Mario Del Pero

Archivio mensile: novembre 2011

New York e il Futuro

New York incarna e simboleggia come pochi altri luoghi la ricchezza, il dinamismo, la diversità, ma anche i paradossi e le contraddizioni degli Stati Uniti.

È stata capace di uscire dalla drammatica crisi urbana degli anni Settanta/Ottanta, da una microcriminalità diffusa e dall’epidemia di crack e altre droghe che l’avevano resa quasi invivibile. È tornata ad essere città-mondo: luogo di riferimento per il resto del paese e del pianeta. Si è risollevata più rapidamente del previsto dopo l’11 settembre. Il suo mercato immobiliare ha retto come nessun altro l’urto del post-2007. In un’America che sta abbandonando i sobborghi e riscoprendo i vantaggi della vita urbana, New York rimane, assieme a San Francisco, la città dove è più facile muoversi a piedi e con mezzi pubblici (quasi l’80% delle famiglie di Manhattan e più del 50% di quelle di New York non possiedono un’automobile).

Ma è anche un luogo dove opera una metropolitana malandata e spesso inaffidabile; dove vi sono quartieri a oggi inavvicinabili; dove secondo l’ultimo censimento il 20% della popolazione (1 milione e 600mila persone) vive sotto la soglia della povertà; dove i macroscopici squilibri sociali dell’America odierna sono visibili come da nessuna altra parte; dove la polizia spesso gode di una sorte d’impunità, che le permette comportamenti inaccettabili; dove i tempi biblici di costruzione della nuova Freedom Tower a Ground Zero ci ricordano quanto farraginosa  e inefficiente possa essere la democrazia statunitense in azione.

Eppure a New York, forse più che altrove, si può sempre toccare con mano il desiderio degli Stati Uniti non solo di guardare al futuro, ma di provare a immaginarlo e finanche realizzarlo, spesso recuperando e reinventando pezzi di un passato che sembrava dismesso per sempre. Nel 2009 è stato inaugurato il parco della High Line, la vecchia ferrovia sopraelevata che dagli anni trenta agli anni Ottanta serviva per trasportare carne e prodotti caseari nella parte sudoccidentale della città. Un progetto urbanistico visionario e quasi folle – quello di recuperare una linea ferroviaria per realizzarvi un parco pubblico – risoltosi in uno straordinario successo, anche grazie al convinto sostegno del sindaco Michael Bloomberg: a oggi l’High Line attrae centinaia di migliaia di persone, è presa a modello da molte altre città, promuove varie iniziative culturali e sta, di fatto, trasformando una parte del quartiere di Chelsea.

La High Line è però solo il caso più famoso di questa costante voglia d’inventare, ripensarsi, proiettarsi in avanti. In queste settimane il comune di New York si trova a dover scegliere il progetto vincente per il recupero di una parte di Roosevelt Island, l’isola nello East River, tra Manhattan e il Queens. Sussidiato in forma di concessione gratuita e d’impegno a investimenti infrastrutturali, il progetto prevede la creazione di un centro di ricerca universitaria high tech capace in prospettiva di attrarre ulteriori intelligenze e capitali a New York. Le futuristiche proposte avanzate da università come Cornell, Stanford e Columbia – dagli avanzatissimi standard bio-architettonici – rivelano ancora una volta cosa possa fare una virtuosa e coraggiosa collaborazione tra pubblico e privato.

Nel mentre, il modello della High Line ha scatenato uno spirito emulativo, espressosi in una miriade di progetti che, in scala, sperano di replicarne il successo. Progetti che aspirano a recuperare e adattare ciò che solo poco tempo fa appariva perso per sempre. È questo il caso del “Delancey Underground”, un sottopasso nello East Village, usato un tempo come deposito di carrozze della metropolitana e poi abbandonato. Allo studio è un progetto per fare del “Delancey Underground” un parco sotterraneo: una specie di Low Line capace di usare tecnologia a fibre ottiche per illuminare naturalmente il sottopasso e permettere che vi cresca vegetazione. Un progetto più ambizioso, se possibile, della stessa High Line, ma che ha già raccolto capitali e appoggi politici.

Una città di contraddizioni e ineguaglianze, New York, dove ogni appartamento che si rispetti ha la sua felice famigliola di topi, dove gli spostamenti sono scanditi dal cigolare (e dai ritardi) di una metropolitana inaugurata più di un secolo fa, ma capace di operare 24 ore al giorno e di trasportare quotidianamente tra i 4 e i 5 milioni di passeggeri. Una città dove non ci si stanca però mai d’immaginare il futuro e di provare a realizzarlo.

