Mario Del Pero

Archivio mensile: gennaio 2012

Patriottismo populista

È stato soprattutto un discorso elettorale, quello pronunciato ieri da Barack Obama. Per molti aspetti si è trattato anzi della prima salve della lunga campagna elettorale che si chiuderà il 6 novembre prossimo. Utile quindi per capire come sarà impostata dal presidente questa campagna, su questioni interne così come sulla politica estera.
In un passaggio emblematico, relativo all’economia e alla necessità di ripristinare eguali opportunità per tutti in America, Obama ha affermato che la posta in palio “sono valori americani”, di proprietà “né dei democratici né dei repubblicani”. “Possiamo accettare l’idea di un paese dove un numero calante di persone sta molto bene e uno crescente fatica a stare a galla” – ha dichiarato Obama – “o possiamo ripristinare un’economia dove a ognuno è data una possibilità, ognuno ottiene la sua parte e ognuno gioca con le stesse regole”.
Una affermazione, questa, che aiuta a comprendere la cifra del messaggio obamiano e la strategia che quasi certamente ne informerà la retorica elettorale. Perché quello di Obama è, o quantomeno ambisce a essere, una sorta di patriottismo populista: capace di parlare alla pancia del paese, intercettandone le paure e i malumori, e di rovesciare a proprio vantaggio quel rigetto della politica che la destra repubblicana ha sfruttato abilmente dopo il 2008.
Ecco perché il tema della diseguaglianza viene posto con tanta enfasi al centro della scena. Una diseguaglianza macroscopica, cresciuta a dismisura nell’ultimo quarantennio, quando il reddito dell’1% più ricco è aumentato di quasi il 300% e quello del 20% più povero di appena il 18%. E una diseguaglianza tollerabile e giustificata in anni di crescita e apparente mobilità sociale, ma semplicemente inaccettabile quando la crisi economica manda il paese in profonda sofferenza, come è avvenuto dopo il 2008. Obama ha quindi facile gioco nel denunciare un sistema fiscale iniquo e regressivo, dove i multimilionari – a partire dal probabile avversario repubblicano, Mitt Romney – pagano in tasse la metà o meno di lavoratori autonomi e dipendenti che hanno redditi di cento o più volte inferiori (nel 2010-11, Romney ha dichiarato di 22 milioni di dollari all’anno, sul quale ha pagato solo il 14% di tasse, grazie a varie detrazioni e alla bassa tassazione dei redditi da capitale; le imposte sui redditi tra i 34mila e 174mila dollari stanno invece oggi tra il 25 e il 28%).
Anche grazie alla forte mobilitazione pubblica dell’ultimo anno, il tema delle sperequazioni sociali ha acquisito una assoluta centralità. E per la prima volta dopo molti anni, una chiara maggioranza dell’opinione pubblica sembra schierata a favore di posizioni che sollecitano una correzione quantomeno parziale di queste storture. In altre parole, è oggi elettoralmente conveniente denunciare la diseguaglianza e chiedere – come fa Obama – di correggere quelle distorsioni del codice fiscale che l’alimentano ed esasperano.
Spostato sul terreno della politica estera, questo discorso si traduce nella promessa – riaffermata ieri da Obama – di tutelare e proteggere l’economia statunitense, difendendola da forme di concorrenza sleale, delocalizzazione produttiva e politiche monetarie scorrette (il riferimento è ovviamente alla Cina e al valore artificialmente basso del Renminbi). Non sono mancati, nel discorso, riferimenti ai tanti successi di politica estera, che costituisce paradossalmente, uno dei principali punti di forza di Obama. E non è mancato il dovuto cenno alla solidità delle alleanze storiche degli Usa, in Europa, in Asia e nelle Americhe. Ma i toni genericamente protezionisti e difensivi di Obama sulle questioni relative all’economia internazionale rivelano uno dei possibili rischi di questa sua svolta. Che essa, cioè, vada a colpire rapporti internazionali già tesi e complicati, bisognosi di forme più intense di collaborazione multilaterale e non dell’adozione di pericolose scorciatoie unilaterali.

