Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2011

La Tempesta Perfetta

Irene è stata, per molti aspetti, una “tempesta perfetta”. Per la sua portata – stiamo pur sempre parlando dell’uragano più potente che abbia colpito New York nell’ultimo trentennio – capace di fare danni per 30/40 miliardi di dollari, allagare Filadelfia come non avveniva da più di un secolo e togliere l’elettricità a metà degli abitanti del Connecticut. Perché ha colpito le importanti città della costa orientale, raramente bersaglio di fenomeni atmosferici con i quali altre parti del paese hanno una ben maggiore familiarità. Perché la sua prossimità al decennale dell’11 settembre (e il suo seguire un altro fenomeno anomalo, il terremoto di qualche giorno fa in Virginia) ha contribuito ad alimentare paure e analogie dalla forte pregnanza simbolica. Perché, infine, a livello sia locale sia nazionale vi era l’esigenza politica di sfruttare la situazione e mostrarsi all’altezza della sfida. Ne aveva bisogno il sindaco Bloomberg, il tecnocrate post-partitico che fa dell’efficienza la sua bandiera e che aveva gestito male, molto male, la forte nevicata che paralizzò New York il natale scorso; ne aveva bisogno il presidente Obama, alla disperata ricerca di occasioni per esprimere una leadership che negli ultimi mesi è stata decisamente deficitaria; ne aveva bisogno, infine, la burocrazia federale, in particolare la FEMA, l’agenzia che deve gestire i disastri, la cui immagine è ancor oggi legata alla approssimativa e vergognosa gestione dell’uragano Katrina, che sommerse la città di New Orleans nel 2005.

L’America sa essere estrema e radicale in molte cose. La meteorologia, e il trattamento che i media le riservano, è una di queste. Lo mostrano la periodica, devastante violenza di tempeste e tornado che colpiscono diverse regioni del paese; i picchi delle temperature, anche nelle città (nel 2011 quelle di Boston sono oscillate tra i meno 23 e i 41 gradi); l’estrema variabilità climatica, soprattutto della costa orientale; il freddo insopportabile delle pianure dell’ovest; il caldo torrido degli stati sud-occidentali, popolati solo dopo l’invenzione dell’aria condizionata;  i metri di neve che periodicamente seppelliscono New York e i venti gelidi che spazzano Chicago.

È inevitabile che una radicalità simile abbia delle forti implicazioni politiche e mediatiche. I media si occupano in maniera ossessiva di meteo. Lo fanno con estrema precisione nelle previsioni e con pari (e urlato) allarmismo nei toni: una nevicata diventa una “tempesta di neve”; un forte vento un “quasi tornado”, un uragano di quelli seri – come appunto Irene – una potenziale Apocalisse. E la politica non può che adeguarsi: l’allarmismo genera emergenze; le emergenze diventano occasione per dimostrare efficienza e leadership, anche a costo di far evacuare quasi 400mila persone da New York. Una scelta esagerata, ora lo possiamo ben dire; che a posteriori pochi però si sognano di criticare, perché è in fondo sempre meglio errare dal lato della cautela, come a New York 2011, che da quello dell’irresponsabilità, come a New Orleans 2005. È chiaro che dietro l’esagerazione della minaccia rappresentata da Irene vi siano stati anche le esigenze dei media e i calcoli della politica. Quelli di un sindaco impegnato a dare marziale esempio di efficienza; e quelli di un Presidente che ha un disperato bisogno di apparire leader e comandante in capo. Non vi è nulla di scandaloso in tutto ciò. E però, tutto questo conta e dura davvero poco una volta inserito nel tritacarne di una politica-spettacolo che sta sotto i riflettori ormai 24 ore al giorno: la politica delle esagerazioni; delle apocalissi; delle notizie sensazionali (le “breaking news”) a getto continuo. Una politica usa-e-getta, peraltro: dove, come ci ricorda la vicenda dell’eliminazione di Bin Laden, anche gli effetti del successo politico più eclatante finiscono per durare lo spazio di una giornata.

