Mario Del Pero

Archivio mensile: novembre 2010

Wikileaks e lo stato debole

È difficile orientarsi nel guazzabuglio di documenti segreti rivelati ieri da Wikileaks. Come prevedibile, viste la mole di documenti e di fonti, vi si trova un po’ di tutto: gossip, documenti generici, informazioni potenzialmente rilevanti, ma spesso isolate, laddove il ricercatore sa bene che negli archivi non vi sono fonti risolutive – “pistole fumanti” – ma tanti elementi fattuali che acquisiscono importanza solo quando si possono collegare gli uni agli altri, ricavandone una trama e un senso conseguenti.

Dalle prime rivelazioni, emergono però aspetti importanti, relativi sia agli Stati Uniti sia all’Italia e ai suoi rapporti con l’alleato statunitense.

Le rivelazioni di Wikileaks sono un altro segnale della debolezza e delle difficoltà degli Usa. Non per il loro contenuto: è un tipo di corrispondenza diplomatica normale, finanche banale, per qualsiasi paese. Ma perché mostrano l’attuale fragilità della politica e delle istituzioni statunitensi. La loro crescente delegittimazione.

Vari fattori hanno contribuito alla forza degli Stati Uniti. Tra questi vi è stata anche la capacità di giustificare e proteggere non tanto il segreto di stato in quanto tale, ma la sua necessità e il suo utilizzo non arbitrario. Chiunque studia la storia americana, e usa di conseguenza gli archivi, sa bene che quando si tratta di documenti nessun paese – con l’eccezione del Regno Unito – è trasparente e rispettoso delle regole quanto lo sono gli Stati Uniti. Dove esistono norme chiare che disciplinano la consultazione di fonti archivistiche, tali fonti sono conservate in strutture che tutti invidiano, e vi sono regole certe per quanto riguarda i documenti sensibili per la sicurezza nazionale, i limiti alla loro consultazione e la possibilità di chiedere revisioni periodiche (triennali) del loro livello di segretezza e quindi accessibilità. Gli Stati Uniti sono storicamente un paese che custodisce la propria storia, consente che questa venga costantemente messa in discussione e tutela, senza eccessi o arbitri, i propri segreti. Hanno cessato di esserlo, un tale paese, solo quando le istituzioni statuali hanno visto messa in discussione la loro legittimità: perché hanno condotto guerre inutili e divisive; hanno contraffatto intelligence per giustificare tali guerre; hanno mentito ai propri cittadini. Questo stato delegittimato – e gli Usa oggi in larga misura lo sono come lo furono nella fase finale dell’intervento in Vietnam – diventa improvvisamente un soggetto debole e vulnerabile: i suoi segreti vengono esposti, la sua credibilità minata, la sua influenza grandemente ridotta.

Ciò avviene anche nei rapporti con i suoi alleati storici, come nel caso dell’Italia. Un’Italia che sembra uscire in modo ambivalente dalla rivelazioni di Wikileaks. Da un lato vi è un paese che cerca di ritagliarsi un autonomo spazio di manovra, dal Medio Oriente ai rapporti con la Russia, in nome di un interesse nazionale declinato in un contesto internazionale cangiante e fuori dalla tradizionale, ed esclusiva, cornice atlantica. Nel farlo alimenta ovvie frizioni e incomprensioni con il partner statunitense, peraltro non nuove in un rapporto bilaterale che dal 1945 a oggi è stato assai meno ingessato e vincolante di quanto molti non credano. Dall’altro, al di là dei gossip e delle inevitabili strumentalizzazioni politiche, si mostra una volta ancora tutta l’anomalia dell’Italia odierna e di chi la guida. È ovvio che prevalga da parte statunitense un sano pragmatismo e che il governo Berlusconi lo si misuri sull’Afghanistan e non sui festini. È altrettanto ovvia, però, l’importanza dell’immagine che un paese sa dare di se stesso, anche per come questa è rappresentata dalla diplomazia dell’alleato più importante. E l’immagine che ne esce, almeno stando ai documenti di Wikileaks, non può né rallegrarci né renderci orgogliosi.