 

Il Messaggero, 26 gennaio 2011

Le primarie repubblicane

A questo punto è improbabile che Mitt Romney non conquisti la nomination repubblicana. Ed è altresì possibile che la contesa si chiuda ancor prima di quanti molti non ritenessero possibile solo poche settimane fa. Laddove Romney ottenesse un buon risultato in South Carolina (21 gennaio) e trionfasse, come indicano i sondaggi, in Florida (31 gennaio) la partita sarebbe chiusa ancor prima di essere iniziata.
Cosa ci dicono quindi queste primarie rispetto all’attuale quadro politico statunitense e alla lunga campagna presidenziale prossima ad iniziare? Quali sono le possibilità dei repubblicani di sconfiggere Obama e riconquistare la Casa Bianca? Romney ha in fondo un passato assai moderato e centrista, laddove invece il partito repubblicano si è spostato decisamente a destra nell’ultimo decennio, come toni e contenuti di queste primarie hanno ben mostrato.
Da questa potenziale contraddizione si possono trarre almeno tre considerazioni. La prima è che questo spostamento a destra sia più complesso e sfaccettato di quanto non appaia e che ciò stia determinando una trasformazione del conservatorismo statunitense. Per le sue passate, ancorché oggi rinnegate, posizioni su aborto e unioni omosessuali, oltre che per la sua fede mormone, Romney è fortemente inviso a settori importanti della destra cristiana. Una destra, questa, che sta oggi montando un ultimo, disperato tentativo per ostacolarne la vittoria. Si tratta però di una destra non solo divisa, ma anche minoritaria: nel partito e, ancor più, in un paese che sui cosiddetti temi etici si è fatto negli ultimi decenni sempre più liberale.
La seconda considerazione riguarda il peso dell’establishment politico ed economico repubblicano. Non si tratta ovviamente di un monolite e le linee di frattura sono molteplici, a seconda delle regioni e degli interessi. Nondimeno, un blocco largamente maggioritario di questo establishment si è schierato con Romney, appoggiato da importanti settori economici e da quasi tutti i più importanti maggiorenti repubblicani, senatori e governatori, convinti che Romney sia il candidato che ha più probabilità di sconfiggere Obama in novembre. Quando sono emerse possibili alternative a Romney – in particolare l’unico suo sfidante serio e pericoloso, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich – questo establishment  si è mosso con brutale efficacia, seppellendole sotto una valanga devastante di pubblicità negativa. Si conferma, in altre parole, la difficoltà di promuovere “insorgenze” anti-establishment, in particolare dopo che una sentenza della Corte Suprema ha rimosso i limiti alle spese in campagna elettorale di gruppi privati (le “Super-Pac”) formalmente non affiliati con alcun candidato.
La terza e ultima considerazione riguarda però la difficoltà di fare politica oggi in un paese dove il rigetto della politica e delle istituzioni è davvero forte. Ne consegue spesso l’incapacità di selezionare una classe politica all’altezza del compito, come le primarie repubblicane di nuovo hanno ben mostrato. I risultati migliori sono stati finora ottenuti da due candidati – Mitt Romney e il deputato ultra-libertario del Texas, Ron Paul – che di questi tempi quattro anni orsono erano già fuori dalla contesa. Governatori importanti e influenti e astri nascenti della politica hanno deciso di non correre. Lo spazio è stato così occupato da onesti mestieranti (Rick Santorum), personaggi che sembravano essere usciti dalla politica per sempre (Gingrich) e figure francamente imbarazzanti (la deputata Michelle Bachmann, l’uomo d’affari Herman Cain, persino il magnate Donald Trump).
Anche per questo, Obama rimane oggi favorito, a dispetto della sua scarsa popolarità e dei suoi numerosi errori. Di tutti i suoi avversari possibili, Mitt Romney è però di gran lunga il più forte e pericoloso. Si preannuncia quindi una campagna elettorale lunga, battagliata e, si spera, di livello un po’ superiore a quella delle primarie repubblicane.

Il Giornale di Brescia, 18 gennaio 2012

Il voto in Iowa

L’Iowa non si smentisce. Nei suoi bizzarri caucus non si conquista la nomination, ma si può perderla prima ancora di iniziare a votare davvero, come Mitt Romney – ora più che mai indiscusso favorito – scoprì quattro anni orsono. Escono quindi subito dalla contesa la pasionaria deputata ultraconservatrice  Michelle Bachmann e, soprattutto, il governatore del Texas Rick Perry, la vera alternativa di Romney a destra, oltre che l’unico in grado di pareggiarne le straordinarie risorse economiche.

