Mario Del Pero

Archivio mensile: gennaio 2011

Stato dell’Unione

È stato un discorso abile, furbo e alto quello di Barack Obama sullo Stato dell’Unione. Un discorso tutto politico, che strizzava però l’occhio all’anti-politica e al diffuso populismo di questi tempi. Un discorso che riaffermava le possibilità illimitate, invero la grandezza e unicità degli Stati Uniti, invocando però sacrifici e impegno. E un discorso, infine, che nel chiedere il superamento delle divisioni e degli scontri puntava a ottenere precisi vantaggi politici, personali e partigiani.

Con fretta e superficialità, qualche commentatore ha rubricato il discorso come centrista, inserendolo dentro una presunta virata al centro imposta a Obama dal risultato elettorale dell’autunno scorso e dalle difficoltà incontrate finora. Su alcune questioni nodali, Obama non è però indietreggiato e ha, se possibile, rilanciato. Si è sottratto, ad esempio, alla esclusiva, per quanto indispensabile, retorica della responsabilità fiscale, tornando a sottolineare la necessità di un piano selettivo d’investimenti pubblici in alcuni settori strategici, dalle infrastrutture all’istruzione, dalle nuove tecnologie alle fonti energetiche alternative. E ha confermato l’intenzione, già annunciata dal segretario della Difesa Gates, di procedere a tagli rilevanti a quella spese militare che è sempre aumentata dal 1998 a oggi, e che sono osteggiati invece da gran parte del fronte repubblicano.

La retorica – suggestiva, visionaria e, inevitabilmente, vaga – ha ricordato quella della campagna elettorale del 2008 più che quella della successiva azione di governo. Una retorica delle possibilità, in cui le difficoltà e i problemi dell’America di oggi costituiscono non limiti e costrizioni, ma opportunità per una nuova rinascita. Una retorica patriottica, con la celebrazione del conflitto democratico, ma anche l’invito a superare fratture ideologiche e a operare per il bene comune (“i dibattiti”, ha affermato Obama, “sono stati aspri e ci siamo scontrati fieramente per le nostre convinzioni. Ma ciò è necessario. È  ciò che una robusta democrazia chiede. È quanto ci distingue come nazione”). E, infine, una retorica globalista, laddove si afferma che i successi futuri degli Stati Uniti dipenderanno non solo dalla capacità di collaborare con il mondo, ma anche di competere con esso e con le sue parti più dinamiche e in ascesa (e qui, i frequenti riferimenti a Cina e India sono stati particolarmente significativi).

I primi sondaggi sembrano premiare Obama, i cui indici di popolarità erano già tornati a salire dopo la batosta delle elezioni di medio-termine. È futile, però, soffermarsi su rilevazioni volatili e dalla scarsa rilevanza. La partita, nei mesi a venire, si giocherà su alcuni temi fondamentali – l’occupazione e la ripresa economica su tutte – e sulla capacità di Obama di far ricadere sugli avversari repubblicani la responsabilità degli inevitabili scontri politici che ostruiranno l’azione di governo. Il discorso di Obama di ieri è però servito per riposizionare il Presidente al centro della scena e riprendere nelle mani tempi e forme del confronto politico. Obama è per certi aspetti tornato alle origini: l’invito a superare le divisioni in nome di un bene superiore e condiviso fu il marchio del primo Obama. Soprattutto, si è affidato ad alcuni elementi classici della retorica politica statunitense, in particolare un patriottismo declinato in modo assai più sofisticato e meno manicheo di quello del suo predecessore, ma comunque forte nella descrizione dell’America: di ciò che è stata, è e, soprattutto, potrà essere. Perché è patriottico chiedere unità e coesione in vece di conflitto e divisioni; come lo è, del resto, evocare un’America che continui a essere “non solo un luogo su una mappa, ma una luce per il mondo”. Un’America che guarda a un futuro non dato, per grazia divina o per meriti pregressi, ma da “conquistare”: un futuro che – ha affermato il Presidente, citando non a caso Robert Kennedy – non “è un regalo, ma una conquista”, che impone a questa generazione, come a quelle passate “sacrifici, lotte e la capacità di rispondere alle domande di una nuova epoca”.

