Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2011

La comprensibile ma effimera protesta degli indignados di Wall Street

Gli ultimi dati sulla povertà negli Usa offrono un quadro che preoccupa e sconcerta al tempo stesso. Più del 15% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, che colpisce soprattutto le minoranze afroamericana (27%) e ispanica (25%). E che è particolarmente marcata nelle aree urbane e tra i bambini. Nelle ultime quattro decadi, il tasso di povertà infantile è oscillato tra il 15 e il 23%, tornando a crescere nell’ultimo decennio dopo che era calato in modo significativo durante gli otto anni di presidenza Clinton (dal 21 al 16%)  A questa povertà corrisponde uno scarto tra redditi più alti e redditi più bassi che è ai livelli degli anni Venti del Novecento. Crescita della povertà e macroscopiche forme di diseguaglianza caratterizzano, in altre parole, la società statunitense oggi.

È un processo che si è dispiegato negli ultimi trenta/quarant’anni, in conseguenza di trasformazioni strutturali dell’economia statunitense e mondiale – che hanno di fatto aumentato il gap tra lavoratori con alti livelli d’istruzione e qualifica professionale e lavoratori generici e non qualificati – ma anche di precise scelte politiche, dai tagli alle tasse sui redditi e capitali alla deregulation del settore finanziario.

Il dinamismo della società statunitense, i consumi crescenti (ancorché a debito) e la capacità della destra d’imporre il proprio discorso – di fare, in altre parole, egemonia culturale – hanno reso tutto ciò socialmente e politicamente tollerabile. La crisi del 2007-2008 e quel che ne è seguito hanno però fatto scoppiare queste storture e contraddizioni. Contribuendo ad attivare forme di protesta assai diverse tra le quali è ora possibile includere anche quelle dei giovani, e francamente assai ‘acerbi’, indignados di Wall Street. È una protesta, quest’ultima, fragile e confusa, nei toni genericamente populisti così come nei contenuti a dir poco vaghi. Esprime rabbia, malessere e indignazione che sono comprensibili e giustificabili; ma per il momento offre davvero poco in termini di proposta. E probabilmente avrebbe attratto assai meno attenzioni se non vi fosse stata la reazione – ottusa e sproporzionata – delle forze dell’ordine.

Come si spiega questa debolezza, manifestatasi in uno spontaneismo che può generare simpatia e solidarietà, ma che difficilmente si traduce in effettiva capacità di mobilitazione e di azione politica?

In primo luogo, agisce un trentennio di disaggregazione e frammentazione sociale, che rende problematico e quasi impossibile promuovere forme collettive di protesta incisive e non velleitarie. In secondo luogo, il malessere e l’incattivimento della società statunitense è stato in parte già intercettato da una destra che lo ha rivoltato contro la politica e lo stato, sfruttandolo per rilanciare la sua campagna ormai quarantennale per i tagli alle tasse, lo smantellamento del welfare state e l’ulteriore riduzione del ruolo del pubblico. Infine, questi ragazzi che protestano – ingenuamente ma con passione – si trovano di fatto privi di interlocutori politici e sociali. Che non di rado esistono a livello locale, su questioni specifiche (si pensi solo alle tante vittorie di movimenti ambientalisti dagli anni settanta a oggi); ma che mancano quando il terreno e l’oggetto del contendere si estendono a questioni più ampie e generali. Deboli sono i sindacati, vittime di decenni di sconfitte politiche oltre che del loro patologico corporativismo; debole è la politica, rinchiusa nelle sue stanze e sempre più lontana dal paese reale. Ora la sinistra newyorchese – i sindacati, l’associazionismo e il volontariato, i movimenti pacifisti – sembra volersi mobilitare a sostegno degli indignados, con l’obiettivo di disciplinarne l’azione, sfruttarne il malessere e canalizzarne la passione. Difficile che ciò accada. Nondimeno, la politica e Wall Street dovranno riuscire a offrire risposte vere a questa protesta per recuperare un credito e una credibilità ormai in gran parte perduti.

Il Giornale di Brescia, 6 ottobre 2011

La Sunbelt e la crisi

Gli Stati Uniti sono un paese mutevole e fluido nei suoi equilibri interni, siano essi demografici, economici o politici. Uno dei fenomeni più significativi degli ultimi sessant’anni è stata l’impetuosa ascesa del Sud. O, meglio, della cosiddetta Sunbelt: la “cintura del sole” degli stati meridionali che va dalla California alle due Caroline e che viene spesso contrapposta alla decadente “cintura della ruggine”, la Rustbelt del Midwest industriale e post-industriale.