 

Il Messaggero, 30 agosto 2011

In autobus per il Midwest

Riattivare lo spirito e l’entusiasmo del 2008. Togliere dai riflettori le primarie repubblicane, che hanno occupato la scena dopo la discesa in campo del governatore del Texas, Rick Perry, e l’informale consultazione elettorale vinta da Michelle Bachmann in Iowa. Sfruttare a proprio vantaggio le tossine lasciate dall’orribile discussione sull’aumento del tetto del debito pubblico (stando agli ultimi sondaggi, la disapprovazione nei confronti del partito repubblicano è infatti schizzata al 60% e la fiducia nei confronti del Congresso si colloca al 13%, il minimo storico).

A questo deve servire il coreografico viaggio intrapreso da Barack Obama in Iowa, Illinois e Minnesota. Viaggio che segue un importante discorso tenuto dal presidente in un altro stato del Midwest, il Michigan. E che precede un pacchetto di proposte sull’economia che Obama annuncerà a inizio settembre.

Obama vinse facilmente questi stati nel 2008, con margini di vantaggio che andarono dal 9.5% dell’Iowa al 25% dell’Illinois. Una vittoria che fece da traino alla conquista, decisiva, del Midwest industriale e post-industriale, inclusi stati cruciali come l’Ohio e la Pennsylvania. Un’area, però, pesantemente colpita dalla recessione post-2008. E un’area dove si manifesta quella che è, oggi, la doppia vulnerabilità elettorale di Obama, causata dalla disillusione di una sinistra democratica sconcertata e arrabbiata per i suoi mille compromessi e concessioni, e dalla rabbia e mobilitazione di una destra che lo ritiene responsabile primo dell’aggravarsi e protrarsi della crisi.  

Nell’ultima settimana sono apparsi molti articoli e commenti su una presunta divisione all’interno dell’amministrazione tra chi sosterrebbe la necessità, e convenienza elettorale, della moderazione post-partitica fatta propria da Obama in questi mesi e chi invece chiede un cambiamento di rotta, con l’adozione di una linea più aggressiva, pugnace e intransigente. Dall’atteggiamento tenuto durante questo viaggio, oltre che dal tono e contenuto del suo messaggio, Obama sembra aver scelto la seconda opzione. Lo ha fatto per ridare energia a un elettorato democratico disilluso e sfiduciato; per sfruttare l’irritazione verso l’irresponsabilità e il radicalismo dei repubblicani; per polarizzare lo scontro politico, spostando ancor più a destra un partito repubblicano già ostaggio delle sue frange più estreme; perché in tempi di crisi, infine, un messaggio populista può aiutare alle urne. Ecco quindi il ritorno della celebrazione dell’uomo comune, contrapposto alle avide corporation. Ecco la denuncia della politica spregiudicata e poco lungimirante, che antepone l’interesse particolare a quello generale, il calcolo contingente alle necessità di lungo periodo. Ecco, anche e in parte inattesa, la celebrazione del governo della gente e dei lavoratori: “il governo e la politica sono due cose diverse”, ha affermato Obama nel suo discorso in Minnesota. “Il governo sono le nostre truppe che combattono per noi in Afghanistan e in Iraq … sono le nostre pensioni. Gli insegnanti nelle aule. I nostri vigili del fuoco e i nostri poliziotti. Coloro che mantengono le nostre acque e la nostra aria pulite … Questo è il governo”.

È una strategia rischiosa. Una retorica populista e anti-politica, che contrappone Washington al resto del paese, si può facilmente ritorcere contro l’istituzione più alta, la Presidenza, come di fatto è avvenuto in questi ultimi mesi. Ed è una strategia per la quale l’algido e dotto Obama non sembra particolarmente predisposto. È però anche l’unica strategia davvero possibile per un presidente che ha subito negli ultimi mesi alcune pesanti sconfitte politiche, in un’America impaurita e arrabbiata, che dei compromessi al ribasso offerti ultimamente da Obama non sa davvero più cosa farsene.

