Mario Del Pero

Archivio mensile: marzo 2012

Il voto del super-martedì

Romney vince, ma non sfonda. È questo il commento più frequente all’esito del voto del super-martedì, dove dieci stati mettevano in palio un numero di delegati superiore a quello assegnato da gennaio a oggi. Un commento corretto, ancorché parziale e potenzialmente fuorviante. Perché il dato davvero rilevante è che Romney non ha perso, in particolare in Ohio.

Venuta meno la possibilità di una rapida vittoria, Romney sa che la nomination dovrà essere conquistata attraverso una lunga campagna elettorale: accumulando delegati; contenendo le inevitabili sconfitte; sperando che il fronte conservatore continui a disperdere il suo voto su più candidati.

Dinamiche, queste, che sono state in larga misura confermate dal voto di ieri. È infatti ulteriormente cresciuto lo scarto tra i delegati (circa 400) conquistati da Romney e quelli di Rick Santorum (165) e Newt Gingrich (105). Non si è assottigliato il numero di pretendenti (la vittoria in Georgia e il voto imminente in altri stati del sud tengono in vita Gingrich). E si è rivelato una volta ancora lo scarto tra le risorse e l’organizzazione di cui dispone Romney e quelle dei suoi rivali: in Ohio Romney ha speso circa dodici volte più di Santorum, che non è riuscito a raccogliere le firme necessarie per essere presente sulla scheda elettorale di alcune contee e, addirittura, nell’intero stato della Virginia.

Ora la contesa si sposta nel sud profondo – Mississippi, Alabama e più avanti Louisiana – e nel primo ovest, in Missouri, Illinois e in Kansas. Stati nei quali, con la possibile eccezione dell’Illinois, Romney parte decisamente sfavorito. La dispersione del voto conservatore tra Gingrich e Santorum e meccanismi simil-proporzionali di allocazione dei delegati dovrebbero però permettergli di limitare i danni, prima del rush di aprile, quando si voterà, spesso con maggioritario puro, in stati della costa orientale assai favorevoli all’ex governatore del Massachusetts.

Il voto di ieri, in altre parole, conferma e consolida lo status di super-favorito di Romney. A sostegno del quale si sono pronunciati, non a caso, anche leader importanti della destra repubblicana, come il capogruppo alla Camera, il deputato della Virginia Eric Cantor.

E però, questa lunga campagna elettorale sembra indebolire Romney e i repubblicani. Per quanto il desiderio di sconfiggere Obama ricompatterà molti repubblicani in novembre, le scorie lasciate da una campagna estremamente brutale non potranno essere del tutto rimosse. La fragilità di Romney, candidato privo sia di carisma sia di capacità aggregante, è sotto gli occhi di tutti. Come lo è il deficit di entusiasmo tra l’elettorato, espressosi nei bassi tassi di partecipazione al voto e in una conseguente, ulteriore radicalizzazione del dibattito politico, che ha spinto ancor più a destra i repubblicani.

Primarie con bassa partecipazione elettorale e alto tasso di militanza dei votanti finiscono per danneggiare il partito repubblicano, rendendolo meno capace d’intercettare un paese che cambia molto in termini demografici (si pensi solo al peso crescente dell’elettorato ispanico), sociali e culturali. Un paese dove cresce esponenzialmente il sostegno al riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso (dal 27 al 53%, in soli 15 anni, secondo un recente sondaggio Gallup), mentre Rick Santorum tuona contro i contraccettivi e la licenziosità degli stili di vita di molti suoi compatrioti. Più di tutto, queste primarie mostrano lo scarto profondo tra l’America plurale e variegata che voterà in autunno e quella – omogenea, minoritaria, impaurita e, talora, incattivita – che sta votando in questi mesi. Tra un’America che cambia e si trasforma, come sempre nella sua storia, e un pezzo non marginale, ma di certo non maggioritario, del paese che il cambiamento in atto non lo vive, non lo accetta e cerca, senza successo, di fermare.

