Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2012

Obama e l’Europa

Al G8 di Camp David, Barack Obama sottolineerà con forza la preoccupazione con cui gli Stati Uniti stanno seguendo l’attuale situazione europea. E cercherà di costruire un’asse con quei governi europei, a partire dal nostro, che cercano di modificare la linea dell’austerity imposta dalla Germania. Con buona pace di chi vede, e talora auspica, apocalittiche competizioni globali tra la valuta europea e il dollaro, una crisi dell’euro rischia infatti di avere ripercussioni assai pesanti per l’economia statunitense. Nel caso di Obama, poi, non vi è solo l’interesse di stato: l’apprensione per l’Europa, e la conseguente pressione politica che si cerca di esercitare soprattutto sulla Germania, consegue anche a tangibili e immediate considerazioni di carattere elettorale. Perché un’Europa travolta dalla crisi del debito e un euro pesantemente indebolito mettono ancor più a repentaglio la rielezione di Obama in novembre.

Questa interdipendenza – economica, politica e, potenzialmente, elettorale – tra le difficoltà europee e i problemi di Obama e degli Usa si manifesta in tre ambiti diversi.

Il primo è ovviamente quello commerciale e finanziario. Come molti altri paesi, anche gli Stati Uniti hanno progressivamente disinvestito dalla Grecia e l’esposizione delle banche statunitensi nel paese si è ridotta di quasi il 65%, attestandosi attorno ai 6 miliardi di dollari. Permane però il rischio di un contagio greco verso altre economie deboli dell’area euro, a partire da Spagna e Italia, dove molto maggiore è la presenza di capitali americani. Una simile eventualità, i cui potenziali riverberi pandemici sono difficili da prevedere e quantificare, finirebbe per colpire duramente molti investitori statunitensi. In Europa le banche degli Stati Uniti hanno investimenti in obbligazioni pubbliche e private che, per quanto ridotti negli ultimi anni, sono nell’ordine dei mille e cinquecento miliardi di dollari; l’Europa rimane la principale destinazione degli investimenti statunitensi ed è già accaduto che importanti istituzioni finanziarie degli Usa, come la MF Global nell’autunno scorso, siano crollate per eccesso di esposizione sui titoli europei. L’inevitabile contrazione economica europea provocata dal “contagio greco” danneggerebbe a sua volta l’economia statunitense, alla cui ripresa dell’ultimo anno ha contribuito in modo non secondario anche l’aumento delle esportazioni, un quinto delle quali destinate al mercato dell’area euro, più capace oggi di assorbirle, in conseguenza del dollaro debole e di una maggiore competitività americana.

Questa stretta interdipendenza economica ci porta al secondo ambito: quello politico ed elettorale. Il legame tra tenuta dell’euro e dell’economia europea da un lato e ripresa statunitense dall’altro ci mostra nitidamente quale interesse elettorale Obama abbia nel convincere gl’interlocutori europei ad abbandonare la linea dell’austerità per concentrarsi, quanto meno sul breve periodo, ad un’azione concertata di sostegno della crescita, a prescindere dai suoi effetti inflattivi e, in parte, di bilancio. La crescita europea non basta di per sé a far vincere le elezioni ad Obama, ma offre di certo un aiuto non secondario. Anche perché nella retorica elettorale dei suoi avversari politici è proprio l’equazione tra Obama e l’Europa, la presunta “europeità” di Obama, a essere sottolineata e denunciata. L’Europa in crisi viene quindi presentata da Romney come un modello negativo, che Obama ambirebbe ad emulare e dalla quale gli Stati Uniti debbono invece prendere le distanze: “la Casa Bianca” – ha affermato il candidato repubblicano Romney alcuni mesi fa – deve esprimere “il meglio di ciò che noi siamo, non il peggio di ciò che l’Europa è diventata”.

Questa Europa è però anche quella a cui gli Stati Uniti vorrebbero affidarsi per condurre una politica estera meno onerosa e controversa, senza tuttavia abbandonare impegni già assunti e procedere a disimpegni accelerati e pericolosi. È questo il terzo e ultimo ambito ove si manifesta l’ineludibile dipendenza tra Europa e Stati Uniti oggi. Dalla Libia all’Afghanistan, gli Usa chiedono ai paesi europei di alzare la soglia del loro impegno e della loro collaborazione. Si prevede che il solo finanziamento delle forze di sicurezza afgane da qui al 2014 costerà 4 miliardi di dollari; una spesa alla quale Obama vorrebbe che gli alleati europei contribuissero, laddove la crisi attuale giustifica invece tagli ulteriori alle spese per la sicurezza e la difesa.

