Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2012

Tre debolezze

Nel giudicare un rapporto inevitabilmente squilibrato, quale è quello tra Italia e Stati Uniti, è facile perdere il senso della realtà, minimizzando l’importanza del viaggio americano di Monti ovvero celebrandolo con enfasi decisamente eccessiva e fuori luogo. Sui principali quotidiani americani si fatica oggi a trovare traccia alcuna dell’incontro tra Monti e Obama. Su quelli italiani i toni sono a dir poco trionfalistici e SuperMario – “l’uomo più importante in Europa” secondo il Time – assurge a campione del ritrovato orgoglio nazionale.
Per gli Stati Uniti, e per l’amministrazione Obama in particolare, Monti importante lo è davvero. È però una summa di debolezze quella che spiega, oggi, la rinnovata rilevanza dell’Italia per gli Stati Uniti.
La prima di queste debolezze è ovviamente quella italiana. Come spesso nella sua storia, l’Italia, e chi la governa in questo momento, è importante in quanto problema prima ancora che come risorsa. Sostenere in forma così ostentata il premier italiano, come ha fatto Obama, serve ad aiutare l’Italia a uscire dalle secche di una crisi dai possibili riverberi pandemici. Serve, molto prosaicamente, a facilitare il cruciale rifinanziamento del debito italiano nei mesi a venire, sul quale si gioca una partita decisiva per le sorti dell’Euro. Fa cioè parte di un impegno europeo e statunitense a salvare l’Italia, evitandole una sorte simil-greca.
La seconda debolezza è quella europea. Obama ha trovato in Monti un alleato prezioso per rilanciare il tema della crescita e dello sviluppo in Europa, finora sacrificati sull’altare dell’austerità imposto da Angela Merkel e dall’elettorato tedesco. Il nostro primo ministro è anzi reso interlocutore ancor più rilevante, e politicamente forte, proprio dalla sconcertante mancanza di alternative in un’Europa che appare schiacciata tra il rigorismo – autoreferenziale e prepotente – della Germania, la sudditanza della Francia e il progressivo disimpegno della Gran Bretagna.
Questo doversi appoggiare all’Italia, partner raramente privilegiato e apprezzato, ci rivela però la terza debolezza: quella degli Stati Uniti e dello stesso Obama. Anche per ragioni elettorali, il presidente americano non può permettersi una crisi europea che finirebbe inevitabilmente per danneggiare la crescita degli stessi Stati Uniti; Obama osserva quindi con perplessità la linea dell’austerity imposta dalla Merkel, e con preoccupazione la prospettiva di un’Europa ancor più germano-centrica che questa linea sembra prefigurare. Ha bisogno, in Europa, di contraltari all’attuale strapotere tedesco; e in piccola parte spera che questo ruolo possa essere svolto anche dall’Italia.
Ecco perché Obama ha bisogno di Monti, oggi. Ed ecco perché l’Italia cerca appoggi di questo tipo, fuori e dentro l’Europa. Anche se a monte rimane il problema, tutto europeo, di un egemone, la Germania, che sta dimostrando di non saper davvero fare egemonia.

Giornale di Brescia, 11 febbraio 2011

Obama e Monti

Ci piace sempre credere che l’Italia sia un interlocutore particolarmente importante per gli Stati Uniti. Che anche la nostra relazione con Washington contenga qualcosa di speciale e unico, come quelle tra Stati Uniti e Gran Bretagna o Israele. Per i nostri tanti emigrati; la nostra collocazione geografica – ponte tra Est e Ovest, Europa e Medio Oriente – in una retorica stucchevole, ma sempre viva; per la nostra presunta abilità diplomatica.
Così ovviamente non è, anche se certi miti (e il velleitarismo che ne consegue) sono duri a morire. Storicamente, L’Italia è stata centrale per gli Usa più come problema che come risorsa; più per ciò che le accadeva che per quel che faceva (o cercava di fare). In un certo senso, ciò è vero anche per le vicende più recenti. A Washington i travagli italiani sono stati osservati con attenzione e grande preoccupazione, nel timore che potessero destabilizzare ulteriormente l’Europa e travolgere l’Euro. E certo si è tirato un forte sospiro di sollievo quando Berlusconi si è dimesso e gli è subentrato Mario Monti.
I tanti riconoscimenti politici e mediatici mostrano come Monti disponga di quella credibilità che ormai Berlusconi aveva del tutto perduto. Una credibilità che il nuovo premier sta facendo del suo meglio per capitalizzare proprio nella relazione con gli Stati Uniti. Facilitato in questo non da una qualche relazione speciale tra Italia e Stati Uniti, ma da una convergenza d’interessi oggettiva, ancorché contingente. E che, fatto salvo l’immenso squilibrio di forza e influenza, permette alle due parti di aiutarsi reciprocamente oggi.
La credibilità di Monti non deriva solo dal non essere Berlusconi. Si lega molto al suo profilo di tecnocrate e, ancor più, di europeista: nella filosofia, nell’esperienza politica e nella visione. Forse per il suo passato, a volte Monti sembra parlare (ed essere letto e valutato) più come commissario europeo che come premier italiano. Un europeismo che, una volta adottate le necessarie misure per salvare l’Italia dal baratro, ha indotto Monti a enfatizzare con forza il tema della crescita e dello sviluppo, da promuoversi su scala europea. Per aiutare l’Italia, ci mancherebbe, ma anche per immaginare un’alternativa plausibile a un’Europa sempre più germano-centrica, che piace poco o nulla agli Usa e a questa amministrazione in particolare.
Obama mostra di apprezzare l’impegno di Monti a mettere in ordine i disastrati conti pubblici, affrontando di petto la crisi del debito. E ovviamente loda l’impegno, per nulla marginale, dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica, a partire dall’Afghanistan. Apprezza però ancor di più la posizione assunta da Monti in merito sia al tema della crescita sia alla necessità di potenziare il firewall europeo a protezione dei titoli di stato più deboli ed esposti. Posizione, questa, che contiene un’implicita critica alla Germania e all’austerity merkeliana e che lega Obama e Monti. Il presidente americano è consapevole che la crescita globale di cui gli Usa (e Obama medesimo) disperatamente abbisognano è inestricabilmente legata al superamento delle difficoltà europee e a un rilancio dell’economia del vecchio continente, oggi fortemente inibito dalla rigidità tedesca. E sa, Obama, che Monti è interlocutore ancora più importante in conseguenza della sudditanza francese a Bonn e del sostanziale disimpegno britannico. Sa, infine, il presidente statunitense che rafforzare il governo Monti vuol dire aiutare l’Italia a rifinanziare il debito, disinnescando così la mina della crisi italiana. Ecco perché Italia e Stati Uniti possono e vogliono aiutarsi oggi: nel risolvere la crisi italiana e nel rilanciare la crescita europea. Certo, è sempre l’Italia: non l’interlocutore più importante degli Usa, né quello più stimato e affidabile. Ma in questo momento, l’Europa sembra offrire poco altro agli Stati Uniti. Nessuna relazione speciale quindi; e nemmeno un’eco dei tanti velleitarismi passati. Una semplice, e per questo ben più rilevante, convergenza d’interessi e di vedute.

