Mario Del Pero

Archivio mensile: aprile 2012

Inizia la corsa per la Casa Bianca

La decisione di Rick Santorum di abbandonare la corsa per la presidenza pone termine alle primarie repubblicane e apre la lunga sfida elettorale tra Barack Obama e Mitt Romney. L’esito delle primarie era in realtà scontato. Troppo lo scarto di risorse e peso politico tra Romney e i suoi avversari. Troppo deboli i profili delle possibili alternative a Romney, come l’improbabile ascesa di un candidato fragile, impreparato ed estremo come Santorum ha mostrato molto bene. Troppo, infine, il desiderio dell’establishment repubblicano – moderato o conservatore poco importa – di chiudere a un certo punto la partita, evitando il protrarsi di una competizione elettorale aspra e divisiva, che avrebbe ulteriormente ridotto le possibilità di riconquistare la presidenza.

Da queste primarie esce infatti un candidato indebolito, come alcuni dati evidenziano con chiarezza. Innanzitutto, quello relativo alla partecipazione elettorale, che a dispetto delle aspettative, e con alcune eccezioni, è stata generalmente assai bassa nonché percentualmente minore rispetto a quattro anni fa. Nel giustificare l’opportunità di avere delle primarie lunghe e combattute,  molti repubblicani hanno fatto riferimento alla sfida del 2008 tra Hillary Clinton e Barack Obama. Che accese l’entusiasmo dell’elettorato democratico, mobilitò milioni di elettori e socializzò alla politica una nuova generazione. Tutte cose che non sono avvenute in queste primarie.

E questo ci porta a un secondo dato significativo. Alla bassa partecipazione elettorale è corrisposto un forte squilibrio anagrafico e demografico tra i votanti. Se possibile, le primarie repubblicane hanno alienato ancor di più quei due segmenti dell’elettorato – le donne e gli under-30 – che furono tra i pilastri del successo di Obama nel 2008 e che i repubblicani dovranno in qualche modo riconquistare. Anche in questo caso le statistiche sono implacabili: nelle recenti, combattute primarie dell’Illinois, ha votato appena il 10,5% degli aventi diritto (più di un milione di elettori in meno rispetto alle primarie democratiche del 2008); solo il 4% degli elettori under 30 – l’8% del totale dei votanti – si è recato alle urne; un quarto dei votanti aveva più di 65 anni; il 75% più di 45. La maggioranza del voto (52%) è stata maschile, anche se le donne residenti nello stato erano di più rispetto agli uomini

Durante le primarie, un discorso elettorale spostatosi vieppiù a destra, soprattutto sui temi “etici” – omosessualità, contraccezione, ruolo della religione nella vita pubblica – ha ulteriormente allontanato dal partito repubblicano il voto femminile e giovane. Così come ha allontanato il voto delle minoranze, su tutte quella ispanica, sottorappresentata tra i repubblicani e vittima principale di posizioni oltranziste e dogmatiche in materia di immigrazione, che lo stesso Romney ha fatto proprie. Di nuovo, il dato elettorale è emblematico: gli elettori bianchi sono stati il 98% del totale in Illinois  (a fronte di un 71.5% dei residenti); il 96% in Ohio (contro l’83% dei residenti); il 95% in Louisiana (contro il 62.5% dei residenti). In altre parole, l’elettore bianco con più di 50 anni è a tutti gli effetti sovra-rappresentato nel partito repubblicano, pur essendo meno significativo da un punto di vista demografico e, anche, culturale e politico. La sua centralità nel processo di selezione dei candidati repubblicani finisce anzi per spingerli verso destra e renderli così ancor meno capaci d’intercettare altri segmenti dell’elettorato.

Romney ha quindi una corsa in salita. Deve recuperare il voto indipendente e moderato, senza però perdere quello di una destra già scettica e maldisposta nei suoi confronti. Un compito difficile, che richiederà un notevole sforzo di equilibrismo e che dovrà far dimenticare le tante assurdità ascoltate durante questa campagna delle primarie.

Il comune denominatore su cui lo sfidante repubblicano si dovrà concentrare è ovviamente rappresentato dall’economia. A dispetto della recente ripresa e del calo della disoccupazione, rimane infatti forte l’insoddisfazione verso l’operato di Obama e la preoccupazione per i conti pubblici disastrati. Obama sarebbe, è bene non dimenticarlo, il primo presidente dai tempi di Franklin Delano Roosevelt ad essere confermato alla Casa Bianca con un tasso di disoccupazione superiore al 7.2% (è, oggi, all’8.2%). Su ciò, e sulla persistenza di una ostilità ad aumenti delle tasse che non è venuta meno neanche con la crisi del 2008, dovrà puntare Romney, in una elezione che potrebbe comunque rivelarsi più combattuta di quanto molti oggi non pronostichino.

Il Mattino, 12 aprile 2012