Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2011

Povertà, populismo e demagogia

I recenti dati sulla crescita della povertà negli Stati Uniti offrono una quadro desolante. Più di 46 milioni di americani, il 15% della popolazione, hanno un reddito che li colloca nella fascia della povertà. Si tratta della percentuale più alta dal 1993 a oggi. In termini assoluti è il numero maggiore di “poveri” dai tempi della Grande Depressione. 50 milioni di americani sono inoltre privi di qualsiasi copertura sanitaria. Il reddito medio di un nucleo familiare è sceso sotto i 50mila dollari ed è, oggi, il 7% in meno rispetto a 12 anni fa.

Questa povertà colpisce maggiormente la popolazione in età adulta e lavorativa (18-65 anni), ossia coloro sui quali maggiormente ricade l’onere di reggere il sistema produttivo e previdenziale del paese. Gli over-65, infatti, grazie alle pensioni della Social Security e al costosissimo programma di assistenza sanitaria agli anziani, Medicare, hanno tutele maggiori e pur a fatica riescono a reggere meglio di fronte a burrasche come quelle attuali. Dentro questa popolazione adulta, ad essere maggiormente colpite sono le minoranze afro-americana e ispanica, i cui tassi di povertà sono del 27% e del 25% rispettivamente, laddove per i bianchi è del 10%. Pesa in questo caso un discrimine antico, scalfito solo in piccola parte dalla conquiste dell’ultimo quarantennio. E pesa, ancor più, la precarietà dei lavori che possono essere trovati da giovani con bassi livelli d’istruzione e qualifiche professionali, come sono spesso i recenti immigrati. La conseguenza, però, è sommare iniquità a iniquità: acuire cioè forme di diseguaglianza sociale già macroscopiche.

I dati sulla povertà, come quelli sulla disoccupazione, ci offrono una fotografia che rimane però ancora parziale. Per essere completa questa va integrata con il radicale ampliarsi della forbice della disuguaglianza avvenuto negli ultimi 30/40 anni. Un fenomeno cui hanno contribuito trasformazioni strutturali dell’economia statunitense e di quella globale. Ma che è stato acuito, e non contenuto, da precise scelte politiche, soprattutto in materia fiscale. Il reddito dell’1% più ricco del paese è cresciuto di quasi 3 volte nell’ultimo trentennio, mentre quello dei 9/10 degli americani non è praticamente aumentato. La percentuale del reddito complessivo, inclusi i guadagni da capitale, di questo 1% è passata in meno di 40 anni dal 9 al 20%; la crescita del reddito dello 0.01%, i veri e propri super-ricchi, è ancor più impressionante: era lo 0.9% di quello complessivo nel 1974; oscilla tra il 5 e il 6% oggi.

Dalla metà degli anni Settanta a oggi abbiamo assistito a una serie di processi intrecciati e interdipendenti: tagli consistenti all’imposizione fiscale su redditi e guadagni da capitale; significativa riduzione del peso del settore manifatturiero e delocalizzazione all’estero di una parte del ciclo produttivo; deregulation del settore finanziario e boom della borsa; decrescente mobilità sociale.

Come è stato politicamente e socialmente sostenibile tutto ciò? Perché non vi è stata una mobilitazione contro quella che è a tutti gli effetti una sconcertante regressione sociale, che pare avere riportato indietro le lancette della storia?

Di nuovo, non vi è una singola spiegazione, quanto il convergere di vari elementi. Il primo, e probabilmente più importante, è rappresentato dai consumi. Consumi a debito, e quindi in ultimo insostenibili, che hanno costituito il vero architrave del sistema: lo strumento attraverso cui gli Usa hanno ripensato la propria egemonia mondiale, attratto capitale e preservato la pace sociale interna. La politica a sua volta ha contribuito ad alimentare e rendere tollerabili questi processi. La sinistra e il mondo liberal si sono dedicati sempre più sulla alla necessità di ridefinire ed estendere la sfera dei diritti individuali, ottenendo importanti conquiste – si pensi solo a come è cambiata la condizione degli omosessuali nella società statunitense – ma allontanandosi dalla storica battaglia per l’equità sociale. La destra ha cooptato questo lessico dei diritti dell’individuo, piegandolo a sostegno di una campagna vincente in favore della deregolamentazione, contro lo stato invasivo e predatore, e, ancor più, contro le tasse, presentate come manifestazione ultima di una violazione della libertà. Se un tema è diventato egemone nel discorso pubblico è quello dei tagli alle tasse: una retorica anti-fiscale alla quale è ormai difficilissimo sottrarsi, a destra come a sinistra.

Ora i consumi sono venuti meno, i conti pubblici disastrati offrono margini ridottissimi di manovra e un’America impaurita e arrabbiata osserva sgomenta e confusa. Rivoltandosi contro i suoi rappresentanti politici e offrendo però il fianco alla irresponsabile demagogia di un populismo anti-politico, che sembra dettare oggi contenuti e forme della discussione pubblica.

