Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2010

Il Populismo del Tea Party

La storia americana è scandita da
“insorgenze” populiste contro l’establishment politico, economico e
intellettuale. Pur con tutte le sue peculiarità, il movimento conservatore del Tea Party è per molti aspetti l’ultima manifestazione
di un populismo che nell’ultimo secolo si è spostato sempre più verso destra.

Il collante del populismo del Tea Party è tanto semplice quanto
potente: la denuncia del mondo politico, delle sue istituzioni, dei suoi
esponenti. A essere preso di mira è soprattutto il potere federale e la sua
espressione ultima – il Presidente – accusati di tradire il paese, violando i
precetti basilari della costituzione.

È la politica corrotta,
inefficiente, costosa quella che viene presa di mira dal Tea Party. E a essere denunciato con toni particolarmente
aspri  è un potere federale ritenuto
invasivo, produttore di leggi che limitano la libertà di scelta, soffocano la
capacità d’impresa, paralizzano l’America: che, in ultimo, fanno morire il
sogno americano.

Si tratta di un messaggio
populista particolarmente incisivo nella sua pars destruens, soprattutto in una fase di difficoltà come questo,
dove il vento dell’anti-politica è inevitabilmente forte e finanche
comprensibile. Ma si tratta di un messaggio debole e contraddittorio nel
momento della proposta politica. Nel populismo del Tea Party convivono infatti posizioni assai diverse, accomunate da
un rabbioso (ancorché spesso incoerente) rigetto della politica e delle sue
forme, ma spesso in contrasto le une con le altre. Riesumando un dibattito
antico quanto gli Stati Uniti s’invoca un primato del potere statale su quello
federale, laddove alcune delle politiche più costose, inefficaci e clientelari avvengono
proprio a livello statale. Ci si appella alla libertà d’impresa, ma si chiede
protezione dalla concorrenza economica di soggetti non americani oltre che
leggi restrittive in materia d’immigrazione. Si è favorevoli al mantenimento di
un ampio apparato militare, che di per sé è particolarmente oneroso e presuppone
un’ulteriore estensione del potere federale. Si magnifica la libertà
individuale – vera essenza dell’esperimento democratico statunitense – ma poi
si chiedono provvedimenti assai restrittivi della stessa libertà, dall’aborto
alle politiche contro il terrorismo.

Non è un caso che uno dei
principali esponenti del Tea Party
sia l’ex candidata alla vice-presidenza Sarah Palin, a suo tempo governatrice
di uno stato, l’Alaska, che questa contraddizioni le incarna alla perfezione.
Uno stato che ha sempre vissuto di sussidi federali quasi imbarazzanti per
entità e modalità di gestione, ma dove il discorso politico è dominato da una
retorica populista di denuncia dell’establishment washingtoniano e di
celebrazione della propria diversità e autonomia.

Sul breve periodo il populismo
del Tea Party può fare molto male,
come hanno scoperto gli esponenti moderati del partito repubblicano e come,
presumibilmente, scopriranno Obama e i democratici alle elezioni di medio
termine del novembre prossimo. Elezioni, queste, dove è spesso vantaggioso
radicalizzare il messaggio politico per mobilitare appieno la propria base. Se
valutato però fuori da un’ottica di breve periodo, la sorte del Tea Party difficilmente sarà diversa da
quelle di altre “insorgenze” populiste della storia statunitense. Perché le sue
contraddizioni si manifesteranno ancor più chiaramente; perché in positivo
offre poco o nulla; più di tutto, perché il suo messaggio di chiusura e paura,
in particolare sull’immigrazione, va a scontrarsi con un’America che cambia, si
fa più ricca e complessa, anche in termini di equilibri tra i suoi diversi
gruppi etnici e razziali. Un partito repubblicano ostaggio di una destra
radicale e, di fatto, solo bianca, potrà vincere le elezioni di mid-term del
2010, ma non potrà mai ambire a essere maggioranza nel paese.

