Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2011

Obama e i repubblicani

Gli ultimi sondaggi rivelano una crescita, sia pure limitata, del consenso nei confronti di Obama, il cui operato viene ora giudicato positivamente dal 45% degli elettori (era il 40 solo qualche settimana fa). La fiducia nei confronti del presidente e dei rappresentanti democratici al Congresso è inoltre assai superiore a quella verso i repubblicani (41 a 34).

Quando Obama annunciò la sua ricandidatura, nell’aprile scorso scorso, pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di una sua sconfitta. La terribile estate di Obama, culminata con la debacle durante il negoziato sull’aumento del tetto del debito, rese questa eventualità non solo meno remota, ma addirittura probabile. I tassi di popolarità del presidente scesero ai loro minimi storici e da più parti si cominciò a paragonare Obama a Jimmy Carter, l’ultimo presidente democratico a non essere rieletto. Le proiezioni mostrarono allora come Obama avesse praticamente bruciato il vantaggio di cui godeva nei confronti del più accreditato avversario repubblicano, l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney.

Queste oscillazioni rivelano l’estrema volubilità di un’opinione pubblica spaventata dalla crisi, delusa dai propri rappresentanti e certo influenzata dalle modalità spesso urlate e grossolane con cui i media rappresentano e raccontano la politica negli Usa. Una volubilità dalle evidenti implicazioni elettorali, come si è ben visto nei risultati altalenanti delle ultime consultazioni.

Vari fattori hanno avvantaggiato Obama in queste settimane. Il presidente è riuscito a risollevarsi dal baratro in cui sembrava essere precipitato in agosto grazie ai discreti dati dell’economia e alle loro ricadute sulla disoccupazione (scesa in un anno dal 9.8 all’8.6%). Sembra inoltre avere un effetto positivo la scelta di Obama di abbandonare la cautela e moderazione dell’ultimo anno e fare proprio un tema – quello della lotta alla disuguaglianza – che ha acquisito una rinnovata centralità nel discorso pubblico e che è, oggi, quello più sentito dagli elettori sotto i trent’anni. Per poter vincere nel 2012, Obama ha infatti assoluto bisogno del voto under 30, che tanto contribuì alla sua elezione nel 2008 (il 66% degli elettori con meno di 30 anni votò per Obama, solo il 31% per McCain) e che disertò invece in massa le urne nel 2010, anche perché disilluso da molte scelte del presidente (l’astensione fu dell’80% contro il 49 del 2008 e il 26 delle precedenti elezioni di mid-term del 2006).

Questa parziale ripresa di Obama sembra però essere dovuta anche a un terzo, forse ancor più rilevante fattore: la pochezza e gli errori dei suoi avversari. Al congresso, l’ostruzionismo repubblicano e la paralisi decisionale che ne è conseguita sta irritando sempre più l’opinione pubblica. I leader del partito, a partire dallo speaker della Camera John Boehner, ne sembrano consapevoli, ma sono ostaggio di una minoranza tanto radicale, quanto inflessibile e dogmatica. Questa assenza di leadership si è manifestata anche nelle primarie, dove il candidato in pectore, Mitt Romney, appoggiato da tutti i maggiorenti repubblicani non è ancora riuscito a spiccare il volo e rimane inviso a una parte rilevante dell’elettorato conservatore. Le primarie, peraltro, sono state caratterizzate da momenti a dir poco imbarazzanti, che hanno alimentato molti dubbi sulla possibilità che il partito repubblicano sia in grado di esprimere un candidato autorevole e all’altezza. Dentro un confronto spostatosi a destra come probabilmente mai prima di oggi, gli aspiranti presidenti hanno fatto fatica a collocare la Libia su una carta geografica, dibattuto l’eventualità di un attacco nucleare iraniano agli Stati Uniti, condiviso la preoccupazione per possibili infiltrazioni negli Usa di agenti iraniani addestrati in Venezuela, proposto la deportazione di una dozzina di milioni di immigrati messicani (sul cui lavoro si regge l’economia di alcune parti del paese), chiesto l’abolizione della Federal Reserve, del dipartimento dell’Energia e di quello dell’Istruzione, invocato il ritorno al gold standard. Inevitabile che gli elettori osservino perplessi, se non scioccati, questo spettacolo. Inevitabile che ne tragga vantaggio un presidente, di suo oggi non particolarmente forte né autorevole.