Il Mattino, 18 agosto 2011

La cattiva politica statunitense

Il modello grazie al quale gli Stati Uniti hanno, nell’ultimo trentennio, ripensato la propria egemonia mondiale e preservato la pace sociale interna non poteva alla lunga reggere. Troppe erano (e sono) le sue fragilità e contraddizioni. E però la transizione in atto si sta rivelando più problematica di quanto non si potesse immaginare pochi anni fa. Pesa la complessità dei problemi da affrontare; pesano gli errori compiuti e le scelte ritardate; ma pesa anche la più generale debolezza di una politica che, nell’occasione, sta dando davvero una modesta prova di sé.

Quel modello, egemonico e in larga misura consensuale, poggiava su tre pilastri fondamentali. Il primo erano i consumi: voraci, quasi bulimici di un’America che, alla fine degli anni settanta, rigettava l’austerity invocata dall’allora presidente Carter e rilanciava, esasperandola, la sua natura di prima, compiuta democrazia dei consumi di massa. Il mercato americano trainava la crescita economica mondiale; consumi diffusi e credito facile rendevano socialmente tollerabile il riaprirsi, e rapido ampliarsi, delle diseguaglianze all’interno degli Usa. Il secondo pilastro era rappresentato dai capitali, di cui gli Stati Uniti diventavano importatore netto, grazie all’indiscusso primato del dollaro, alla riconosciuta credibilità (la mitica tripla A) del debito statunitense e alla deregulation del settore finanziario (con la nascita di nuovi, sofisticati e allettanti prodotti). Quei capitali aiutavano l’innovazione tecnologica – tratto distintivo dell’America degli anni Ottanta e, soprattutto, Novanta – e permettevano livelli crescenti d’indebitamento pubblico e privato. Di un privato che consumava a debito e di un pubblico che solo indebitandosi poteva affrontare spese sociali e militari sempre più onerose, in un quadro di tagli generalizzati alle tasse. Era infatti la riduzione drastica delle imposte il terzo pilastro del compromesso.

Questo compromesso non poteva però reggere. Perché le sperequazioni interne non sarebbero infine state tollerabili; perché la crescita abbisognava di livelli d’innovazione, se non di vere e proprie rivoluzioni tecnologiche,  che non possono avvenire ogni decennio; perché si alimentavano e giustificavano forme di speculazione destinate prima o poi ad esplodere; perché, infine, solo precise condizioni geopolitiche – l’unipolarismo e l’incontrastato primato mondiale degli Stati Uniti – rendevano il sistema accettabile al resto del mondo.

Come spesso accade nelle tempeste perfette, queste condizioni, tra loro strettamente intrecciate, sono venute a mancare simultaneamente. I tagli alle tasse e le alte spese sociali e militari, aggravate dalle due guerre più lunghe della storia statunitense (Iraq e Afghanistan), hanno messo ancor più in sofferenza conti pubblici già disastrati. L’egemonia statunitense – quanto meno quella valutaria e finanziaria – è stata apertamente contestata. Sul piano interno, si sono manifestati il disincanto prima e la rabbia poi di un’America che ha consumato tanto, sprecato molto e che si ritrova oggi più povera, indebitata e vulnerabile.

Nei momenti di transizione e crisi ci vorrebbe una buona politica. O quantomeno una politica capace e responsabile. In grado di dire agli elettori che la spesa sanitaria per gli anziani non può, da sola, assorbire quasi il 4% del Pil; che chi guadagna milioni di dollari non può pagare tasse risibili (l’aliquota più alta sul reddito è oggi del 35%; era il 70% nel 1980); che nel 2011 lo scarto tra i redditi più alti e quelli più bassi non può essere ciò che era negli anni Venti del Novecento. Questa buona politica però manca. L’America si trova schiacciata tra un presidente incerto, titubante e, forse, non all’altezza del ruolo e un’opposizione repubblicana che invece d’intercettare e disciplinare la pancia di un paese spaventato e confuso, la riflette ed estremizza. La cattiva politica diventa quindi l’ultima variabile di una miscela potenzialmente esplosiva: per gli Stati Uniti, ma anche per il resto del mondo che agli Usa è legato in un reticolo di vincoli e interdipendenze al quale nessun soggetto del sistema internazionale può davvero pensare di sottrarsi.