[Il Giornale di Brescia, 25 settembre 2010]

Il discorso di Obama all’Onu

Quando il presidente degli
Stati Uniti parla lo fa sempre di fronte a un uditorio che è mondiale. Per il
ruolo degli Usa nelle vicende mondiali, e per ciò che essi simboleggiano e
rappresentano, ogni discorso del loro massimo rappresentante – anche quello su
questioni strettamente interne – è un discorso al mondo. Ma quando, come ha
fatto ieri Obama a New York all’Assemblea Generale dell’Onu, il presidente
degli Stati Uniti parla davvero al mondo, si tende a dimenticare che sta
parlando anche alla propria opinione pubblica e, in una campagna elettorale
come quella in corso, al proprio elettorato.

Il discorso di Obama è stato alto e
finanche coraggioso, nei contenuti e nella retorica. Obama ha parlato al mondo
affinché ascoltasse anche l’America; e ha usato i problemi dell’America per
poter parlare al mondo. Ha condito il suo intervento di riferimenti alla crisi
economica, abbinandola addirittura agli attentati dell’11 settembre: “le strade
e i quartieri di questa grande città ci raccontano la storia di un decennio
difficile”, ha affermato il presidente. “Nove anni fa, la distruzione del World
Trade Center ci mostrò una minaccia che non rispettava i confini della dignità
e della decenza. Due anni fa, una crisi finanziaria iniziata a Wall Street
devastava le famiglie americane della Main Street”. Ha ribadito l’impegno della
sua amministrazione nel fronteggiare la crisi. Nel farlo ha posto un’enfasi
fortissima, e molto “liberal”, sull’ineludibile interdipendenza del sistema
internazionale odierno, che lega le sue varie parti, Stati Uniti inclusi, limitandone
di molto la sovranità e libertà d’azione. Nel farlo, ha ribadito che non
esistono per nessuno, nemmeno per l’ultima superpotenza rimasta, scorciatoie
unilaterali: “il mondo che l’America cerca non è un mondo che essa può
costruire da sola”.

È un mondo sempre più unito e interconnesso,
quello descritto da Obama con sofisticatezza rara per un capo di stato. Unito
nel pericolo, nelle necessità e nelle opportunità.

Simbolo estremo della pericolosità
dell’interdipendenza sono ovviamente le armi nucleari e la possibilità di una
loro incontrollata proliferazione. Un tema su cui Obama ha investito molto nel
suo biennio di presidenza, dopo anni di dolosa negligenza statunitense. E un
tema tornato nel discorso di ieri, in un importante passaggio dedicato
all’Iran, in cui si tende una volta di più la mano (“la porta rimane aperta
alla diplomazia”), ribadendo però la necessità che Tehran rispetti le
risoluzioni dell’Onu e il trattato di non proliferazione.

La necessità, a cui non ci si può più
sottrarre, è quella di cercare una soluzione vera al conflitto
israelo-palestinese. Su questo tema Obama si è soffermato in una parte
significativa del discorso, quando ha sottolineato con forza non scontata tanto
l’impegno degli Usa quanto la loro equidistanza dalle due parti: “se un accordo
non sarà raggiunto, i palestinesi non conosceranno mai l’orgoglio e la dignità
che consegue all’avere un proprio stato e gli israeliani non conosceranno mai
la certezza e la sicurezza che deriva dall’avere un vicino stabile e sovrano
sul proprio territorio, impegnato al rispetto della coesistenza … la Terra
Santa continuerà a essere il simbolo delle nostre differenze e non della nostra
comune umanità”.

Perché assieme a pericoli e
obblighi l’interdipendenza porta con sé delle opportunità, almeno per chi ha il
coraggio e la visionarietà di coglierle. Nel sottolinearlo, Obama ha riproposto
alcuni dei topoi forti del
progressimo “liberal” americano: l’enfasi sulla democrazia e i diritti umani,
il ruolo dei singoli nel muovere il processo storico, la volontà statunitense
far parte di tale moto della storia. Un moto incessante e globale, che ha visto
per protagonisti “i sudafricani che lottavano contro l’apartheid, i polacchi di
Solidarnosc, le madri dei desaparecidos
che denunciarono la guerra sporca, gli americani che marciarono per i diritti
di tutte le razze, compresa la mia”. 
Parole, ci mancherebbe. Ma parole che pochi – e certo pochi politici
statunitensi – sanno oggi utilizzare.