Per pochissimi voti Romney ha la meglio sull’ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, capace d’intercettare il voto della destra cristiana, tradizionalmente ben rappresentata tra l’elettorato repubblicano dell’Iowa. Poco più indietro si colloca Rick Paul, deputato isolazionista, libertarian e anti-proibizionista che piace all’elettorato giovane e anti-establishment. Difficile che la corsa di Santorum e, ancor più, Paul possa però durare a lungo. Troppo eccentrico il secondo, sui temi etici così come sulla politica estera, per gli standard dei repubblicani; debole, privo di risorse e carisma il primo, che solo nel 2006 perdeva con quasi venti punti di scarto il suo seggio senatoriale, la più ampia sconfitta di un senatore in carica nella storia della Pennsylvania.

Oltre all’ex governatore dello Utah (e ambasciatore di Obama in Cina), Jon Huntsman, che in Iowa ha deciso di non correre e punta tutto su di un buon risultato in New Hampshire, rimane solo l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich. Gingrich era cresciuto rapidamente nei sondaggi, grazie alle sue eccellenti performance nei dibattiti televisivi, salvo poi essere travolto da una valanga di pubblicità negative e attacchi personali, finanziati da gruppi privati (le cosiddette “SuperPacs”) legati ai suoi avversari, Romney in particolare. Dal voto in Iowa, Gingrich esce fortemente ridimensionato, ma non completamente sconfitto. Se regge in New Hampshire, dove ha raccolto l’appoggio dell’importante quotidiano conservatore “Manchester Union Leader”, e poi riesce a vincere nel primo stato del sud dove si vota, la South Carolina, Gingrich potrebbe provare ad allungare una contesa il cui esito, al momento, appare davvero scontato.

Il voto in Iowa è rilevante per diversi aspetti e ci dice molto sul partito repubblicano e, più in generale, sullo stato di salute della democrazia statunitense. I repubblicani appaiono estremamente frammentati e divisi. Romney vince l’Iowa pur ottenendo, in percentuale, meno voti rispetto al 2008, quando giunse secondo e vide implodere le sue speranze di conquistare la nomination. L’elettorato di destra ha cercato invano un’alternativa a Romney, individuandola infine – più per disperazione che per convinzione – in Santorum. Che una figura non più giovane, borderline, e invero alquanto bizzarra, come Ron Paul possa essere in corsa la dice lunga sui travagli dei repubblicani (nel 2008, Paul ottenne meno della metà dei voti conquistati quest’anno in Iowa). Certo, l’ostilità nei confronti di Obama e il desiderio di riconquistare la Casa Bianca sono collanti forti, che ricompatteranno in una qualche misura il partito. Per il suo passato moderato, i suoi frequenti mutamenti di posizione e il suo straordinario deficit di carisma e fascino, Romney non appare però figura in grado di accelerare o agevolare questo ricompattamento.

L’Iowa ci lascia intendere, inoltre, che la campagna del 2012 sarà tanto brutale quanto straordinariamente costosa. La recente sentenza con cui la Corte Suprema ha rimosso qualsiasi limite alle spese elettorali di gruppi privati formalmente indipendenti  ha contribuito e contribuirà a questo abbruttimento. 6 milioni di dollari sono stati spesi nella campagna in Iowa solo per pubblicità televisive; i 2/3 di queste hanno avuto un contenuto negativo che, in circa la metà dei casi, era indirizzato verso Gingrich. Aspettiamoci di tutto nei mesi a venire: Romney, ad esempio, ha già lanciato una serie di pubblicità anti-Obama che mistificano dichiarazioni fatte in passato dal Presidente, stravolgendone il senso e il contenuto.

Obama e democratici osservano con preoccupazione quanto sta avvenendo. Sanno che le divisioni e le debolezze dei repubblicani sono la loro maggiore risorsa in questo momento. Speravano, però, nell’ascesa di un candidato alternativo a Romney, capace di allungare le primarie e renderle ancor più aspre e divisive. Il voto di ieri in Iowa ci dice che quasi certamente ciò non avverrà.

Il Mattino/Il Messaggero, 5 gennaio 2012