Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2011

Default, Ideologia e leadership debole

È impensabile che una qualche soluzione, per quanto pasticciata e temporanea, non verrà escogitata e che il tetto del debito statunitense, attualmente fissato a 14mila e 300 miliardi di dollari, non sarà aumentato prima della scadenza ultima del prossimo 2 agosto. Gli Stati Uniti, ma anche il resto del mondo, non si possono permettere un default. Esso alimenterebbe un’ulteriore destabilizzazione finanziaria, affondando il dollaro, che rimane la valuta di riferimento del sistema internazionale, e indebolendo gravemente i titoli del Tesoro statunitense, che a dispetto di tutto costituiscono una delle fonti d’investimento più sicure e privilegiate. Un default provocherebbe un ulteriore aumento dei tassi d’interesse, proprio quando vi è bisogno del contrario, per sostenere una ripresa produttiva ancor debole e aiutare le milioni di famiglie americane pesantemente indebitate e in sofferenza. Più di tutto, il default minerebbe la capacità del governo statunitense di far fronte a obblighi già contratti. Perché alzare il tetto del debito, ossia aumentare la capacità d’indebitamento del paese, proprio a questo serve: a ottenere le risorse necessarie per ottemperare a impegni già assunti e per coprire spese in larga parte avvenute nel corso dell’anno fiscale 2011, che si chiuderà a settembre. Ci s’indebita cioè non per assumere nuovi impegni, ma per rispettare quelli già presi. Per pagare le spese previdenziali e sanitarie, così come gli stipendi ai militari e le pensioni e l’assistenza ai veterani di guerra. Un default obbligherebbe a scelte drammatiche e a tagli generalizzati a queste voci di spesa, in un’America già in pesante sofferenza , dove il tasso di disoccupazione ufficiale sfiora il 10% e quello reale – che include i sottoccupati e coloro che non cercano nemmeno più lavoro –  si colloca tra il 15 e il 20%.

Alcuni membri del Tea Party denunciano l’ingiustificato allarmismo di Obama e dei molti che temono il default. Orgogliosamente nazionalisti, credono nella capacità statunitense di isolarsi dalla tempesta che ne conseguirebbe. Sono però voci fattesi sempre più flebili nelle ultime settimane. Il default non è semplicemente contemplabile. Eppure ci si muove sull’orlo del precipizio; si negoziano accordi poi immediatamente disattesi; ci si accusa reciprocamente d’irresponsabilità; si attivano tavoli di confronto diversi, nei quali si mescolano incongruentemente dialettica istituzionale (presidenza contro congresso, senato contro camera), politica (repubblicani contro democratici, moderati contro radicali) e, anche, generazionale (senatori di lungo corso, propensi alla mediazione e al dialogo, contro deputati appena eletti, zelanti e ideologicamente inflessibili). Come già in passato, Obama ha cercato di ergersi al di sopra delle parti: di presentarsi come il presidente capace di superare le divisioni o di portarle quantomeno a sintesi. Incalzato a destra, ha rilanciato con un piano di rientro dal deficit e di riduzione del debito di 4mila miliardi, concentrato per l’80% su tagli a vari programmi di spesa previdenziale e sanitaria e per il residuo 20% su aumenti della pressione fiscale sui redditi più alti. Nel farlo ha indisposto una sinistra democratica sempre più irritata per le sue concessioni, senza per questo ottenere le auspicate aperture a destra. Una destra a sua volta divisa e cacofonica, dove i giovani turchi della camera, guidati dal capogruppo Eric Cantor, si sono scontrati con lo speaker, il deputato dell’Ohio John Bohner e, ancor più, con alcuni senatori, a partire da Mitch McConnell. Difficile capire chi stia vincendo o, forse, perdendo meno nella contesa: se un presidente indeciso, spesso incapace di esercitare la leadership richiesta in queste circostanze, o un partito repubblicano ostaggio delle sue frange più radicali e incapace di capire che un governo diviso, come quello attuale, obbliga a compromessi e mediazioni. I sondaggi sembrano premiare per il momento Obama. Ma gli stessi sondaggi rivelano un altro, più significativo aspetto: la crescente sfiducia dell’opinione pubblica verso le istituzioni, i due partiti e la politica più in generale (secondo l’ultimo sondaggio Gallup, il tasso di approvazione dell’operato del Congresso è al 17%, tra i più bassi di sempre). Un disincanto che Obama nel 2008 era parso in grado di rovesciare e che, da presidente, ha finito invece per alimentare. E questa, al momento, è forse la sua sconfitta più grande.