Il Messaggero, 29 novembre 2011

Ohio

Sarebbe ingenuo leggere in chiave 2012 il referendum che in Ohio ha affossato la legge, recentemente approvata dal senato statale, che limitava il diritto di contrattazione collettiva. Non è e non va letto come un voto pro o contro Obama. Ma è forse qualcosa di più significativo e importante: un paletto, che ora sarà difficile rimuovere, stante anche la portata del risultato (62 a 38). Lo ha riconosciuto pure il governatore dell’Ohio, John Kasich, quando ha ammesso che probabilmente la legge era “too much, too soon” per i cittadini dell’Ohio. “Too much, too soon” è uno slogan che ben descrive la parabola del Tea Party; a esagerare si rischiano scottature dolenti. E si scopre che alla fine neanche i poliziotti o i vigili del fuoco dell’Ohio sono disposti a seguirti

Rouse in, Daley (quasi) out

E così Obama allontana Daley e torna alle origini, in vista di una campagna elettorale che presumibilmente sarà giocata più sulla contrapposizione che sul dialogo, il superamento delle divisioni e l’unità del paese (cfr. Politico). Non si è riusciti a ripetere il Clinton-1994/6, in altre parole. Perché Obama, ahimé, non è Clinton. Ma anche perché i repubblicani d’oggi sono, se possibile, ancor più dogmatici e rigidi di quelli di allora

La debolezza di Obama

Tre anni orsono Barack Obama veniva eletto presidente al termine di una competizione elettorale coinvolgente e appassionante come poche altre nella storia. Per quanto difficili potessero apparire allora le sfide che Obama era chiamato ad affrontare, pochi avrebbero immaginato che tre anni più tardi i tassi di impopolarità del presidente avrebbero raggiunto i livelli odierni e che la sua rielezione sarebbe stata in pericolo. Certo, la complessità dei problemi da affrontare e l’ineluttabile scarto tra aspettative e possibilità – tra quel che si prometteva e quel che realisticamente si poteva realizzare – erano sotto gli occhi di tutti. Si riteneva però che Obama avesse ricompattato il paese, sanandone almeno in parte le profonde fratture politiche, sociali e culturali; che la lezione della crisi del 2007-2008 avesse reso il mondo politico e l’opinione pubblica più disposti ad accettare una serie di riforme e a fare i conti con le macroscopiche contraddizioni del modello di sviluppo dell’ultimo trentennio; che, infine, la fitta rete d’interdipendenze commerciali, finanziarie e valutarie avrebbe obbligato le principali potenze mondiali a collaborare, sia pure forzosamente, per evitare diffusioni pandemiche di problemi circoscritti, fossero essi il debito greco o la crisi di una grande banca statunitense.

Tutti e tre questi assunti si sono però rivelati infondati. E l’amministrazione Obama ha finito anch’essa per sottrarsi alle proprie responsabilità, evitando in ultimo di fare i conti con alcuni dei fattori cruciali che avevano concorso a causare la crisi. Dopo il primo piano di stimoli all’economia del febbraio 2009 e il fortunato salvataggio dell’industria automobilistica, che si sommavano all’utilizzo aggressivo della leva monetaria da parte della Federal Reserve, Obama è indietreggiato e non ha adottato quegli strumenti di regolamentazione del settore finanziario che molti invocavano. Un mondo, quello di Wall Street, che rimane peraltro tra i maggiori finanziatori della campagna elettorale del presidente e dal quale provengono alcuni dei suoi principali consiglieri, a partire dal segretario del Tesoro Timothy Geithner.

La svolta politica e culturale che le elezioni del 2008 avrebbero dovuto certificare non si è a sua volta realizzata. Al contrario, la crisi e il suo drammatico impatto su molte regioni degli Stati Uniti hanno concorso ad alimentare un populismo anti-politico e anti-istituzionale che invoca un’ulteriore ritirata dello stato e non una crescita del suo ruolo, come soggetto regolatore e supplente in fase di bassa crescita e carenza d’investimenti quale quella attuale. Soprattutto dopo la faticosa riforma del sistema sanitario, a oggi la più importante vittoria politica di Obama ma anche quella più onerosa in termini di capitale politico, i termini della discussione si sono spostati sui disastrati conti pubblici e non sulla necessità di promuovere politiche espansive di sostegno all’economia e ai consumi. La richiesta di utilizzare la leva fiscale per rastrellare le risorse necessarie a rendere compatibili i due obiettivi di sostenere la crescita e ridurre il debito si è quindi scontrata con questo clima, che denuncia qualsiasi aumento delle imposte come l’atto predatorio di un governo federale che travalicherebbe le proprie prerogative. Poca importa se le imposte sui redditi di persone fisiche e imprese sono oggi a livelli bassissimi, e se in termini di ricchezza individuale siamo tornati a forme di sperequazione sociale pre-1929.

Queste difficoltà interne statunitensi si riverberano però inevitabilmente sul resto del mondo. La debole volontà regolamentatrice del sistema finanziario ha reso più difficile un’azione concertata a livello mondiale; la fragilità del dollaro e i macroscopici squilibri commerciali hanno aggiunto ulteriori elementi d’instabilità; soprattutto, le politiche di austerity adottate dopo le elezioni di mid-term del 2010 hanno ulteriormente contratto la capacità di consumo delle famiglie americane, già in sofferenza in seguito alla crisi del settore immobiliare e al conseguente impoverimento del patrimonio con cui erano riusciti a fronteggiare l’alto tasso medio d’indebitamento. Si tratta di quei consumi che hanno trainato la crescita globale e che sono privi per il momento di sostituti. Gli Usa si trovano così al centro di una crisi che li soffoca e che hanno contribuito a causare. Lo fanno con un presidente debole e non particolarmente coraggioso, un’opposizione ideologica e ostruzionista e partner internazionali alle prese con i loro problemi, oltre che incapaci di guardare oltre l’orticello di casa. Con la consapevolezza, peraltro, che la scadenza elettorale del 2012 renderà ancor più difficile l’adozione delle politiche necessarie per uscire dal guado.

Il Messaggero