[Il Mattino, 30 novembre 2010]

Una complessa transizione

È una partita complessa quella giocata al G-20 di Seul e che, su questo e altri tavoli, continuerà nelle settimane a venire. Una partita complessa, come è inevitabile in ogni, difficile transizione.  Perché quella attuale è, a tutti gli effetti, una complicatissima transizione: da un’era a chiara, ancorché contraddittoria, egemonia statunitense a nuovi e ignoti equilibri globali. Nei quali rimarrà una qualche gerarchia di potenza, con al vertice gli Stati Uniti. Ma che sarà contraddistinta da regole diverse, da squilibri di forza e influenza meno marcati e, infine, da una riduzione del potere degli Stati Uniti medesimi.

Il vecchio ordine internazionale che gradualmente sta andando in soffitta poggiava su tre pilastri fondamentali: l’incontestato primato del dollaro; il dominio militare per il tramite del quale gli Stati Uniti garantivano la loro protezione a diversi alleati; l’assoluta indispensabilità del vorace mercato americano, capace di assorbire merci di tutto il mondo alimentando l’impetuosa crescita economica di molti paesi esportatori. Il dollaro forte permetteva di consumare ab libitum, acquisire materie prime a basso costo, attrarre capitali indispensabili all’innovazione e allo sviluppo tecnologico, ottenere crediti facili con cui sostenere il proprio debito crescente, pubblico e privato. Pur mugugnando, gli altri soggetti del sistema internazionale accettavano questa condizione: che apriva loro l’immenso mercato statunitense e, nel caso di Europa occidentale e Giappone, permetteva di essere difesi dal gigante militare americano.

Era una struttura, questa, contraddittoria e in ultimo insostenibile. Perché veniva progressivamente a mancare una delle condizioni, l’indispensabilità della protezione militare statunitense, che l’aveva a lungo puntellata e giustificata. E perché gli squilibri di questo assetto si rivelavano insostenibili. Quello attuale è un mondo dove la percentuale dei risparmi sul Prodotto Interno Lordo supera il 50% nel caso della Cina e si avvicina ormai allo zero negli Stati Uniti; dove agli imponenti attivi della bilancia delle partite correnti cinesi corrispondano deficit ancor maggiori di quella americana; dove nel solo 2008 la Cina ha acquisito il 46% del debito statunitense; dove, infine, ancor oggi la Germania esporta negli Usa quasi il doppio di quanto non importi. È un mondo, questo, dove un gigante prostrato come l’America post-2008 non può più consumare, a dispetto dei lamenti cinesi, tedeschi e brasiliani. E dove, anzi, Obama cerca accordi che permettano agli Usa di esportare maggiormente per soddisfare le pressioni politiche interne e iniziare a correggere le mostruose asimmetrie commerciali odierne.

Nella transizione, potenzialmente conflittuale, cui stiamo assistendo è proprio questo il dato fondamentale da cui partire: l'”impero dei consumi” statunitense sembra essere davvero giunto al capolinea. Se si accetta questa premessa, la conseguenza è che tutte le parti sono a chiamate a fare delle concessioni, peraltro non semplici, soprattutto per le democrazie, sempre più conflittuali e polarizzate, dell’Occidente. La Cina deve stimolare i consumi interni, accettare un apprezzamento della propria valuta e ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni; gli Usa devono rinunciare alla leva di potere unilaterale che il dollaro ha sempre offerto loro e allo strumento di costruzione del consenso rappresentato dai consumi di massa; gli europei sono chiamati a puntellare la crescita economica mondiale, rinunciando ad alcune condizioni di tutela e privilegio di cui ancora dispongono; i paesi emergenti – giganti come Brasile e India, oltre alla stessa Cina – ad accogliere richieste di ulteriore apertura e integrazione.

Non sarà affatto semplice, anche perché ogni governo dovrà rispondere delle conseguenze alla propria opinione pubblica interna e, nella quasi totalità dei casi, ai propri elettorati. Soprattutto, non sarà semplice perché il negoziato cui stiamo assistendo verte proprio su questo: su come gestire una transizione post-egemonica, distribuendone oneri e costi, preservando la stabilità e limitando in ultimo i conflitti.