Come tante altre volte nella storia recente, le sorti delle due parti dell’Atlantico appaiono inestricabilmente legate. Più deboli paiono però i collanti, ideologici e politici, che lubrificavano  in passato le relazioni euro-statunitensi, così come più debole è la consapevolezza di un’interdipendenza tanto profonda, quanto complessa e contraddittoria.

Il Mattino/Il Messaggero

Dissenso e sovranità

È difficile prevedere i futuri sviluppi del caso di Chen Guangcheng, l’attivista cinese per i diritti umani che dopo essere rocambolescamente evaso dagli arresti domiciliari ha trovato rifugio per una settimana presso l’ambasciata statunitense a Pechino. Chen si trova ora in un ospedale della capitale, mentre negli Usa divampano le polemiche per la presunta leggerezza con cui è stato gestito il caso e l’amministrazione Obama viene messa sotto accusa sia dai repubblicani sia dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. È probabile che un qualche compromesso sarà infine raggiunto e che, almeno temporaneamente, Chen potrà andare a studiare negli Usa.

La vicenda è però rilevatrice delle fragilità di una relazione, quella tra Cina e Stati Uniti, tanto contraddittoria quanto centrale per gli equilibri globali. Il soggetto egemone del sistema internazionale, gli Stati Uniti, e il suo principale antagonista potenziale, la Cina, sono infatti legati da un’interdipendenza  fattasi negli anni strettissima e ineludibile. Il mercato statunitense ha trainato la crescita dell’economia cinese; gli investimenti e le delocalizzazioni produttive americane hanno contribuito all’impetuoso sviluppo industriale della Cina; una quota crescente del debito degli Usa è finito in mani cinesi; il modello di consumi senza inflazione che ha contraddistinto gli Stati Uniti dell’ultimo trentennio sarebbe stato impensabile senza la produzione e le esportazioni della Cina.

Si tratta però di un’interdipendenza sbilanciata, in un contesto di transizione degli assetti mondiali, che si dovrà giocoforza risolvere con un riequilibrio meno vantaggioso per Washington. Tale transizione impone però scelte complesse e cedimenti ad ambo le parti. Gli Usa dovranno rivedere un modello di consumi probabilmente insostenibile, ma che ha avuto una funzione non secondaria nel garantire pace sociale e coesione politica; e dovranno accettare, quanto meno in Asia, di vedere ridotto e bilanciato il loro indiscusso primato militare. La Cina sarà costretta a ripensare il suo modello di sviluppo trainato dalle esportazioni, a rivalutare la propria moneta perdendo così competitività, e a contribuire alla crescita globale attraverso un aumento dei consumi interni permessi dallo straordinario tasso di risparmio pubblico e privato.

Da ambo le parti pare esservi piena consapevolezza di ciò, come emerge anche dai colloqui di questi giorni e dagli sforzi dei due governi di abbassare la soglia della tensione. Un razionale riconoscimento delle convergenze d’interessi, assieme alla consapevolezza di avere destini sempre più intrecciati, spinge naturalmente verso la collaborazione. E però i rischi sono altissimi. La volatile e litigiosa politica statunitense, ormai in permanente stato di mobilitazione elettorale, inserisce nell’equazione una variabile pericolosa e destabilizzante. Gli oppositori di Obama cercano di sfruttare la situazione, e la voce di Chen che invoca aiuto da Hillary Clinton arriva addirittura in diretta all’audizione di una commissione del Congresso. In Cina, le interferenze americane vengono denunciate da settori nazionalisti, in particolare nelle Forze Armate, mentre è in corso una complessa lotta per il potere, i cui termini sono difficili da decifrare, ma nella quale agitare lo spettro della minaccia statunitense può risultare politicamente utile.

Al di là delle contingenze politiche, fondamentale per una parte come per l’altra sarà accettare una messa in discussione, ed una eventuale limitazione, della propria sovranità. È impensabile che il regime cinese possa proseguire indisturbato sulla strada della repressione del dissenso politico: perché nell’era di Twitter e Facebook è ormai impossibile occultarlo; e perché le rappresaglie occidentali sarebbero inevitabili. Gli Usa però dovranno a loro volta abbandonare una parte di quei privilegi quasi imperiali di cui hanno goduto nell’ultimo ventennio. Dovranno cioè non solo integrare pienamente la Cina nell’ordine internazionale a egemonia statunitense, ma anche accettare una riduzione di questa egemonia, nell’ambito militare così come in quello energetico. Non sarà facile, ma alternative non sono date, se non quella di una escalation delle tensioni, pericolosissima e in ultimo incontrollabile.

Il Mattino/Il Messaggero, 5 maggio 2012