Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2011

Europa und der globale Obama

Barack Obamas sechstägige Europareise hat mit einem Besuch in der winzigen irischen Stadt Moneygall begonnen. Von hier aus wanderte 1850 sein Ur-Ur-Ur-Grossvater 19-jährig in die USA aus. Ja, es gibt auch irisches Blut in Obamas Venen, und seine entfernten irischen Cousins haben den US-Präsidenten gestern in Moneygall frenetisch begrüsst.

Die Faszination und Bewunderung, auf die Obama weltweit stösst, beruht nicht nur auf seiner Bereitschaft, die USA nach Bushs unilateraler Entfremdung wieder mit der Welt zu versöhnen, sondern auch auf seiner Fähigkeit, die Welt in ihrer Gesamtheit zu symbolisieren und zu fassen. Durch seine einzigartig kosmopolitische Biografie hat Barack Obama der Idee neues Leben eingehaucht, dass Amerika nicht nur ein Teil der Welt ist, sondern dass Amerika die Welt ist. In den Augen der Weltbevölkerung ist Obama gleichzeitig Amerikaner, Afrikaner und Asiate – letzteres wegen seiner Kindheit in Hawaii und Indonesien. Und nun entdecken wir mit leichter Verwunderung, dass es beim «globalen Obama» auch eine europäische Komponente gibt. Wir sollten nicht überrascht sein. Das globale Amerika – die USA als die Welt – ist und war immer europäisch. Unsere Überraschung und die daraus folgende Aufmerksamkeit, die wir nun der Moneygall-Saga widmen, ist zum Teil erklärbar durch die fortschreitende Abnahme der Bedeutung des historischen Nexus – strategisch, politisch, wirtschaftlich und kulturell – zwischen Europa und den USA. In den vergangenen 30 Jahren wurden wir Zeugen einer signifikanten Schwächung der Wichtigkeit von «Atlantica» – den Normen, Institutionen und Praktiken, welche die Beziehungen zwischen den USA und Europa gepflegt und diszipliniert haben.

«Atlantica» basierte auf ein paar grundsätzlichen Annahmen: die anerkannte geopolitische Zentralität Europas; die Existenz einer klar definierten externen Bedrohung (die Sowjetunion); das Bedürfnis, auf europäischer Seite, nach amerikanischem Schutz; intensive Kooperation in Handels- und Finanzfragen; die Akzeptanz von Liberalismus unter amerikanischen und europäischen Eliten, eine politische und ideologische Lingua franca, die man Atlantizismus nannte. Diese Bedingungen sind graduell verschwunden und «Atlantica» kann inzwischen nur mehr noch in den Institutionen der Nato und einigen alten Denkfabriken gefunden werden. Europa muss nicht mehr länger von den USA beschützt werden. Kanada, China, Mexiko und Japan sind für die USA viel interessantere Handelspartner als jedes europäische Land – 2010 machten die deutschen Exporte nach Amerika gerade einmal 20 Prozent der chinesischen Exporte aus. Die Zentralbanken Japans und China zusammen halten beinahe die Hälfte der amerikanischen Schulden in ausländischen Händen. Monetäre Zusammenarbeit unter der Hegemonie des Dollars wurde ersetzt durch teilweise explizite Rivalität zwischen dem Euro und dem Dollar, während die Hauptachse internationaler Finanzbeziehungen ostwärts gewandert ist und sich heute zwischen dem Dollar und dem Renminbi, der chinesischen Währung, abspielt. Zudem sprechen auch nur noch wenige Politiker die Sprache des zentristisch-liberalen Atlantizismus: der mächtige nationalistische Exzeptionalismus, welche inzwischen den öffentlichen und politischen Diskurs in den USA dominiert, wird heute häufig gespiegelt in Europa durch die Rückkehr von Mikro-Nationalismus oder die Entwicklung einer Art anti-exzeptionalistischen Geschichtsschreibung – Europa als die zivile, friedfertige und gutmütige Macht.

«Atlantica» gibt es heute nicht mehr. Der atlantische Moment war demnach nur ein Einschub in der Geschichte der US-Aussenpolitik, von 1941 bis 1991 – wie es der Historiker Bruce Cumings in seinem grandiosen Werk «Dominion from Sea to Sea: Pacific Ascendancy and American Power» (2009) charakterisierte. Aber trotzdem: die USA und Europa scheinen einander auch heute noch gegenseitig zu brauchen, wie wir von den Krisen in Libyen, Afghanistan bis zum Atomstreit mit Iran und dem unlösbaren Nahostkonflikt fast täglich realisieren. Zwar weniger geeint als in der Vergangenheit, teilen die beiden Seiten des Atlantiks Ressourcen, Positionen, Perspektiven und Ziele. Sie geben nicht vor, eine Einheit zu repräsentieren wie früher. Aber sie wissen, dass sie einander irgendwie perfekt ergänzen – dass sie viel mehr gemeinsam erreichen können als allein.