Il Mattino, 12 novembre 2010

Europe’s Obamania

In the United States, Obama’s approval ratings
have dropped from 70% to 45% in little more than a year. In the recent mid-term
elections, a re-energized and radicalized Republican Party gained control of
the House of Representatives and won various state elections, although the
Democrats succeeded in preserving a majority in the Senate. On the Right, Obama
stands accused of promoting an intrusive and costly expansion of the federal
government, which is surreptitiously transforming the United States into a sort
of socialist state. For the Left, Obama’s reforms are timid and insufficient,
while his foreign and security policies – from Afghanistan to Guantanamo – seem
a mild version of the despised and discredited ones promoted by George Bush.
Independents are horrified at the perspective of a further deterioration of
public finances, growing deficits and an ever expanding debt.

There is a place, however, where Obama is still
immensely popular; where he wins Nobel prizes and is viewed with awe and
admiration. That place is, of course, Europe. According to the most recent
Transatlantic Survey Trends of the German Marshall Fund, 78% of the EU
respondents view positively the way Obama handles international policies, down
just five points from a year ago, at the very peak of Europe’s infatuation with
the new American president (in 2007 the percentage of EU respondents viewing
Bush favorably was 17%). Last June, the Pew Global Attitude Survey offered
similar data: in Germany and France 90% and 87% of the respondents believed
that Obama “will do the right thing in world affairs”, down just 4 and 3 points
from the previous year (the percentage with Bush in 2008 was 14 and 13).
Outside the United States, even businessmen seem to be more keen on Obama than
their American counterparts: only 50% of them, according to a recent Bloomberg
poll, consider him anti-business, while among US respondents the number was 77.

More significantly, these data reveal the
strength and persistence of a real “Obamania” in Europe: of a popularity
centered on his persona more than anything else. Obama’s policies – on the Middle
East, Russia, Afghanistan, and elsewhere – are far less admired among Europeans
than Obama himself, as the Transatlantic Survey Trends reveals. Furthermore, at
55%, desire for US leadership is more than twenty points below Obama’s
popularity, completely reversing the data of the Bush period (in 2007 36% of
the respondents expressed desire for US leadership).

Polls are what they are and must be handled
with caution. If anything, these data reveals the high volatility of European
public opinion. They are, nevertheless, quite indicative of Europe’s continuing
love affair with Obama. How do we explain it and what does it tell us of Europe
and, also, America?

Obama’s high ratings in Europe are, at least in
part, simply derivative: they are the consequence of what his predecessor at
the White House did, said and symbolized more than any specific act of Obama.
To put it bluntly: in Europe Obama is so popular simply because he is not Bush.
By being not Bush – politically, culturally, socially, even aesthetically –
Obama is perceived as more like us, more European. His policies, particularly
on climate change and nuclear proliferation, have re-created a sort of
Transatlantic bridge, targeting issues on which Europe has somehow built its
highly ideological self-representation as an allegedly “civilian”, war-opposed
new kind of power. For some sectors of the European Left, Obama is not just the
symbol of a more European (and human) America, but also of a superior America,
far ahead of Europe when it comes to racial diversity, multiculturalism and the
like. Thanks to Obama, and his unique and syncretic biography, the United
States is perceived both as being “in the” world again, and as credibly
embodying and representing “the” world in its entirety. Such a diverse world can be invoked by European leftists opposed
to the domestic policies on immigration, cultural and religious freedom
currently promoted by various conservative governments.

By being not Bush – seemingly liberal,
pro-environment and post-racial – the global Obama has effectively infused new
blood to the old myth of America. We don’t know whether Europe’s “Obamania” is
destined to last; if the alternative to Obama is the Tea Party and the likes of
Glenn Beck and Sarah Palin, there is no doubt that the discrepancy between the
European image of Obama and that of the United States will widen even further.

[published in German, on the “Aargauer
Zeitung”, November 9 2010]

Governabilità a rischio

Serviranno i dati completi e
definitivi per valutare bene l’esito di queste elezioni di mid-term. Certa
appare però la sconfitta dei democratici, la conquista repubblicana della
camera dei rappresentanti e il ritorno dopo solo due anni a una condizione di
governo diviso.