Il Mattino, 27 gennaio 2011

Scandali, politica e trasparenza

Come spesso accade, l’Italia travolta dagli scandali guarda anche all’estero per capire che lezioni trarre. Nel farlo guarda, inevitabilmente, ai modelli che può offrire la più antica (e, talora, vecchia e farraginosa)  democrazia del mondo, gli Stati Uniti appunto. Paese dalla forte etica pubblica – argomenta una parte – dove la politica è una sorta di “casa di vetro”: un luogo dove tutto deve essere cristallino e dove i comportamenti dei politici, anche quelli privati, soggiacciono a un rigoroso scrutinio pubblico. Falso, afferma la controparte: l’America è invece il paese dove si tutela la privacy, dove i confini tra giustizia e politica sono ben definiti e dove non si tollererebbe mai la barbarie di rendere pubblici dialoghi privati, carpiti attraverso un uso spregiudicato delle intercettazioni.

Entrambe le rappresentazioni contengono qualche elemento di verità che, assolutizzato, produce però solo inutili e sterili caricature. La storia del rapporto tra tutela della privacy e diritto all’informazione, tra libertà individuale ed etica pubblica, è negli Stati Uniti una storia per nulla lineare, i cui termini ed equilibri sono mutati al cambiare del contesto storico, condizionati dall’evoluzione della società, dalla trasformazione della comunicazione politica e dal ruolo assunto dai media.

Negli Usa, la lista di scandali politici a sfondo sessuale è infinita ed è solo cresciuta negli ultimi anni. Il terzo presidente, Thomas Jefferson, ebbe una lunga relazione (e probabilmente alcuni figli) con una sua schiava, Sally Hemmings. In gioventù, il senatore segregazionista Strom Thurmond ebbe un figlio con la sua domestica afroamericana sedicenne. Le compulsive avventure del presidente Kennedy sono note e documentate. La breve liaison tra Clinton e Monica Lewinsky portò il primo sull’orlo dell’impeachment. Uno dei fustigatori di Clinton, lo speaker della Camera Newt Gingrich, si scoprì avere con le sue stagiste abitudini non così diverse da quelle del Presidente. Nel 2007, il senatore Larry Craig dell’Idaho, esponente di punta della destra religiosa e pesante censore di Clinton durante lo scandalo Lewinsky, fu arrestato mentre cercava di adescare un finto gigolò (era in realtà un poliziotto) nei bagni dell’aeroporto di Minneapolis.

A lungo il mondo politico americano è stato, più che una “casa di vetro”, una scatola sigillata e impenetrabile. Un luogo in cui la dimensione privata raramente veniva esposta o strumentalizzata. Di John Kennedy pochi conoscevano non solo le mille relazioni extra-coniugali, ma anche lo stato di quasi infermità fisica causato da un incidente durante la seconda guerra mondiale. Come pochi erano a conoscenza non solo della relazione tra Franklin Delano Roosevelt e la segretaria della moglie, Eleonore, ma anche della condizione di Roosevelt, costretto dalla poliomelite su una sedia a rotelle.

Questo stato di cose è cambiato solo in tempi recenti, quando la politica è diventata vieppiù televisiva e il privato dei suoi protagonisti si è fatto sempre più pubblico. Un privato osservato, esposto e in ultimo giudicato nel mezzo di una temperie culturale – quella degli anni Settanta e Ottanta – che sembrò riportare all’indietro le lancette della morale pubblica: ad alimentare un rinnovato puritanesimo. A farne le spese fu il candidato democratico alla Presidenza Gary Hart, costretto a riporre le sue ambizioni politiche dopo che ne fu rivelata la relazione extra-coniugale con una giovane modella: un peccato da chierico se confrontato con quelli che seguirono o con le peripezie attribuite al nostro Presidente del Consiglio.

E però questo moralismo non sopravvisse alla trasformazione dei costumi e degli stili di vita che ha caratterizzato l’America degli ultimi decenni. O forse non sopravvisse alla sua intrinseca ipocrisia. Clinton fu sostenuto e perdonato dal popolo americano, anche se una relazione con una stagista di 21 anni non deporrebbe a favore di nessun datore di lavoro, non solo il Presidente degli Stati Uniti. E anche i tanti scandali recenti hanno lasciato il tempo che trovavano (Gingrich, ad esempio, sta seriamente pensando a correre per la Presidenza nel 2012). Le lezioni che l’America ci offre non sono quindi per nulla univoche; l’equilibrio tra rispetto della sfera privata e piena trasparenza dei comportamenti di figure pubbliche come sono i politici è oscillato da una parte all’altra nel tempo. Ciò che non oscilla per i politici, o certo oscilla meno che da noi, è il rispetto della legge e le conseguenze che ne possono derivare: l’impunità non esiste, la corruzione è pesantemente condannata e chi, come l’ex uomo forte del partito repubblicano alla Camera Tom DeLay, si macchia di reati come il finanziamento illecito, rischia (e, in ultimo, riceve) tre anni di carcere.

Il Mattino, 19 gennaio 2011