[Il Mattino, 24 settembre 2010]


Il Corano e il circo mediatico

L’America non è mai parca di
eccentricità e bizzarrie. Non lo è, in particolare, quando si tratta di fede.
Gli Usa sono sempre stati un grande supermercato delle religioni, dove chiese
fai-da-te guidate da improvvisati pastori possono nascere e scomparire
dall’oggi al domani. Chiese dove accade che la Bibbia sia letta con occhi
accecati dall’ottusità, dall’ignoranza e, anche, dall’opportunismo. Chiese
guidate da chi andrebbe tenuto il più possibile alla larga dalla religione,
perché la storia dell’umanità è lì a ricordarci i danni che lo zelo religioso
può causare. Chiese come la Dove World Outreach Center di Gainesville, Florida,
frequentata fino a pochi giorni fa da non più di qualche decina di fedeli e divenuta
oggi caso mondiale per la decisione del suo leader, il pastore Terry Jones,
d’indire un rogo di copie del Corano in occasione dell’anniversario dell’11
settembre.

Come è possibile, però, che una sciocca boutade di un
reverendo tanto improbabile quanto incosciente sia diventata la notizia del
giorno, negli Usa e in gran parte del mondo? Che l’idea, in sé demenziale, di
fare un bel falò di corani abbia fatto scomodare persino Obama, il suo
segretario della Difesa e il comandante delle truppe americane in Afghanistan?

Tre sono le spiegazioni che si
possono dare. La prima ha a che fare con i media ovvero con un circo mediatico
attivo 24 ore al giorno e sempre alla caccia di notizie sensazionali, di
“breaking news” come annunciano continuamente i sottotitoli dei principali
canali televisivi statunitensi. Un circo mediatico che privilegia l’informazione
usa e getta, dove il commento dura ormai un battito di ciglia e non esiste più
spazio per la sobrietà e l’approfondimento. Questo circo ha gestito irresponsabilmente
la vicenda, conferendole quella visibilità che essa non meritava. Il pastore
mitomane di una chiesa insignificante è così stato catapultato al centro della
scena politica e mediatica del più importante paese del mondo.

Ciò è però avvenuto anche in
conseguenza del clima politico e culturale che si respira oggi negli Usa. È
questo il secondo elemento dell’equazione. In quest’America polarizzata, le
posizioni più estreme sono improvvisamente sdoganate; acquisiscono legittimità
e diritto di cittadinanza. Lo spazio del dibattito pubblico si espande così a
figure (e a parole) che fino a non molto tempo fa erano relegate ai suoi
margini. Figure che predicano l’odio e che concorrono ad abbruttire questo
dibattito, rendendolo più volgare, violento, conflittuale. Quello di Terry
Jones è un caso ovviamente estremo, ma la mobilitazione del Tea Party e le
parole usate abitualmente da uno dei suoi leader, il giornalista Glenn Beck,
ricadono per molti aspetti nella stessa categoria.

La terza e ultima spiegazione si
collega però al mondo in cui viviamo. Un mondo  i cui vari pezzi sono sempre più
interdipendenti e interconnessi: per il tramite delle comunicazioni, delle
immagini, dell’incessante e rapida circolazione delle informazioni. Queste
informazioni sono sfruttate da di chi soffia dolosamente sul fuoco delle
polemiche, per trarne a sua volta un piccolo tornaconto. Molti media arabi si
sono gettati avidamente sulla notizia, il presidente iraniano Ahmadinejad ha
denunciato l’immancabile “complotto sionista”, bandiere americane sono tornate
a bruciare in varie parti del mondo. Qualche innocente probabilmente morirà in
conseguenza del calderone esploso per colpa del reverendo Jones. Anche questo,
scopriamo ora, può fare l’inverosimile pastore di una piccola chiesa di
Gainesville, Florida.

[Il Mattino, 11 settembre 2010]