Il Messaggero, 10 febbraio 2012

Santorum e la debolezza dei repubblicani

Dopo risultati deludenti in South Carolina e Florida, l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum vince, e con margini significativi, le primarie e i caucus di tre stati importanti quali il Minnesota, il Missouri e il Colorado. Non ottiene, di fatto, alcun delegato: sarà il partito ad assegnare i delegati in Minnesota e in Colorado, mentre in Missouri si tornerà a votare più avanti, il 17 di marzo. E difficilmente Santorum potrà offrire un’alternativa a Mitt Romney che, salvo cataclismi oggi difficilmente immaginabili, sarà l’avversario di Obama in novembre. Da domani la macchina elettorale di Romney inizierà a muovere contro Santorum, finora risparmiato dalla pubblicità negativa e dagli attacchi rovesciati, con abilità e successo, addosso all’altro avversario di Romney, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich.
La rilevanza, non solo simbolica, del voto di ieri non può però essere sottostimata e ci dice molto, rispetto al voto di novembre e alle possibilità repubblicane di riconquistare la Casa Bianca. Innanzitutto, i successi di Santorum rivelano una volta ancora la debolezza di Romney e, più in generale, del partito repubblicano. A dispetto dei suoi sforzi e del suo radicale spostamento a destra degli ultimi anni, Romney piace poco al sud cristiano e bianco e risulta indigesto a pezzi importanti della working class bianca e conservatrice, che nel mid-West – dall’Iowa al Minnesota – ha finora premiato Santorum. Anche se non lo si può dire pubblicamente, Romney insospettisce per la sua fede mormone. E continua a indisporre per la sua ricchezza, a lungo ostentata e oggi goffamente occultata, per i suoi frequenti cambiamenti di posizione, per la sua evidente incapacità di comunicare con un’America conservatrice e finanche bigotta, ma dignitosa e in sofferenza, che fatica a immedesimarsi in un miliardario con il fascino e il calore umano di un androide di prima generazione.
La debolezza e i problemi di Romney sono però quelli di tutto il partito repubblicano. Un partito i cui principali esponenti stanno in gran parte con Romney, ma che rimane diviso su linee di frattura plurime, profonde e in alcuni casi difficilmente ricomponibili. Fratture regionali, religiose, di classe, tra establishment e base, elite e militanti. Romney è il candidato designato perché offre un minimo comune denominatore ai tanti pezzi di questo composito mondo repubblicano: nonostante tutto è il candidato capace di attrarre consensi ampi e trasversali, come lo stesso voto ha finora dimostrato. Si tratta però di un minimo comune denominatore al ribasso, che consegue alla mancanza di alternative più che a una scelta positiva.
Infine, è difficile sottostimare oggi le cicatrici che queste primarie – brutali e non di rado volgari – sono destinate a lasciare. Romney, e i gruppi privati (le cosiddette SuperPacs) che lo sostengono, hanno finora operato con spregiudicatezza, ampi mezzi e, va detto, straordinaria efficacia. Hanno distrutto la campagna di Gingrich sul nascere, quando la crescita della sua popolarità in Iowa lo aveva trasformato in un pericoloso avversario (l’unico, avversario davvero pericoloso), per poi infliggerle un secondo colpo devastante dopo il successo in South Carolina. È presumibile che faranno lo stesso con Santorum, per quanto il passato di quest’ultimo lo renda meno vulnerabile di Gingrich. Alla fine delle primarie vi saranno però ferite profonde, difficili da rimarginare, per quanto odiato sia Obama e forte il desiderio di sconfiggerlo in novembre.
Obama e il suo team osservano e certamente apprezzano. Meglio di così per loro non potrebbe davvero andare. Se Obama dovesse essere il primo presidente dai tempi di Franklin Delano Roosevelt a venire rieletto nonostante un tasso di disoccupazione superiore al 7%, una parte non secondaria del merito sarebbe dei suoi avversari.

Il Mattino, 9 febbraio 2012