Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2010

Obama e un’America che cambia

Pare ormai certo che Obama abbia i voti – i due terzi dei senatori presenti in aula – per far ratificare l’accordo Start sulla riduzione delle armi nucleari negoziato con la Russia l’aprile scorso. La ratifica segue di  pochi giorni altri due successi congressuali dell’amministrazione: il compromesso sul mantenimento dei tagli alle tasse di Bush e, soprattutto, l’abolizione della politica del “don’t ask don’t tell”, che di fatto impediva a gay dichiarati di arruolarsi nelle forze armate.

Il presidente sfrutta al meglio l’accelerazione all’agenda legislativa imposta a un Congresso azzoppato e in scadenza di mandato. E ottiene una serie di significative vittorie su una destra più radicale che con troppa superficialità qualcuno aveva proclamato vincitrice delle scorse elezioni di medio-termine. Quella destra contraria all’abrogazione del “don’t ask don’t tell”, che presenta l’accordo Start come una capitolazione degli Usa e che denuncia le concessioni fatte ad Obama per preservare la riduzione delle tasse introdotta da Bush.

Come si spiega l’Obama vittorioso al termine di un anno caratterizzato da un costante calo dei suoi consensi, culminato con la pesantissima sconfitta elettorale di novembre? La lettura più semplice, che molti commentatori moderati ora propongono, è che Obama abbia imparato dagli errori compiuti e si sia rapidamente riposizionato al centro, dopo aver imposto impopolari politiche di sinistra a un’America riluttante e, in ultimo, conservatrice. Queste spiegazioni contengono, forse, un piccolo elemento di verità. Concentrarsi solo su di esso offre però una spiegazione al meglio parziale e al peggio ingannevole. Proprio i due ultimi voti del Senato – sul trattato Start e i gay nelle forze armate – sono lì a rivelarcelo. Se valutati nel merito, le due iniziative non possono essere etichettate come moderate o “centriste”. Sul disarmo e la campagna contro la proliferazione nucleare, Obama ha da subito investito con coraggio, attirandosi molte critiche da una destra che lo ha accusato (e lo accusa) di sacrificare gl’interessi di sicurezza del paese, riducendone di fatto la potenza militare e rinunciando a creare un ambizioso sistema di difesa missilistica. Porre termine alla discriminazione degli omosessuali nelle forze armate, e farlo in modo così consensuale, sarebbe stato (e, di fatto, fu) a sua volta impensabile solo pochi anni orsono.

È ora possibile farlo, come è possibile approvare lo Start, perché un’ampia maggioranza degli americani lo chiede, come rivelano i sondaggi più recenti (le ultime rilevazioni Gallup indicano che il 67% era favorevole ad abrogare la “don’t ask don’t tell” e solo il 26% contrario, mentre il 51% approva la ratifica del tratto Start e il 30% si oppone). È un’America, questa, in movimento; soggetta a trasformazioni politiche, culturali e demografiche profonde, le cui implicazioni sono complesse da decifrare, per chi fa politica così come per chi la osserva e commenta. Elettorato e opinione pubblica si fanno più volubili ed enigmatici; l’affiliazione ai partiti diminuisce; cresce il numero degli indipendenti e, con essi, la volatilità elettorale. Ne consegue un rimescolamento politico la cui natura e i cui esiti sono difficili da esaminare e prevedere. La persistenza di un discorso anti-fiscale, di sostegno a basse tasse e di accettazione conseguente di alti livelli di diseguaglianza, sembra mostrarci un paese di destra. La ridefinizione dei diritti individuali, sull’omosessualità così come sull’aborto e altri “temi etici”, dà un’indicazione opposta, favorisce (e finanche sorprende) i liberal, mettendo sulla difensiva i repubblicani alla Sarah Palin. Alla fine del momento radicalmente unilaterale di Bush sembra corrispondere il ritorno di un internazionalismo multilateralista e collaborativo, che proprio nel nucleare e nel controllo degli armamenti ha sempre trovato un ambito privilegiato d’applicazione.

