Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2011

Obama e la Libia

Fa una certa impressione trovare Stephen Walt e William Kristol schierati dalla stessa parte nell’invocare un’azione più assertiva degli Stati Uniti contro Gheddafi e la sua brutale repressione delle proteste in Libia. A chiedere un più deciso sostegno per riguadagnare le masse arabe e, nelle parole di Walt, evitare che “la retorica” statunitense di “esaltazione della democrazia e dei diritti umani non appaia come la più basilare delle ipocrisie”. Walt è infatti uno studioso realista, ferocemente critico nei confronti di Bush, delle sue crociate democratiche e della relazione speciale tra Stati Uniti e Israele, mentre Kristol è un falco filo-israeliano, fondamentalista neoconservatore, che le crociate di Bush ha ispirato e appoggiato.

E però in Libia le difficoltà e i dilemmi di Obama sono se possibile ancor maggiori che in Egitto. Per gli Usa, Gheddafi è stato a lungo un comodo nemico assoluto, trasformatosi negli anni da aspirante leader del fronte panarabo ad anarchico e spregiudicato terrorista. Ma nell’ultimo decennio è stato anche un utile interlocutore degli Usa e dell’Occidente, con il quale si firmavano importanti accordi economici e al quale si delegavano con sollievo lavori sporchi, dall’immigrazione alla lotta all’islamismo radicale. Un interlocutore, non un alleato, cui si perdonavano mattane (e mattanze) e con il quale almeno gli Usa non avevano bisogno di esporsi diplomaticamente, fornendogli ad esempio aiuti militari.

Ed è proprio la peculiarità di questo rapporto/non-rapporto a porre un primo problema agli Usa ovvero a limitarne la capacità di condizionare scelte e comportamenti del dittatore di Tripoli. Diversamente dall’Egitto e dallo stesso Bahrein, gli Stati Uniti non dispongono di canali istituzionali alternativi – le forze armate su tutti – con i quali interagire e ai quali appoggiarsi. Di fronte all’incedere degli eventi, gli Usa si trovano cioè con armi ancor più spuntate rispetto a quanto già non fosse in Egitto due settimane fa.

Il secondo dilemma ripropone, in forme nuove e forse ancor più drammatiche, quello già manifestatosi in Egitto: l’equilibrio tra esigenza di stabilità e desiderio di democrazia, tra la certezza della prima e i rischi della seconda. Perché Gheddafi ha a modo suo (in modo cioè osceno) garantito una qualche forma di stabilità, che gli Usa come molti paesi europei hanno infine imparato ad apprezzare.

Il terzo e ultimo dilemma – per Obama come per tutti i suoi predecessori – è rappresentato dall’opinione pubblica statunitense e da come questa può reagire a un’azione politica più incisiva degli Stati Uniti. Walt ipotizza, poco realisticamente, l’attivazione sotto egida Onu di una forza internazionale di peacekeeping da inviare in Libia. Kristol chiede addirittura “sforzi aggressivi, aperti o clandestini, diretti o indiretti, per aiutare i liberal … in Medio Oriente”, anche a costo di “considerare l’uso della forza”. Ma Walt e Kristol sono esponenti di elite politiche e intellettuali e, nel caso del secondo, di elite screditate dagli errori ed eccessi dell’ultimo decennio. Al resto del paese, Obama ha promesso (e continua a promettere) circospezione, cautela e realismo. Che è poi quanto l’America, proiettata sui suoi problemi interni, continua a chiedere. Un terzo degli americani, stando all’ultimo sondaggio Gallup, ritiene addirittura che gli Usa debbano svolgere un ruolo minore se non marginale negli affari internazionali (erano solo un quinto nel 2003). Sempre stando a rilevazioni Gallup di due settimane fa, nel pieno della crisi egiziana, gli americani ritenevano quanto stava avvenendo in Egitto poco più importante di quanto avveniva in Canada (e meno di ciò che accadeva in Messico e nella Corea del Nord).

Insieme all’evolvere, già drammatico, della situazione libica è questa la variabile, fondamentale ma spesso dimenticata, che orienterà infine le scelte di Obama, in Libia e altrove, con buona pace di Kristol e delle “centinaia di milioni di amanti della libertà nel mondo” che a suo dire attendono oggi un’azione più decisa degli Stati Uniti.