Un risultato che si può spiegare
in tanti modi diversi: le dinamiche del sistema politico americano, gli errori
di Obama, il peso della crisi economica, la sfiducia verso la politica e le
istituzioni, la tenuta di un conservatorismo prematuramente dato per morto,
l’elitismo di una parte del partito democratico, la volatilità di un elettorato
indipendente tanto indispensabile quanto volubile e indecifrabile. Spiegazioni
indubbiamente corrette, queste, ma anche parziali e insufficienti.

Non lo si può spiegare, questo
risultato, con l’inazione legislativa, anche se l’impopolarità del Congresso –
simbolo per molti americani della Washington odiata e corrotta – rimane
altissima e apparentemente inscalfibile. Il biennio appena trascorso è stato
infatti contraddistinto da un’intensa attività legislativa, per numero di leggi
approvate e importanza delle stesse, su tutte la riforma della Sanità. Ciò è
però avvenuto in una situazione di profonda, e crescente, polarizzazione
politica; è avvenuto cioè a dispetto di una contrapposizione che ha ostacolato
il processo legislativo (al senato i repubblicani hanno fatto un uso senza
precedenti dell’ostruzionismo) e solo grazie alle maggioranze, ampie ancorché
frammentate e poco coese, di cui i democratici disponevano alla Camera e al
Senato.

Se vogliamo riassumere, il
biennio appena trascorso ha mostrato un partito repubblicano indisponibile a
qualsiasi compromesso e sempre più ostaggio delle sue frange più radicali; un
partito democratico indisciplinato, diviso e deresponsabilizzato dall’ampia
vittoria del 2008; e una leadership presidenziale debole e non sempre coerente,
espressa attraverso una retorica – quella del dialogo e della collaborazione
bipartisan – del tutto inadatta al quadro politico attuale.

Alcuni commentatori ritengono che
la sconfitta dei democratici possa essere salutare, per Obama e per l’America.
Che possa responsabilizzare repubblicani e democratici, obbligandoli a quella
collaborazione che è mancata negli ultimi anni. Nel farlo invocano il
precedente storico del 1994, quando il trionfo elettorale repubblicano obbligò
Bill Clinton a mutare rotta, aprendo una fase di feconda collaborazione
simboleggiata da politiche fiscali rigorose e dal rientro del deficit,
culminato nel 1998-2000 con gli unici attivi di bilancio dell’ultimo
cinquantennio.

È lecito però dubitare che una
simile parabola virtuosa possa essere replicata oggi. Vi era allora una
condizione di crescita economica e aumento dell’occupazione facilitata da
condizioni d’innovazione tecnologica probabilmente non ripetibili. A dispetto
di tutto, il partito repubblicano era meno rigido e ideologizzato di quanto non
sia oggi: non vi erano Tea Party all’orizzonte; esistevano ancora repubblicani
progressisti; una figura che allora appariva conservatrice, come il candidato
presidenziale Bob Dole, risulterebbe oggi troppo moderata per trovare spazio
nel partito. Bill Clinton e i suoi consiglieri, infine, dimostrarono un’abilità
e una scaltrezza che sembrano ancora mancare alla squadra di Obama.

Soprattutto, alla collaborazione
tra Clinton e il Congresso repubblicano si giunse solo dopo un drammatico muro
contro muro nel 1995, che impedì l’approvazione della legge sul bilancio, portò
alla temporanea chiusura di varie attività del governo federale e si chiuse con
la vittoria di Clinton sull’allora capogruppo repubblicano alla Camera, Newt
Gingrich. Una situazione analoga paralizzerebbe oggi un paese già prostrato,
dove la protesta populista è sempre più forte e il prestigio delle istituzioni
ai suoi minimi storici. È difficile intravedere vie d’uscita all’impasse in cui
si trova l’America oggi. Ed è ancora più difficile intravederne dopo il voto di
ieri.