Il Messaggero, 10 agosto 2011

Fragilità americane

Era in fondo scontato che all’ultimo minuto si trovasse un accordo, fosse alzato il tetto del debito e si evitasse così il default. Come era scontato che questo accordo fosse pasticciato e contorto, e lasciasse irrisolte molte questioni. Il debito crescerà più o meno automaticamente in due tranche, la prima di 900 miliardi di dollari, la secondo di mille e 200 miliardi di dollari. La prima parte sarà pareggiata da varie riduzioni a forme discrezionali di spesa (dai parchi alla scuola, dagli incentivi alle fonti rinnovabili al controllo dell’inquinamento); la seconda parte verrà compensata con ulteriori tagli di spesa e modifiche del sistema fiscale che dovranno essere decisi da una commissione congressuale bipartisan, composta da sei democratici e sei repubblicani. Qualora – e la cosa non può essere esclusa – questa commissione non raggiungesse un’intesa, alla fine del 2012 scatteranno una serie automatica di tagli a programmi cari ai democratici, come l’assistenza medica agli anziani (Medicare), e ai repubblicani (la difesa).

Obama trova quindi il compromesso che aveva cercato, emerge da questa dura contesa come la figura politica più responsabile ed evita che la questione del debito condizioni la campagna elettorale del 2012. I repubblicani vedono soddisfatte molte delle loro richieste: ogni dollaro di aumento del debito è, almeno sulla carta, pareggiato da un’eguale riduzione di spesa; è accettata la possibilità che si vadano a toccare dei programmi sacri come Medicare; non vi sono per il momento aumenti dell’imposizione fiscale sui redditi più alti. Difficile offrire delle percentuali, ma si tratta chiaramente di un compromesso da cui i repubblicani ottengono molto di più dei democratici. Gli Stati Uniti, infine, evitano un default dalle conseguenze potenzialmente devastanti, per la loro economia così come per quella mondiale.

Eppure questi tre soggetti – Obama, i suoi oppositori politici e la stessa America – escono tutti sconfitti e indeboliti dalla saga a cui abbiamo assistito. Obama rivela una volta ancora uno sconcertante deficit di leadership presidenziale. Secondo tutti i sondaggi, una parte maggioritaria dell’opinione pubblica era contraria a tagli al welfare e favorevole a un aumento delle tasse sui redditi più alti. A dispetto di ciò, il presidente ha permesso che fossero i repubblicani, e i repubblicani più radicali del Tea Party, a dettare tempi e forme della discussione politica e pubblica. Obama ha negoziato un accordo che scavalcava, a destra, quello raggiunto da democratici e repubblicani al Senato, spostando così i termini del compromesso ancor più a vantaggio dei suoi avversari. Da un certo momento in poi – come ha sottolineato il collega dell’università di Chicago Jonathan Obert – il compromesso è parso diventare per Obama un fine in quanto tale e non uno strumento per raggiungere l’obiettivo definito all’inizio.

I contenuti dell’accordo – tagli generalizzati a varie forme di spesa e, per il momento, nessun aumento delle tasse – premiano quindi i repubblicani. Che emergono però come partito tanto rigido nel difendere privilegi e iniquità quanto irresponsabile nel rischiare di mandare gambe all’aria il paese pur di affermare la propria posizione. Un partito ostaggio della sua ala più radicale e ideologica, la cui credibilità – anche in prospettiva 2012 – esce fortemente indebolita.

Gli Stati Uniti, infine. Che nell’occasione hanno mostrato tutta la loro fragilità. La loro incapacità, cioè, di uscire da questa complessa transizione e di fare i conti con alcune macroscopiche contraddizioni: i conti pubblici disastrati, livelli di tassazione risibili, forme di diseguaglianza come non si vedevano dagli anni Venti del Novecento. Un’America che ha altresì rivelato la disfunzionalità di un sistema politico paralizzato e ostaggio dei gruppi più radicali; dove la camera bassa è infine riuscita a imporre la sua linea. Un’America stretta tra la timidezza, e secondo alcuni la pavidità, del presidente e l’irresponsabile demagogia dei suoi avversari. Un’America, insomma, che in questa occasione ha davvero dato una pessima prova di sé. 

Il Messaggero, 2 agosto 2011