Obama, questa America in movimento, sembrava averla capita e intercettata nei mesi che lo portarono alla Presidenza. Salvo poi perderla nel passaggio, in sé terribilmente complesso, dalle promesse ai fatti, dalla campagna elettorale all’azione di governo. Non sappiamo, oggi, se Obama stia progressivamente riallacciando un rapporto con questa America. Sappiamo, però, che come la vittoria di Obama nel 2008 non segnalò una radicale svolta di sinistra del paese, così le sue difficoltà di quest’ultimo anno non indicano il riemergere di un’America conservatrice, destinata a riconquistare la Casa Bianca nel 2012. È, invece, un’America che nella sua complessa e multiforme evoluzione impone a entrambi gli schieramenti di aggiornare e ripensare le proprie categorie e, con queste, i propri programmi.

[Il Mattino, 23 dicembre 2010]

Il compromesso di Obama

Come era previsto e, forse, inevitabile Obama ha infine ceduto, trovando un compromesso con i repubblicani sul rinnovo biennale dei tagli generalizzati alle tasse introdotti da Bush nel 2001. Obama voleva che il rinnovo fosse limitato ai soli redditi sotto i 250mila dollari per nucleo familiare. Alla camera era stata approvato un provvedimento, poi bloccato dall’ostruzionismo repubblicano al Senato, che alzava questa soglia minima a un milione di dollari. Ma anche questa concessione non è stata sufficiente. Alla fine, come chiesto dai repubblicani, rimangono in vigore per tutti le aliquote fissate nove anni fa, fra le più basse degli ultimi ottant’anni (quella più alta, per i redditi familiari o individuali superiori ai 370mila dollari, è del 35%; era del 91% negli anni Sessanta e ancora del 50% a metà anni Ottanta). Inoltre, si abbassa di molto (dal 55% al 35%) l’imposta di successione, con una soglia d’esenzione fissata a ben 5 milioni di dollari.

In cambio, Obama ottiene anche più del previsto: crediti fiscali di varia natura, riduzione degli oneri contributivi nelle buste paga di lavoratori con redditi inferiori ai 106mila dollari, soprattutto l’estensione per altri 13 mesi dei sussidi di disoccupazione in scadenza. Di fatto si tratta di un secondo, rilevante stimolo fiscale per l’economia statunitense; proprio quello stimolo – che interviene sul versante delle tasse e non del sostegno diretto alla domanda – cui i repubblicani si opponevano, in nome della responsabilità fiscale e della lotta al deficit. Obama riesce quindi a rinnovare i sussidi e a evitare un aumento della
pressione fiscale, che avrebbe colpito indiscriminatamente tutte le fasce di
reddito. Facendolo, chiude temporaneamente (fino al 2012) questa partita,
evitando che essa sia gestita dal nuovo Congresso, prossimo a insediarsi,
quando i rapporti di forza saranno ancor più sfavorevoli ai democratici.

Eppure, quella di ieri è una sconfitta politica per il Presidente e per il suo partito. La sinistra
democratica denuncia l’ennesimo compromesso al ribasso: l’incapacità di
assumere una posizione ferma su un tema così importante per i propri militanti
e la propria base elettorale; la costante riluttanza a dare battaglia ed
esporre pubblicamente le ipocrisie della controparte. A destra si proclama, con
astuzia, vittoria, evitando di menzionare la parte dell’accordo che va contro
principi (la riduzione del deficit, l’opposizione ai sussidi) tanto ostentati negli
ultimi mesi.

Le conseguenze politiche sono difficili da valutare ora e si manifesteranno pienamente solo nella lunga campagna elettorale destinata ad aprirsi tra poco più di un anno. La vicenda, e le polemiche che ne sono derivate, ci mostrano però una volta ancora l’incapacità di Obama e dei democratici di offrire una narrazione politica, e con essa una visione del futuro, alternativa a quella antipolitica, del “governo minimo”, proposta dai repubblicani. È, quella della destra, una narrazione intrinsecamente populista e assai poco responsabile laddove, in un momento di difficoltà come questo, alimenta il deficit, difende privilegi, legittima il
mantenimento di livelli risibili d’imposizione fiscale su redditi milionari e,
per farlo, è disposta a colpire coloro che sono maggiormente in sofferenza a
causa della crisi. È però anche una narrazione che, nella sua estrema
semplicità – la lotta al governo intrusivo e alle tasse oppressive – si rivela capace
una volta ancora di sfruttare pulsioni profonde, ancorché irrazionali,
dell’opinione pubblica. Quelle pulsioni che un partito democratico diviso e
litigioso e un presidente algido e incline, per necessità e attitudine, al
compromesso non riescono invece a raggiungere.

[Il Mattino, 9 dicembre 2010]