paese in una condizione – rivelatasi politicamente insostenibile – di
guerra permanente e apparentemente infinita. L’inchiesta del “Washington Post”
sul labirintico mondo parallelo costruito dall’intelligence statunitense per combattere la guerra globale al
terrorismo evidenzia quanti danni possa produrre questa schizofrenia. Per
essere combattuta, la guerra – a maggior ragione una guerra senza fine – deve
essere il più possibile invisibile. Non può in nessun modo essere una guerra di
popolo, con un servizio di leva obbligatorio: un’opulenta democrazia non la
potrebbe tollerare. La guerra la fanno i poveracci (in taluni casi non
statunitensi che in cambio della leva ottengono un percorso accelerato alla
cittadinanza). E la fanno – come mostra il “Washington Post” nel caso dell’intelligence – i costosissimi contractors, mercenari del nuovo
millennio che possono fare il colpo della vita – e guadagnare quanto mai
avrebbero sognato – o perderla, quella vita, senza che nessuno sia chiamato a
renderne conto. Senza le cerimonie pubbliche, i lutti e le conseguenti introspezioni
collettive che raramente giovano al consenso di chi sta al potere.

È
una guerra fatta non di rado in nome della democrazia, ma che finisce per
ferire l’essenza stessa della democrazia statunitense. Creando isole torbide,
che sfuggono alle regole. Imponendo un velo opaco che non permette ai cittadini
di vedere la guerra, la sua condotta, le sue conseguenze e i suoi costi.
Deresponsabilizzando un potere politico non più chiamato a rendere conto delle
proprie decisioni. Ma è anche l’unica guerra che la più vecchia, farraginosa e
potente democrazia del mondo sembra oggi capace di condurre.

[Il Mattino, 22 luglio 2010]

Spie come noi

Il leggendario
Markus Wolf, la “spia senza volto” che guidava lo spionaggio internazionale
della Stasi, era solito scherzare sugli agenti infiltrati per lunghi periodi
all’estero. Il bel giorno in cui tali agenti diventavano finalmente operativi –
ha affermato Wolf nelle sue memorie – “ci eravamo dimenticati chi fossero o
perché mai li avessimo inviati” all’estero.

In realtà, anche
nelle sue memorie Wolf non rinunciò a offrire ai lettori un po’ di sana
disinformazione. Durante la Guerra Fredda i servizi d’intelligence dell’Urss e degli
altri paesi del blocco comunista promossero in realtà un imponente sforzo d’infiltrazione
spionistica ai danni della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. E lo fecero
proprio attivando spie ‘dormienti’, sapientemente coltivate negli anni, in
attesa che potessero accedere a centri decisionali e fornire quindi
informazioni di alto valore. Agiva allora il convincimento che la sfida
geopolitica e ideologica con l’Occidente fosse destinata a durare a lungo. E
che a prevalere sarebbe stato anche chi avesse avuto maggior pazienza nel
cercare di penetrare i segreti ultimi dell’avversario. L’Urss ottenne successi
importanti, anche grazie a spie – come Kim Philby e gli altri 4 studenti del
gruppo di Cambridge – reclutate giovanissime, aspettando che il loro prestigioso
background accademico e sociale gli permettesse di essere assunti dal ministero
degli Esteri o dai servizi segreti, da dove fornirono informazioni vitali sul
programma nucleare anglo-statunitense o sulle operazioni clandestine della CIA
in Europa orientale.

Le spie ‘dormienti’
furono tra le protagoniste della competizione spionistica che costituiva una
delle tante manifestazioni della Guerra Fredda. Ma hanno ancora un senso oggi?
Che obiettivi si poneva la Russia di Putin nel mantenere la rete di spie ‘dormienti’
smantellata nei giorni scorsi dall’FBI? A cosa servivano questi inverosimili agenti,
che con le loro famiglie conducevano una vita pienamente americanizzata e assai
consuetudinaria, nella placida realtà suburbana alle porte di New York e di
Boston? Ha davvero senso per un servizio segreto straniero avere agenti capaci
di costruire relazioni con un professore di Harvard o un finanziere
newyorchese?

Per quanto ne
sappiamo, le informazioni carpite da questi agenti sono state di marginale
rilevanza strategica. In taluni casi è probabile si tratti addirittura di un retaggio
della Guerra Fredda: che alcune delle spie arrestate – come l’improbabile
professore marxista Juan Lazaro (in realtà il 66enne Mikhail Vasenkov) – siano spie
‘ibernate’, reliquie di un’epoca che fu, più che ‘dormienti’. In altri, però, è
chiaro che si tratta di un’operazione recente, promossa in piena era putiniana.
Un’operazione che riflette la nuova, e talora spregiudicata, assertività della
politica estera russa. E che evidenzia come il consolidamento politico e
istituzionale promosso da Putin sia avvenuto anche attraverso il rafforzamento
ulteriore dei servizi d’intelligence russi, dai quali peraltro proviene lo stesso Primo
Ministro russo. Come evidente è la volontà, anche in ambito spionistico, di vendicare
le umiliazioni subite dalla Russia post-sovietica negli anni Novanta, quando i
servizi occidentali operavano in piena libertà e mettevano le mani su
importanti tesori archivistici e documentari dell’ex Unione Sovietica. Una Russia
capace di attivare una nuova rete di spie ‘dormienti’ negli Stati Uniti è,
almeno simbolicamente, una Russia capace di riacquisire il ruolo che le compete
sulla scena internazionale. Che tutto sia finito con uno scambio di spie – il
primo da un quarto di secolo a questa parte – non è casuale. Una decisione che rimanda
anch’essa ai tempi della Guerra Fredda e contribuisce a rafforzare il prestigio
della Russia, anche se lo scambio non è affatto alla pari (Mosca baratta dieci
spie, probabilmente minori, non ancora condannate con quattro spie occidentali,
da tempo in carcere). Un prestigio, però, da costruire senza alzare oltre una
certa soglia le tensioni con gli Stati Uniti, come la risoluzione rapida e
consensuale della crisi evidenzia. Perché se la Russia ambisce a recuperare
almeno parte dello status perduto, è altrettanto vero che non può permettersi
tensioni eccessive con l’ex avversario. Non può cioè permettersi nuove guerre
fredde, se non nell’ambito, tanto pittoresco quanto primariamente simbolico,
della guerra delle spie.

Il Mattino, 10 luglio 2010