Il Mattino, 24 febbraio 2011

L’Egitto e i dilemmi obamiani

Difficile capire cosa avverrà nei prossimi mesi in Egitto. Se la richiesta di democrazia sarà soddisfatta; se si affermerà un nuovo regime autoritario; se, come temono alcuni, i conflitti politici si radicalizzeranno rendendo ingovernabile il paese o favorendo forze islamiche e anti-occidentali. Gli Stati Uniti di Obama avranno una parte importante nell’influenzare l’esito della transizione post-Mubarak, ma il loro ruolo sarà certamente danneggiato dal lungo legame con il dittatore egiziano e, ancor più, dagli ondeggiamenti di queste due settimane. Durante le quali si sono manifestate le tante contraddizioni e difficoltà dell’azione internazionale di Washington. Problemi, questi, certamente acuiti dalla indecifrabile volatilità della situazione in Egitto, ma provocati anche da alcuni errori di valutazione e, più in generale, da un difetto di origine della politica estera di Obama e del modo in cui essa è stata presentata, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

La popolarità e il fascino di Obama sono derivati anche dalla sua capacità di offrire un messaggio duplice, e in parte contraddittorio, ai due pubblici cui parla sempre il presidente della principale potenza mondiale: quello interno e quello internazionale. Al primo, Obama ha promesso realismo e sobrietà in vece delle crociate promosse da Bush e dai neoconservatori; un’azione politica promossa cioè sulla base di una chiara declinazione dell’interesse nazionale e non su messianici progetti di trasformazione dell’ordine mondiale e di promozione della democrazia. Al mondo, invece, Obama ha garantito rispetto e attenzione: maggiore aderenza tra valori e pratiche, ideali e politiche, abbandonando l’unilateralismo di Bush, i suoi slogan e le sue pratiche. E però tra le due promesse c’era, e c’è, una potenziale contraddizione che nel caso dell’Egitto ha provocato un evidente cortocircuito. In virtù del quale la scelta iniziale della circospezione ha finito per porre il governo statunitense sulla difensiva, obbligandolo a rincorrere affannosamente eventi che si susseguivano e che gli Usa non riuscivano più a comprendere e ancor meno a condizionare.

Eventi che, talora lo si dimentica, travolgevano uno dei più fidati alleati degli Usa, il secondo principale destinatario degli aiuti militari statunitensi dopo Israele. E questo ci rivela come i limiti e gli errori che hanno contraddistinto l’atteggiamento statunitense verso gli eventi egiziani non riflettano solo le incoerenze della politica estera obamiana, ma rimandino a contraddizioni più profonde, con le quali già Bush era stato chiamato a confrontarsi. Contraddizioni che proprio il rapporto con il regime egiziano evidenzia in modo emblematico. L’Egitto di Sadat e Mubarak è stato infatti il pilastro di un’abile design geopolitico dispiegatosi a partire dagli  anni settanta, che ha permesso agli Usa di portare dalla propria parte il più potente stato arabo. A questo alleato nell’ultimo trentennio sono stati destinati aiuti ingenti ed è stato non di rado delegato il lavoro sporco, come nella campagna contro Al Qaeda e il terrorismo islamico intrapresa dopo gli attentati dell’11 settembre. Tale alleato era però anche un regime dispotico e autoritario; il suo operato minava la credibilità degli Usa, che di fatto lo avallavano e tolleravano; il brutale soffocamento del dissenso e delle libertà politiche alienava le masse arabe, contribuendo ad alimentare un anti-americanismo sempre più diffuso e radicale. L’Egitto schierato al fianco degli Stati Uniti alterava gli equilibri di potenza medio-orientale e contribuiva alla stabilità regionale ricercata dagli Usa; l’Egitto brutale, che incarcerava i suoi cittadini e impediva la libera discussione, costituiva un imbarazzo per Washington e allevava al suo interno le forze che contro gli Usa e l’Occidente si sarebbero eventualmente mosse. L’Obama del realismo non poteva che apprezzare la funzione strategica dell’Egitto di Mubarak; l’Obama degli ideali non poteva che chiedere riforme e invocare la libertà. L’Obama, quello vero, che siede alla Casa Bianca è oscillato incerto tra queste due posizioni. Le dimissioni di Mubarak sembrano quanto meno rendere merito alle posizioni assunte dalla Casa Bianca negli ultimi giorni. Il messaggio d’incertezza e incoerenza che Obama ha dato al mondo, e agli egiziani, però rimane ed è destinato a pesare nei mesi a venire

Il Mattino, 12 febbraio 2011