Il Messaggero, 26 Luglio 2011

Debito, compromessi e responsabilità

Mancano ormai pochi giorni alla scadenza ultima, il 2 agosto, per alzare la soglia massima del debito pubblico statunitense, oggi fissata a 14mila e 300 miliardi di dollari. Serve l’autorizzazione di entrambe la camere, ma in quella bassa – in mano a un partito repubblicano ostaggio delle sue frange più radicali – si fatica a trovare un accordo. Se il tetto non sarà alzato, gli Usa entreranno tecnicamente in uno stato di default: il primo della loro storia. Con effetti molto pericolosi per l’economia statunitense e quella globale. Il governo federale sarebbe incapace di far fronte a varie voci della spesa ordinaria e vedrebbe il suo rating declassato dalle agenzie internazionali, con una conseguente crescita dei tassi sui titoli di stato e oneri ancor maggiori sul debito.

Vista la portata della minaccia, un aumento del tetto del debito appariva scontato solo pochi mesi fa. E in passato, sarebbe (e, di fatto, è) avvenuto senza grandi polemiche e clamori pubblici. Dopo le elezioni di medio termine del 2010, il debito ha però acquisito una valenza simbolica che ne ha trasformato il significato ultimo. Per la destra radicale del Tea Party, esso costituisce l’emblema di uno stato federale elefantiaco, corrotto, inefficiente e, soprattutto, a sovranità limitata. Uno stato che, indebitandosi ad libitum, non si assume la responsabilità di compiere scelte difficili; sperpera risorse scarse pagando interessi che, per quanto ai minimi storici in termini di tassi, rimangono comunque molto onerosi; tassa i suoi cittadini per far fronte a queste spese improduttive; soprattutto, perde autonomia e sovranità, costituendo il debito la forma ultima di dipendenza (ogni circa un terzo è in mano a investitori stranieri, la metà dei quali cinesi e giapponesi).

È, quella dei deputati del Tea Party, una lettura semplicistica, dogmatica e, in parte, anche strumentale, visto che alcuni di essi, a partire dalla candidata presidenziale Michele Bachmann, ammettono candidamente che un eventuale default potrebbe danneggiare Obama alle presidenziali del 2012. La crescita del debito è infatti avvenuta ben prima dell’elezione di Obama. Nel 1981, il suo ammontare complessivo si collocava sotto il miliardo di dollari (circa 2mila e 500 miliardi ai prezzi di oggi); corrispondeva a poco più del 30% del prodotto interno lordo, quando oggi sfiora il 100%. Gli aumenti più significativi vi sono stati con le amministrazioni, fiscalmente assai poco responsabili, di repubblicani come Ronald Reagan e George Bush Jr., effetto ineluttabile del combinato disposto di alte spese militari, tagli alle tasse e crescita dell’età media, con conseguenti effetti sulla spesa previdenziale e su quella sanitaria. Gli stessi repubblicani che si scagliano oggi violentemente contro Obama, dissero poco o nulla quando sotto Bush Jr. il debito pubblico quasi raddoppiò, passando da 5mila e 600 a 10 e 600 miliardi di dollari in otto anni (dal 55 all’80% del PIL). L’indisponibilità dei leader della destra repubblicana a considerare aumenti dell’imposizione fiscale sui redditi più alti – oggi ai livelli minimi degli ultimi ottant’anni – è un chiaro indicatore del loro dogmatismo e della loro irresponsabilità. Su questo Obama ha fatto negli ultimi giorni concessioni estreme, rendendosi disponibile a tagli di spesa in programmi – la previdenza e l’assistenza sanitaria agli anziani – ancora popolari e intoccabili per gran parte dell’elettorato democratico. L’ultima offerta di Obama, che prevedeva risparmi di 4mila miliardi di dollari su un decennio in cambio dell’aumento del tetto al debito, si concentrava per la gran parte proprio sulle voci di spesa e chiedeva solo di porre termine alla riduzione delle aliquote per i redditi più alti introdotta da Bush nel 2001. È bastata questa richiesta per far saltare l’accordo. E questo ci dà forse un’idea di come le difficoltà degli Stati Uniti odierni si manifestino anche in un dibattito politico polarizzato, dove la responsabilità è merce rara e sembra pagare sempre meno alle urne.

Il Mattino, 19 luglio 2011