Il Messaggero, 30 dicembre 2011

L’incontro Geithner-Monti

L’incontro tra Mario Monti e il segretario del Tesoro statunitense Timothy Geithner non ha rappresentato in sè nulla di straordinario o di atipico. Nel suo viaggio europeo Geithner sta incontrando i principali leader dei paesi europei con l’intento di sollecitarli ad adottare forme più incisive di risposta alla crisi del debito. Gli Usa, e l’amministrazione Obama, osservano infatti la complessa situazione europea con attenzione e preoccupazione crescenti. Sanno che nella rete d’interdipendenze correnti eventual default europei, e una conseguente crisi dell’euro, avrebbero riverberi globali e finirebbero per colpire pesantemente gli stessi Stati Uniti. Numerosi istituti finanziari statunitensi sono oggi esposti con investimenti in titoli europei. Dopo il 2008, la moneta unica è parsa anzi rappresentare una forma d’investimento sicura: una delle poche certezze in mezzo alla temperie di allora. Acquistare titoli nazionali europei apparve all’epoca una scelta non solo saggia, ma finanche cauta e conservativa. Salvo poi vedere fallire grandi broker, come “MF Global” guidata dall’ex amministratore delegato di Goldman Sachs (oltre che governatore e senatore del New Jersey), Jon Corzine, che proprio in Europa (e sull’Europa) avevano pesantemente investito e scommesso.

Ai possibili riverberi finanziari, al rischio cioè che la crisi del debito in Europa si estenda a banche e investitori statunitensi, si sommano quelli commerciali. Una nuova recessione europea andrebbe a colpire una ripresa economica globale che si muove lentamente e a singhiozzo. Con essa diventerebbe virtualmente impossibile un’uscita dalla crisi degli stessi Stati Uniti. Sulla quale, è bene ricordarlo, Obama si gioca probabilmente la rielezione nel 2012. Criticato da chi, come Giscard d’Estaing, lo considera un’indebita ingerenza esterna, lo spiegamento di forze statunitensi in Europa (il vice-presidente Biden era ad Atene, lunedì scorso per incontrare il primo ministro Papademos) si spiega anche con considerazioni di tipo elettorale, come hanno peraltro candidamente ammesso alcuni consiglieri di Obama. Se l’Europa entra in recessione diventerà quasi impossibile per gli Usa avere l’ulteriore, ancorché limitata, riduzione del tasso di disoccupazione di cui Obama ha disperato bisogno. Infine, i riverberi potrebbero non essero solo economici ed elettorali, ma anche geopolitici. Le relazioni transatlantiche rischiano infatti di risultare ulteriormente danneggiate da una crisi europea, proprio quando Europa e Stati Uniti si trovano a fronteggiare un complesso arco di crisi e instabilità, che si estende dal Nord Africa al Medio Oriente finanche alla Russia.

In tutto ciò, l’Italia rappresenta ovviamente l’anello debole: la casella che potrebbe far crollare l’intero domino. L’endorsement pubblico di Geithner a Monti – figura, ha dichiarato il segretario del Tesoro statunitense, dotata “di molta credibilità nel mondo” – serve a rafforzare il nostro Primo Ministro, fuori e dentro l’Italia. E serve a ribadire ad Angela Merkel quale è la posizione degli Stati Uniti, che alla Germania chiedono di abbandonare finalmente rigidità e dogmatismo, per salvare l’Europa e l’euro e, incidentalmente, aiutare Obama alle urne. Non esplicitato ma evidente vi è però anche un ultimo aspetto nella visita di Geithner che non può passare inosservato. Ci piaccia o non ci piaccia, difficilmente la Casa Bianca si sarebbe esposta (e si sarebbe potuta esporre) così se vi fosse stato ancora Berlusconi a Palazzo Chigi. E questo ci ricorda ancora quanto abbiano pesato le dinamiche esterne nell’ultima crisi politica italiana e cosa voglia dire, oggi, stare entro un sistema internazionale sempre più condizionante in termini di vincoli e di sovranità.

Il Messaggero, 9 dicembre 2011