Il Mattino, 20 settembre 2011

Memorie Diverse

Come oggi, anche l’11 settembre 2001 mi trovavo a New York. Andando in ufficio quel mattino vidi una delle due torri in fiamme. Pensavo fosse un incendio e da un telefono pubblico chiamai mia moglie, che si trovava in Italia. Mentre parlavamo al telefono arrivò il secondo aereo. Come molti altri, scesi fin quasi alle torri per vedere e capire cosa stava accadendo.  Nessuno pensava che sarebbero crollate. Quando avvenne, ci mettemmo tutti a correre verso nord, con la nuvola di cenere e polvere che ci ricopriva e il terreno che sembrava aprirsi sotto i piedi, come durante un fortissimo terremoto. Andai in ufficio, come molti altri. E li passai il mio 11 settembre, davanti a un computer che aveva perso la connessione Internet e a un telefono a lungo senza linea. A cercare di comprendere qualcosa che era incomprensibile. Agognando una normalità che non sarebbe mai potuta essere.

Nelle ore e nei giorni successivi quella New York, violata e ferita, si raccolse assieme: nelle veglie; nelle lunghe file per donare il sangue od offrirsi come volontari per gli scavi a ground zero; nelle serate trascorse a guardarsi negli occhi, senza proferire parola; nel desiderio di ritornare a una quotidianità ormai impossibile. New York si risollevò rapidamente dagli attentati, più rapidamente di quanto non si credeva possibile. Con alcune partite memorabili, gli Yankees arrivarono alle World Series e quasi le vinsero, entusiasmando anche quella parte di New York che li odia come solo la squadra di baseball più ricca, arrogante e vincente può essere odiata. Il sindaco Rudy Giuliani dismise il suo fare da sceriffo e colpì tutti per l’efficienza e la dignità con cui gestì il post-11 settembre. A natale le strade, gli alberghi e i negozi erano (o, almeno, sembravano) nuovamente pieni.

Per New York, però, l’11 settembre acquisì un significato diverso rispetto al resto dell’America e di chi la guidava allora. È sbagliato dire, come spesso si fa, che New York non sia l’America. Perché New York è, più di qualsiasi altra città, l’America nella sua interezza: le mille, cangianti Americhe che hanno fatto e continuano a farla questa America.  E però quell’11 settembre ha in parte allontanato New York dal resto del paese. L’11 settembre è stato vissuto diversamente e la memoria di quell’evento costruita attraverso processi e meccanismi propri. Ogni newyorchese porta infatti con sé un ricordo personale, intimo, dell’11 settembre. Ecco perché a New York la roboante retorica nazionalista e quasi imperiale che contraddistinse la reazione dell’amministrazione Bush fu vissuta da molti come una violenza: una violazione di questa intimità; una banalizzazione di quanto era accaduto; una strumentalizzazione del suo significato. A pochi piacque il presidente Bush che urlava “U.S.A.! U.S.A.” sulle macerie del World Trade Center, abbracciato a un vigile del fuoco che  a stento tratteneva l’imbarazzo. Pochi compresero come da ground zero ci si potesse trovare improvvisamente in Iraq. Nelle presidenziali del 2004, appena il 22% dei newyorchesi votò per Bush (il suo avversario Kerry superò il 73%). A Manhattan Kerry ottenne l’82% dei voti e Bush il 17.

Non diversa sembra essere oggi la reazione all’inevitabile profluvio di parole e immagini che accompagna il decennale di quella drammatica giornata. Un campione di queste memorie newyorchesi lo si trova in uno splendido progetto di storia orale promosso da Columbia University, basato su centinaia d’interviste con newyorchesi che raccontano la loro esperienza di quell’11 settembre. Racconti diversi di una città mosaico, ricca e diversa come è New York. Racconti dove non manca la volontà di rivalsa o addirittura l’ansia di vendetta: contro Bin Laden, Al Qaeda, talvolta l’Islam tutto. Ma dove, talora apertamente talora sottotraccia, si manifesta chiaramente lo scarto con la narrazione ufficiale e pubblica dell’evento e del suo significato. Ed è la persistenza, se non addirittura il consolidamento, di questo contrasto tra memoria pubblica e memorie private a colpire oggi. New York sembra vivere con sobria e nobile sofferenza questo anniversario. Come un necessario atto di memoria, collettiva e individuale. Come summa di ricordi intimi e dolorosi.

A New York non si celebra oggi la grandezza del paese e delle sue libertà. Non la si celebra perché questa grandezza sembra essere in discussione e perché chi di essa si riempie quotidianamente la bocca – un mondo politico fazioso, litigioso e assai poco responsabile – pare aver perso qualsiasi credibilità. Soprattutto, non la si celebra perché per ogni newyorchese l’11 settembre è, ed è destinato a rimanere, qualcosa di proprio, intimo e personale; di cui nessun altro può indebitamente appropriarsi; che nessuno può permettersi di strumentalizzare o banalizzare.

Il Messaggero, 10 settembre 2011