Il Mattino/Il Messaggero, 8 marzo 2012

Romney, vittorie e limiti

Mitt Romney vince le primarie in Arizona e, soprattutto, Michigan, rafforzando così il vantaggio in termini di delegati, anche se la soglia dei 1044 necessaria per ottenere la nomination rimane ancora assai lontana (al momento Romney ne ha 167, seguito da Rick Santorum con 48). Evita, Romney, una sconfitta umiliante nel suo stato natio, il Michigan, che avrebbe potuto davvero alterare i termini della competizione. E consolida così la sua posizione di sfidante quasi certo di Obama in novembre. Riesce a farlo grazie alla pochezza dei suoi avversari, incluso un Rick Santorum sopraffatto dalla stanchezza e dalla mancanza di una guida che lo conduca nella campagna elettorale, e sempre più incapace di contenere il suo imbarazzante radicalismo religioso. Un Santorum privo, di fatto, di una vera e propria organizzazione, al punto da non riuscire ad adempiere alle formalità necessarie per candidarsi in uno stato importante come la Virginia, dove martedì prossimo correranno solo Romney e il libertario Ron Paul.

Eppure Romney non convince e risulta indebolito da queste primarie. Fatica a risolvere una partita che dovrebbe essere invece chiusa da tempo, visto l’immenso gap di risorse a suo favore,l’appoggio di gran parte dell’establishment del partito e, appunto, l’estrema debolezza dei suoi avversari.

Come si spiegano queste difficoltà di Romney? Almeno tre risposte possono essere offerte.

La prima ha a che fare con Romney medesimo. Candidato privo di carisma e fascino, quasi robotico nella postura e nella retorica, incapace di occultare il suo opportunismo, visibilmente pronto com’è ad abbracciare qualsiasi posizioni utile per ottenere la nomination. E candidato penalizzato da un passato che lo ha visto, da governatore del Massachusetts, promuovere politiche invise alla destra repubblicana.

La seconda risposta è data proprio dall’ulteriore radicalizzazione di questa destra. Alle primarie partecipano soprattutto elettori schierati e militanti; la discussione risulta inevitabilmente sbilanciata, nel caso repubblicano a destra. L’attuale disillusione e sfiducia verso la politica ha sinora contribuito a un basso tasso di partecipazione elettorale (inferiore a quello del 2008), amplificando ulteriormente l’effetto di radicalizzazione dell’elettorato tipico delle primarie. La conseguenza è stata quella di rendere competitivo un candidato davvero improbabile ed estremo come Santorum e di far apparire troppo moderato Romney, che pure quattro anni fa costituiva l’alternativa conservatrice a John McCain.

Infine, si è finora ritorta contro Romney la sua presunta forza: la sua esperienza di manager di successo e la rivendicata capacità di utilizzarla per gestire questa complessa transizione economica e finanziaria. Con l’economia al centro della discussione e delle preoccupazioni degli elettori, si riteneva che Romney sarebbe stato grandemente avvantaggiato. Così invece non è stato. In quest’America impaurita e, in parte, incattivita il miliardario Romney non riesce a sfondare tra gli elettori dai redditi meno alti. Stando agli exit poll in Michigan gli elettori dal reddito superiore ai 100mila dollari annui hanno votato per il 48% Romney e per il 34% Santorum; quelli con redditi inferiori ai 100mila dollari, per il 41% Santorum e il 36% Romney. Di Romney spesso irrita l’ostentata ricchezza; sconcerta la dichiarazione dei redditi (il 15% pagato su 20 milioni e più di guadagni, con capitali dirottati anche nei paradisi fiscali); suscitano ilarità i tentativi di apparire come un uomo comune, che va alle corse automobilistiche e cucina gli hamburger sulla griglia.

Chi sorride più di tutti è ovviamente Barack Obama, sino ad ora il vero vincitore di queste primarie. Consapevole, però, che Romney rimane un avversario molto pericoloso, che il desiderio repubblicano di riconquistare la Casa Bianca indurrà molti elettori conservatori a mettere da parte dubbi e insoddisfazioni, e che la partita di novembre rimane quanto mai aperta.

Il Mattino, 1 marzo 2012