La Sunbelt è in realtà regione composita ed eterogenea: la California meridionale non è il Texas che a sua volta non è il Mississippi. I suoi vari pezzi sono però stati accomunati da una serie di dinamiche simili. Ovvero sono stati accomunati da processi interrelati di crescita economica e demografica e da un conseguente aumento della propria influenza politica. La rappresentanza alla Camera dei rappresentanti e il peso nel collegio elettorale che elegge il Presidente è proporzionale alla popolazione: la Sunbelt elegge oggi più deputati e conta molto di più nella scelta del Presidente. Nel 1908, la California eleggeva 8 deputati, il Texas 18 e l’Arizona non era ancora uno stato; per converso lo stato di New York aveva 37 deputati e la Pennsylvania 32. Oggi la California elegge 53 deputati, il Texas 37 e l’Arizona 11; i deputati di New York e della Pennsylvania sono scesi rispettivamente a 27 e  18.

A questa crescita della Sunbelt hanno contribuito diversi fattori. Il tardivo popolamento, soprattutto del sud-ovest, è stato reso possibile da una serie d’innovazioni tecnologiche, a partire dall’aria condizionata e dalla diffusione nell’utilizzo dell’aereo come mezzo di trasporto di massa. La crescita della popolazione della Sunbelt è il frutto di migrazioni interne e, ancor più, esterne, permesse dalle riforme in materia d’immigrazione intraprese dalla metà degli anni Sessanta, che hanno facilitato l’afflusso d’immigrati asiatici e latino-americani. Alimentato da imponenti sussidi federali, in particolare nel settore della Difesa e in quelli ad esso correlati, il boom economico di numerose aree della Sunbelt è stato inoltre agevolato dalla presenza di manodopera a basso costo e dalla debolezza dei sindacati, sfruttata da molte aziende che hanno trasferito qui parte della propria produzione. Infine, gli  ampi spazi edificabili hanno offerto grandi opportunità di profitto all’edilizia, garantendo inoltre alloggi a prezzi contenuti a chi si trasferiva nella regione. Di fatto, a partire dagli anni Cinquanta la Sunbelt è diventata anche sinonimo di sterminate aree suburbane e spregiudicate speculazioni edilizie.

L’economia è cresciuta, la popolazione è costantemente aumentata, la politica si è fatta viepiù influente, tanto che tra il 1960 e il 2008 – tra l’elezione di Kennedy e quella di Obama – tutti i presidenti eletti provenivano da stati della Sunbelt (nel secolo precedente ve ne era stato invece solo uno, il californiano Herbert Hoover, alla Casa Bianca dal 1929 al 1933).

Questa tendenza è continuata anche in tempi recenti. Il censimento del 2010 rivela come negli ultimi dieci anno le regioni della Sunbelt siano cresciute in termini di popolazione assai più rispetto al nord-est e al Midwest: il 13/14% contro appena il 3/4%.

La crisi del 2008 sembra però aver colpito duramente alcune delle fondamenta di questo modello e messo in discussione l’irresistibile ascesa della Sunbelt. L’esplosione della bolla speculativa nel settore immobiliare si è fatta sentire in molte aree di espansione edilizia recente, in Florida così come in Arizona e California. Ha indebolito la capacità delle famiglie di reggere il peso dei propri debiti e radicalmente contratto la loro capacità di consumo. Un’economia basata non di rado su forza lavoro poco qualificata e basse retribuzioni si è rivelata meno capace di fronteggiare la crisi. La rete infrastrutturale di molte aree della Sunbelt rimane obsoleta, insufficiente o addirittura assente. Oggi tra i dieci stati con il tasso più alto di disoccupazione, sette sono della Sunbelt, a partire dalla California e dal Nevada che guidano questa classifica. Difficile capire se sia una tendenza temporanea o se essa sia destinata a consolidarsi, colpendo un modello di economia sì dinamico, ma anche intrinsecamente fragile come quello costruito nella Sunbelt. Come è difficile prevederne gli effetti politici ed elettorali. L’ampia presenza d’immigrati “ispanici” sembra rendere Obama e i democratici più competitivi in alcuni stati della Sunbelt, come l’Arizona, la Georgia, il New Mexico e la North Carolina (quest’ultimi già conquistati nel 2008). Come ha però ricordato un preoccupato Obama, la difficile situazione economica alimenta paura, rabbia e, con esse, un populismo anti-politico che colpisce in primo luogo il presidente, rendendo più incerta e difficile la sua conferma alla Casa Bianca.

Il Mattino, 3 ottobre 2011