Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2010

Le tasse e il Tea Party

 

Vi è un tema che nell’ultimo quarantennio ha egemonizzato il discorso politico e pubblico negli Stati Uniti: quello della riduzione delle tasse. Non si può credibilmente concorrere a una carica elettiva negli Stati Uniti proponendo un aumento delle imposte, in particolare di quelle sul reddito. Nel sistema assai semplificato di oggi l’aliquota sul reddito individuale più alto – superiore a 373mila dollari – è del 35%; nel 1980, prima della rivoluzione reaganiana, l’aliquota sui redditi maggiori era del 70% (e addirittura del 92% nel 1963). Chi guadagnava l’equivalente dei 370mila dollari del 2010 pagava il 75% di tasse su tale reddito nel 1963 e, appunto, il 70% nel 1980.

 

Alla riduzione delle imposte sul reddito non è corrisposto un contenimento delle spese pubbliche, messe in sofferenza da programmi sociali – quello previdenziale (il Social Security) e quello sanitario per gli anziani (Medicare) – assai onerosi e da un bilancio della difesa che nell’ultimo trentennio ha assorbito tra il 3 e il 5% del Prodotto Interno Lordo e tra il 15 e il 30% del bilancio del paese. Quel che ne è conseguito è stata un’imponente crescita sia del deficit interno sia del debito pubblico, aumentato quest’ultimo dal 30 al 90% del PIL nei soli ultimi trent’anni. Una politica fiscale sempre meno progressiva, programmi sociali tanto costosi quanto parziali e, infine, trasformazioni strutturali dell’economia hanno contribuito alla impressionante crescita della disuguaglianza nella società statunitense, dopo che questa aveva conosciuto una significativa riduzione nel periodo 1945-1973. I dati che si possono citare al riguardo sono molteplici. Il semplice indicatore del reddito ci fornisce però un esempio inequivoco: l’1% più alto dei redditi (superiori a circa 400mila dollari) corrisponde al 25% dei redditi complessivi (era più o meno l’8% nel 1973); l’0.01% più alto (redditi superiori agli 11milioni e 500mila dollari) addirittura al 6% dei redditi complessivi (era meno dell’1% a metà degli anni Settanta). Si potrebbero fare molti altri esempi – dalle tasse di successione all’accesso alle università di elite – ma il punto è chiaro: l’America di oggi è una società profondamente diseguale.

 

Eppure, questa disuguaglianza risulta politicamente tollerabile: non si vincono le elezioni invocando politiche redistributive e aumento delle spese sociali; né le si vincono sollecitando alla prudenza fiscale e alla riduzione del debito (che, affermò Reagan in una delle sue celebri battute, “è grande a sufficienza per prendersi cura di se stesso”). Le difficoltà elettorali di Obama e dei democratici dipendono ovviamente da una pluralità di fattori oltre che da un calo di popolarità almeno in parte fisiologico, in particolare in un periodo di difficoltà economica come quello attuale. Rivelano però anche la persistente tenuta, invero l’egemonia, di un discorso che genericamente potremmo definire “anti-fiscale”: popolare nei momenti di boom, quando la crescita economica permette gettiti più elevati senza aumenti delle tasse; indispensabile nei momenti di crisi, quando non si possono chiedere ulteriori sacrifici a un’America già prostrata e in ginocchio.

 

È un discorso “anti-fiscale” che anzi diventa parte integrante di un più ampio discorso patriottico. Nel quale la riduzione delle imposte costituisce precondizione per il dispiegamento dello spirito imprenditoriale e per la realizzazione della piena libertà individuale, oltre che metro per misurare la capacità della società americana di contrapporsi alla presenza, intrusiva e intrinsecamente autoritaria, dello stato federale.

 

Obama propone in realtà di aumentare solo le imposte sui redditi più alti, superiori a 250mila dollari, mantenendo i tagli introdotti da Bush tra le altre fasce di reddito. Ma il semplice parlare di aumento delle tasse ha violato un tabù che, a oggi, risulta inviolabile, paradossalmente anche per coloro i cui redditi sono inferiori alla soglia dei 250mila dollari. Ciò ci rivela quanto consolidato e forte sia il discorso anti-fiscale nell’America di oggi e quanto poco sia cambiato al riguardo dopo l’elezione di Obama nel 2008. Combinandosi con la diffusa sfiducia verso la politica e le istituzioni, questo discorso riesce anzi a creare un ponte tra la destra radicale del Tea Party e quell’elettorato indipendente dal cui voto dipende in ultimo il risultato elettorale. E ci mostra tutta la debolezza della politica  e la sua incapacità di affrontare alcune delle più marcate contraddizioni maturate dall’America nell’ultimo trentennio.