Il Mattino, 3 novembre 2010

Le elezioni di mid-term

Le elezioni di mid-term sono un
primo banco di prova per Obama. Un giudizio sulle politiche fin qui perseguite;
ma anche un test della portata della svolta, a molti apparsa radicale, del
2008. Fu allora eletto presidente un giovane senatore afro-americano – Barack
Hussein Obama – di scarsa esperienza, vaghi propositi, grande erudizione e
straordinario carisma. Il primo afro-americano ad accedere alla massima carica
del paese, la sola ad avere come collegio gli Stati Uniti nella loro interezza
e quindi l’unica a rappresentare la nazione. Il primo senatore dopo John
Kennedy (tra il 1960 e il 2008 sono stati eletti solo governatori). E il primo,
sempre dall’elezione di Kennedy, a non provenire dalla Sunbelt, la cintura degli stati del sud che va dalla California
alle due Caroline.

La rottura del 2008 fu epocale. E
indusse molti a parlare prematuramente di riallineamento elettorale: dell’apertura
di un’era di dominio elettorale democratico. Stando ai sondaggi, Obama e i
democratici subiranno invece una sconfitta martedì prossimo. Difficilmente
riusciranno a mantenere il controllo della Camera; preserveranno forse un’esile
maggioranza al Senato; perderanno il controllo di molti stati, dove si
giocheranno nei mesi a venire partite importanti, dall’applicazione di alcune
delle riforme di Obama alla ridefinizione dei distretti elettorali.

Le cause di questa annunciata
sconfitta sono tante, contingenti e strutturali. Nella storia del paese è
usuale che il partito del presidente neo-eletto sia penalizzato nella prima
scadenza elettorale successiva al suo insediamento. Dal 1945 a oggi, l’unico
presidente a sfuggire a questa sorte fu George W. Bush nel 2002 e in
quell’occasione pesò moltissimo l’effetto dell’11 settembre. E non è detto che
queste sconfitte danneggino  il
presidente in carica, pregiudicandone la possibilità di rielezione e il
successo politico, come scoprirono sia Ronald Reagan (i repubblicani persero
ben 26 deputati nel 1982, ma fu trionfalmente rieletto nel 1984) sia Bill
Clinton, capace di rimbalzare dalla pesantissima sconfitta dei democratici del
1994 (quando persero 54 deputati), vincere le presidenziali del 1996 e
concludere i suoi due mandati con tassi di consenso e popolarità elevatissimi.

È quindi sbagliato leggere il
voto di martedì come anticipazione di una tendenza destinata a consolidarsi nel
2012, quando si voterà anche per la Presidenza. I dati odierni – e il probabile
risultato elettorale – sono invece rilevanti perché mostrano come la portata
della svolta del 2008 sia stata sopravvalutata. Alcune tendenze demografiche
(un’America meno bianca e protestante) e culturali (la stessa America che diventa
meno conservatrice sui cosiddetti temi etici) avvantaggiano oggettivamente i
democratici. Sono però bilanciate, queste tendenze, dalla persistente ostilità
di una maggioranza degli americani a politiche sociali espansive, a un ruolo
più attivo e interventista del governo federale e, soprattutto, all’ipotesi di
aumentare il livello dell’imposizione fiscale, anche solo sui redditi più alti
come propone Obama. Si tratta di posizioni anzi rafforzate dalla profonda
sfiducia verso la politica, le istituzioni e chi le rappresenta. Si cita spesso
il calo di consensi di Obama (di cui solo il 46% degli americani approva oggi l’operato),
omettendo di dire che la popolarità del Congresso è ancor più bassa e ormai da
4/5 anni fatica a superare il 20%.

È probabile che dopo martedì si
torni a una condizione di governo diviso. Senso di responsabilità vorrebbe che
le due parti aprissero allora un dialogo bipartisan e giungessero a dei compromessi.
Il senso di responsabilità collide però con le convenienze elettorali, come si
è ben visto nell’inflessibile comportamento dei repubblicani al Senato in
questo ultimo biennio. E il rischio di un paralizzante muro contro muro è oggi davvero
molto alto.

Il Giornale di Brescia, 1 novembre 2010