Das wird Obama seinen europäischen Gesprächspartnern diese Woche sagen. Er wird die Europäer auch daran erinnern, dass sogar der globale Präsident eines globalen Amerika immer noch einen entfernten Cousin hat in einer abgelegenen irischen Stadt.

Mario Del Pero – Aargauer Zeitung, 24 Mai 2011

Obama & Osama, Part II

Bin Laden lo avevamo quasi dimenticato. Lo credevamo morto o sepolto vivo in una qualche caverna al confine tra Pakistan e Afghanistan. E comunque la sua immagine ci appariva lontana e sfocata: figlia di un’epoca già superata. Non era così per gli Stati Uniti. Che hanno continuato a dargli la caccia; e per i quali quell’immagine è rimasta nitida e vivida. Ha rappresentato quasi un’icona: un’“immagine pop” l’ha definita oggi un mio studente. Il simbolo estremo e riunificante di tutto il male che ha colpito l’America. L’immagine, potentissima, capace di sintetizzare quel che il terrorismo islamista è stato e potrà essere. E l’esultanza – in una certa misura sguaiata ed eccessiva – con cui ne è stata accolta la morte negli Usa è lì a rivelarci la potenza simbolica di quell’immagine: di quel volto. Emblema di un male di cui si deve celebrare l’eliminazione per esorcizzarlo e allontanarlo definitivamente.

Ma l’eliminazione di Bin Laden viene festeggiata non solo per sete di vendetta. Con la brillante operazione dei Navy Seals, l’America – quell’America tormentata e in crisi degli ultimi anni – torna a sentirsi orgogliosa. A rivendicare la propria grandezza. Anche per questo aveva eletto Obama nel 2008. Per riaffermare la propria unicità; per mostrare la capacità di rinascere: dopo l’11 settembre, dopo il flop iracheno, dopo New Orleans sott’acqua, dopo l’imbarazzante George Bush. Un paese, per essere unito, ha bisogno di esser orgoglioso: di se stesso, delle proprie istituzioni, dei propri rappresentanti. Del proprio presidente, che negli Stati Uniti rappresenta e simboleggia l’unità del paese: è lo specchio simbolico in cui la nazione sceglie di vedersi e immaginarsi.

E il presidente è il grande vincitore politico di questa operazione. Diviene, improvvisamente, comandante in capo: credibile e vincente presidente di guerra. Guida di un paese che, nel festeggiare e nel ritrovare temporaneamente la coesione perduta, si raccoglie attorno a lui. A ciò serve la furba coreografia allestita per l’occasione: le fotografie di Obama e del suo staff, tesi e dignitosi, che seguono attentamente l’evolversi dell’operazione.

Tutto ciò non durerà. Il paese tornerà presto a dividersi. Obama beneficerà indubbiamente del rilevante capitale politico maturato; ma non vincerà certo le elezioni del 2012 grazie all’eliminazione di Bin Laden, come afferma oggi qualche commentatore facilone e superficiale. Quelle elezioni sono troppo lontane per discuterne seriamente oggi. E proprio l’eliminazione di Bin Laden, e le modalità che l’hanno permessa e con le quali è stata presentata e celebrata, porranno problemi di non poco conto agli Usa e alla loro politica estera. Li espongono al rischio di inevitabili rappresaglie terroristiche; rischiano di alimentare un nuova ondata di anti-americanismo in risposta al patriottismo sopra le righe cui l’America ha dato sfogo in queste giornate; rilegittimano le pratiche più controverse della guerra al terrore di Bush e Cheney (a quanto sappiamo sono stati i metodi aggressivi d’interrogazione di sospetti terroristi – di fatto la tortura – a permettere di ottenere le informazioni vitali per individuare il nascondiglio di Bin Laden). Dilemmi futuri, questi. Per intanto, l’America festeggia, celebra e si riscopre unita e orgogliosa.