 

Il Mattino, 27 ottobre 2010

Le elezioni di mid-term e la difficoltà di governare


Il 2 novembre l’America sarà
chiamata a eleggere la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, oltre a
numerosi governatori e assemblee legislative statali. Tutti i sondaggi danno
per certa una vittoria dei repubblicani. Può anche darsi che Obama e i
democratici riescano nelle prossime settimane a mobilitare i propri elettori, a
sfruttare il radicale dilettantismo dei candidati repubblicani del Tea Party e
a limitare conseguentemente i danni. Non potranno, però, evitare una sconfitta.
Che potrebbe riportare il Congresso, o almeno uno dei due suoi due rami, in
mano ai repubblicani, a solo due anni dalla nettissima vittoria elettorale
democratica del 2008. E che – dato, in prospettiva, politicamente ancor più
significativo – permetterebbe ai repubblicani di governare molti stati.

Quanto accaduto dal 2008 a oggi
aiuta a spiegare questa probabile debacle dei democratici e del Presidente.
Obama si è rivelato, paradossalmente, cattivo comunicatore: non è stato capace
di offrire una narrazione della crisi capace di generare consenso; non ha
sfruttato a dovere il capitale politico lasciatogli in dote dagli errori di
Bush e dall’immensa impopolarità dei repubblicani; il suo messaggio, asettico e
bipartisan, non ha mai fatto breccia tra un elettorato arrabbiato e spaventato.
La coalizione che lo ha sostenuto si è dimostrata composita e incapace di
condividere una piattaforma comune, ancorché minima. I repubblicani non hanno
offerto alcuna sponda, rivelando una rigidità prossima all’irresponsabilità.
Infine, la drammatica crisi economica, per quanto mitigata dai provvedimenti di
Obama (il salvataggio delle banche e gli aiuti straordinari all’economia), ha
prodotto tassi di disoccupazione come non si vedevano da decenni, mentre
continuavano a crescere debito e deficit, già aumentati esponenzialmente negli
otto anni di Bush.

Eppure, i tanti fattori
contingenti non bastano per spiegare il probabile esito delle prossime elezioni
di mid-term. Come non basta la considerazione, corretta ma parziale, che si
tratterebbe di un dato normale, e finanche fisiologico, nel sistema politico
statunitense, dove il partito del Presidente eletto soffre sempre di una
flessione dopo il primo biennio. A monte, sembrano infatti agire due fattori
più profondi, quasi strutturali.

Il primo ha a che fare con il
cambiamento in atto in America. Un cambiamento politico, demografico e
culturale che aveva indotto alcuni studiosi a presentare il 2008 come un vero e
proprio riallineamento elettorale, destinato a produrre una solida e duratura
maggioranza democratica. Appare oggi chiaro che quel cambiamento è più parziale
e limitato di quanto non si ritenesse; che i suoi effetti politici siano più
tenui e meno netti del previsto. L’America si fa più diversa – si pensi al peso
della minoranza ispanica – e, anche, più liberal
sui temi etici, tanto che in molte delle campagne elettorali in corso i
candidati democratici cercano di mettere il diritto all’aborto al centro del
dibattito, consapevoli della vulnerabilità repubblicana su questo. Ma è
un’America dove rimane marcata l’ostilità, quasi pregiudiziale, a una presenza
forte della mano pubblica, anche solo con una funzione di regolamentazione
della vita economica. Un’America dove, anzi, la forza dell’anti-politica
populista rende ancor più impopolare il governo federale e l’idea che esso
possa svolgere un ruolo attivo e interventista, dalla sanità all’istruzione,
dalle infrastrutture (sempre più obsolete) alla difesa dell’ambiente.

Un secondo fattore, che accomuna
gli Usa ad altre democrazie occidentali, si somma però al primo. È la
difficoltà di governare oggi, nei tempi sempre più ristretti di un dibattito
politico che genera aspettative sul breve irrealizzabili, dove lo scontro e il
rifiuto di collaborare sono elettoralmente convenienti e dove il ciclo continuo
di notizie e di sondaggi pesa, come spade di Damocle, su chi ha la
responsabilità del governo. Obama, oggi lo si dimentica, ha conseguito successi
importanti, dalla riforma del sistema sanitario al ritiro dall’Iraq, dalle
leggi sul sistema finanziario a politiche economiche capaci di arrestare la
recessione e far ripartire l’economia. Ciò, però, non basta: i suoi
sostenitori, soprattutto a sinistra, chiedevano di più; i suoi oppositori
denunciano, grottescamente, una presunta deriva socialista del paese; i tanti
indecisi indipendenti guardano con preoccupazione al deterioramento dei conti
pubblici. Tutti chiedono soluzioni immediate e risposte precise alle proprie preoccupazioni.
Soluzioni che la politica non ha e non può avere; ma soluzioni rese ancor più
difficili quando i tempi della politica e quelli elettorali tendono a
biforcarsi in modo così marcato come avviene oggi. Se i repubblicani dovessero
conquistare la maggioranza al Congresso, per la terza volta consecutiva (primo
caso nella storia statunitense) avremo una situazione di governo diviso: un
Presidente in carica dovrebbe cioè collaborare con un Congresso controllato dal
partito avversario. E questo dato ci mostra quanto difficile sia governare
oggi, negli Stati Uniti e non solo.

Il Mattino, 11 ottobre 2010