Mario Del Pero

Archivio mensile: marzo 2011

Obama va alla guerra

Ci sono poche cose di cui Obama avesse meno bisogno che di un altro fronte di guerra. È già, di fatto, in campagna elettorale e ha molto da perdere in termini di consenso; l’economia, su cui si misurerà in ultimo il suo successo o il suo fallimento, cresce, ma fatica a creare posti di lavoro; il paese è concentrato su se stesso e indisposto a sostenere nuovi, onerosi impegni militari, come rivelano anche gli ultimi sondaggi sulla guerra in Afghanistan, non meritevole di essere combattuta ormai per il 60/70% degli intervistati. E però, Obama ha scelto la guerra, sia pure con riluttanza e molti tentennamenti. Una guerra vera e complicata, come vediamo. E una guerra  dalla durata e dagli esiti davvero imprevedibili.

Come si giustifica questa scelta, dopo le cautele e, anche, le ambiguità delle settimane precedenti? Vi sono almeno tre spiegazioni, legate a dinamiche interne e internazionali oltre che all’evoluzione della situazione in Libia.

Obama ha optato inizialmente per una linea di cautela estrema. Dettata certo dalla necessità e dall’assenza d’interlocutori istituzionali in Libia, ma anche dall’auspicio che Gheddafi potesse cadere rapidamente e che la vera partita si sarebbe aperta con la successiva transizione. Un auspicio rivelatosi vieppiù infondato di fronte alla violenta ed efficace controffensiva del rais. A questo punto è parso realizzarsi lo scenario peggiore, per gli Usa e per i loro alleati: un Gheddafi non solo di nuovo saldamente in sella, ma anche radicalizzato nella sua ostilità all’Occidente e ancor meno gestibile che in passato.

Gli eventi sul campo hanno imposto pertanto una modifica delle cautele originarie. Ma un secondo fattore ha permesso all’amministrazione Obama di prendere posizione a favore dell’intervento: il fatto di non essere né da sola né in prima fila nel sostenerne la necessità. L’attivismo di altri soggetti – la Francia di Sarkozy su tutti – ha da un lato offerto una copertura politica, interna ed esterna, agli Usa. Dall’altra li ha spinti ancor di più a sostenere la linea dell’intervento, per il timore di non trovarsi in una posizione subalterna – in Libia e più in generale nel Medio Oriente in fermento – dove una eccessiva passività statunitense potrebbe oggi risultare perdente quanto l’iper-attivismo degli anni di Bush. L’autorizzazione all’intervento da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’attiva partecipazione degli alleati e l’appoggio, immediatamente “qualificato”, della Lega Araba conferiscono infine una legittimità all’operazione di fronte alle opinioni pubbliche interna e internazionale, come Obama non ha mancato di sottolineare. Al di là degli inevitabili borbottii cinesi e russi, era da un più di un ventennio – dalla prima guerra del Golfo – che un’azione militare coinvolgente forze americane non veniva gestita in questo modo.

E questo ci porta al terzo fattore, interno alla stessa amministrazione Obama. Divisa, stando alle ricostruzioni di cui disponiamo, tra due anime: i cauti realisti, come il segretario alla Difesa Gates e il consigliere per la sicurezza nazionale, Donilon, assai restii all’uso della forza; e i liberal interventisti, come l’ambasciatrice all’Onu, Susan Rice, gli influenti consiglieri di Obama, Samantha Power e Michael McFaul e, infine, la stessa Hillary Clinton. Liberal che alla Libia ritengano vadano applicate le lezioni imparate negli anni Novanta – dal Ruanda alla Bosnia –  troppo frettolosamente archiviate in reazione agli eccessi di Bush. Come già in passato, Obama si è infine schierato dalla parte di un interventismo liberal che informa le posizioni di molti suoi uomini; un interventismo liberal indebolito dalla sua parziale collusione con l’unilateralismo bushiano, ma ancora forte nell’establishment politico e intellettuale washingtoniano. Dove la dottrina dell’“interventismo umanitario” rimane popolare, certo assai più che tra l’elettorato;  e dove si crede che questa sia un’occasione unica per riaffermare il connubio tra interessi e ideali. Perché in Libia, come in Egitto e in Tunisia, un processo storico – di democratizzazione ed emancipazione – è in atto ed esso deve essere intercettato, coordinato e in ultimo sfruttato, per portarlo a compimento, impedire che deragli o che se ne impossessino altri.

Controvoglia e con molti dubbi, Obama va quindi alla guerra. Lo fa, come tutti noi, incrociando però le dita e pregando che duri davvero il meno possibile.

[Il Mattino, 21 marzo 2011]