Il Giornale di Brescia, 4 maggio 2011

Obama & Osama

Anche se la rete televisiva Fox celebra l’evento come una rivincita di Bush e della sua campagna globale contro il terrore, l’eliminazione di Osama Bin Laden costituisce un indubbio, e per certi aspetti straordinario, successo politico per Barack Obama. Un successo in un ambito – quello della politica estera e di sicurezza – rispetto al quale i democratici, e ancor più questo Presidente, sono storicamente vulnerabili. E un successo che avviene in un momento di rinnovata difficoltà politica per Obama, criticato a destra come a sinistra sia per l’atteggiamento ondivago tenuto sulla crisi libica sia per i successi limitati della escalation in Afghanistan. Una guerra – quella afgana – che Obama ha sempre rivendicato come guerra giusta e necessaria, in contrapposizione a quella inutile e sbagliata, promossa in Iraq; ma anche una guerra di cui l’America è ormai stanca, come evidenziato da sondaggi secondo i quali più del 60% degli intervistati chiede un disimpegno rapido e la fine dell’intervento statunitense.

Non solo Obama diventa, sia pure temporaneamente, un apprezzato presidente di guerra: un vero comandante in capo. Ritorna altresì a essere presidente unitario, di sintesi, capace, nel momento del successo e del rinnovato patriottismo, di simboleggiare ed esprimere la ritrovata unità di un paese fino a oggi polarizzato e diviso.

Al successo politico interno si aggiunge anche quello internazionale. Gli Stati Uniti tornano ad apparire la guida di una comunità internazionale che trova nella lotta al terrorismo uno dei suoi pochi comuni denominatori. Ne assumono, almeno simbolicamente, quella leadership cui sembravano avere in parte abdicato.

Proprio lo scenario internazionale rivela però i rischi e i pericoli che questa vittoria – operativa e simbolica – porta con sé. Nei giorni e nelle settimane a venire scopriremo se vi sarà una rappresaglia delle tante cellule terroristiche che in una qualche misura si rifanno ad Al Qaeda. L’operazione, l’eco che l’ha accompagnata, la reazione all’eliminazione di Bin Laden riportano però il terrorismo al centro della scena mediatica; un Osama Bin Laden ormai dimenticato dai più si trasforma potenzialmente in martire, con effetti che, nuovamente, potremo scoprire solo nelle prossime settimane.

Le reazioni negli Stati Uniti – le scene di esultanza nelle strade, i cori a Times Square e davanti alla Casa Bianca – pongono anch’essi problemi da non sottovalutare. Rivelano, nei loro eccessi, quanto aperta – e quindi politicamente esplosiva – rimanga la ferita dell’11 settembre. Mostrano il volto – roboantemente nazionalista – di un’America che piace poco o nulla al resto del mondo. Sembrano riportare indietro le lancette della storia, farci tornare agli anni di Bush: del suo unilateralismo, della sua retorica manichea e binaria, dei suoi proclami bellicosi. Rischiano, in altre parole, di far evaporare rapidamente il capitale faticosamente conquistato da Obama, con la sua retorica inclusiva e collaborativa, con la sua diplomazia multilaterale, tutta tesa a costruire consenso e delegare, laddove possibile, oneri e responsabilità. Tra l’America che esulta e il mondo – soprattutto il mondo degli alleati di quest’America – che osserva, in parte sollevato e in parte sbigottito, sembra aprirsi nuovamente uno iato. E torna a manifestarsi con forza una contraddizione con la quale, dopo l’ascesa degli Stati Uniti a indiscusso leader del sistema internazionale, qualsiasi presidente statunitense si è dovuto confrontare: la necessità di parlare a due opinioni pubbliche, quella interna e quella mondiale; l’obbligo, estremamente arduo, di rendere complementari due messaggi che il più della volte non possono essere tali. Volente o nolente, l’Obama che celebra, con orgoglio e soddisfazione inevitabili e malcelati, l’uccisione di Bin Laden è un Obama che a molti finisce per ricordare molto – troppo – il George Bush dell’immediato post-11 settembre.

Il piano interno, infine. Negli Stati Uniti, gli indici di popolarità di Obama sono destinati a schizzare in alto. E Obama diverrà, per un po’ di tempo, il “presidente che ha eliminato Bin Laden”. Nel ciclo continuo della politica di oggi, e della narrazione senza tregua che l’accompagna, ciò però non basterà. George Bush Sr. aveva tassi di popolarità del 90% dopo la prima guerra del Golfo. Pochi mesi più tardi fu sconfitto da un quasi sconosciuto governatore dell’Arkansas, Bill Clinton, diventando così l’unico presidente del dopoguerra, assieme a Jimmy Carter, a non essere rieletto a un secondo mandato.

È una vittoria per Obama, l’eliminazione di Bin Laden; questo è indubbio. Una vittoria la cui portata e le cui implicazioni non possono essere sottovalutate. Come tutte le vittorie, è però anche una vittoria da maneggiarsi con cautela, con la consapevolezza dei suoi rischi e, anche, dell’inevitabile affievolirsi dei suoi effetti.

Il Mattino, 3 maggio 2011