Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2012

La Corte Suprema e Obamacare

Questa volta Obama e i suoi temevano davvero il peggio. Quello che solo un anno fa sarebbe parso impensabile – un intervento della Corte Suprema ad annullare parti della riforma sanitaria di Obama, su tutti l’obbligo di assicurazione – era invece divenuta una concreta possibilità. La maggioranza della Corte sembrava intenzionata a procedere in tal senso, in particolare dopo che il giudice Anthony Kennedy, notoriamente l’ago della bilancia in una Corte spaccata a metà (quattro a quattro), aveva più o meno esplicitato la sua posizione. E invece a fornire ai liberal il quinto, decisivo voto è stato il Presidente conservatore della Corte, John Roberts. Per il quale l’obbligatorietà dell’assicurazione, pena una sanzione pecuniaria, è costituzionale in quanto può essere equiparata a una tassa e ricade pertanto nelle competenze del potere federale.

Quella che poteva essere una devastante sconfitta politica per il Presidente si trasforma quindi in una importante, invero cruciale, vittoria. Sopravvive, investita ora di piena legittimità costituzionale, l’azione legislativa più importante di Obama: la riforma per la quale è stato speso, e in ultimo sacrificato, un rilevante capitale politico. Quell'”Obamacare” che ha marchiato, nel bene e nel male, il primo mandato obamiano, rappresentandone il successo simbolicamente più importante,  controverso e contestato.

Obama tira quindi un sospiro di sollievo. La riforma sanitaria non solo è salva, ma esce almeno temporaneamente dalla discussione politica. Una decisione diversa lo avrebbe posto davvero in un angolo, costringendolo quasi di certo a scontrarsi frontalmente con la Corte, in una contrapposizione politica e istituzionale dalle implicazioni elettorali difficili da prevedere, ma potenzialmente assai pericolose.

Romney – che da governatore del Massachusetts promosse una riforma analogamente centrata sull’obbligo di assicurazione – promette di cancellare la legge in caso di elezione. E solleverà a più riprese la questione nei mesi a venire. Sarà, la sua, una posizione però indebolita dalla decisione odierna, che concorre a ridefinire i termini del dibattito politico ed elettorale.

L’infinita saga di “Obamacare” ci dice molte cose, sulla politica statunitense così come sullo stato di salute della democrazia americana. Al di là del chiaro successo di Obama, le indicazioni che emergono non sono inequivoche. La polarizzazione politica e ideologica, del paese e del mondo politico, si estende anche alla Corte Suprema, che resta spaccata secondo precise affiliazioni politiche; l’inattesa decisione di Roberts ci mostra però una volta ancora come l’equilibrio di poteri, di pesi e contrappesi, possa reggere anche agli schieramenti di parte e a polarità che paiono consolidate e inscalifibili. Altre parti della decisione di ieri – su tutti il rifiuto dei cinque giudici conservatori, incluso Roberts, di considerare l’obbligo di assicurazione come espressione del potere federale di regolamentare il commercio inter-statale – rivelano quanto forti siano le posizioni di chi chiede una limitazione delle prerogative federali e dell’azione governativa. Una posizione, questa, che riecheggia anche nelle posizioni dell’elettorato e dell’opinione pubblica. Secondo tutti i sondaggi, pezzi importanti della legge – in particolare la possibilità per i giovani di essere coperti dall’assicurazione dei genitori e la proibizione alla compagnie assicurative di non concedere copertura a chi ha sofferto o soffre di problemi di salute pregressi – sono estremamente popolari. Al contempo, però, una parte preponderante degli intervistati rimane risolutamente contrario all’obbligo di assicurazione, considerato un’inaccettabile estensione del potere federale e una palese violazione della libertà individuale. Secondo un sondaggio Gallup di fine febbraio, il 72% degli americani ritiene tale obbligo incostituzionale. E questo porta a dare un giudizio complessivo negativo su una riforma di cui, appunto, si apprezzano invece molti aspetti: secondo un più recente sondaggio Rasmussen, il 54% dell’elettorato chiede oggi di cancellare “Obamacare”, laddove solo il 39% appoggia la legge. Sono dati, questi, che rivelano una volta ancora la persistenza di una cultura politica contraria all’estensione dell’intervento pubblico, che Obama e i democratici hanno probabilmente sottovalutato e che la crisi economica del 2008 non solo non ha rovesciato, ma ha paradossalmente finito per accentuare.

Il Mattino, 29 giugno 2012

 

Obama e l’Europa

Obama accusa l’Europa di “gettare un’ombra” sull’economia statunitense, concorrendo a rallentare una ripresa già indebolita dall’ostruzionismo del Congresso; il suo portavoce,  Jay Carney, rincara la dose, denuncia la timidezza delle riforme intraprese dall’Europa e sollecita un’azione più incisiva contro la crisi del debito. Bill Clinton, ormai impegnatissimo nella campagna di Obama, si spinge oltre e rovescia addosso a Romney e ai repubblicani una delle loro accuse più frequenti al presidente: quella di voler europeizzare gli Stati Uniti. Il candidato repubblicano Mitt  Romney, afferma così l’ex presidente, vuole imporre agli Usa le politiche europee di “austerità e disoccupazione”, destinate a far aumentare il debito, alzare i tassi e rendere ancor più difficile l’uscita dalla crisi.

L’Europa entra così prepotentemente del dibattito pubblico e politico degli Stati Uniti. Lo fa assumendo il suo ruolo classico: quello di capro espiatorio. Perché ciò avviene proprio ora e come si spiega questa repentina, e in una certa misura sospetta, svolta “anti-europea” di Obama? Due risposte possono essere offerte.

In primo luogo vi è una genuina preoccupazione per la situazione europea e i suoi potenziali (e in parte già effettivi) riverberi globali. Il tempo a disposizione si assottiglia sempre più, la rigidità tedesca rimane immutata, così come i malumori del resto di un’Europa divisa e debole, ma sempre meno disposta ad accettare passivamente la linea merkeliana dell’austerity. Esporsi come ha fatto Obama serve così per esercitare pressioni su una Germania vieppiù isolata e per offrire una sponda esplicita agli altri principali paesi dell’UE, che invocano meno rigore e più sostegno alla crescita.

Ma serve, e questa è la seconda spiegazione, anche in chiave elettorale. I deludenti dati recenti sull’occupazione negli Usa avvantaggiano Romney e mettono Obama in una condizione di estrema difficoltà. Il presidente rimane favorito, ma la contesa è assai più incerta di quanto non si pensasse solo qualche mese fa. Attaccare l’Europa offre, in chiave elettorale, molteplici vantaggi: permette di contestare ai repubblicani quel vessillo dell’anti-europeismo che essi hanno sostanzialmente fatto proprio nell’ultimo biennio; soddisfa le pulsioni del mondo liberal e della sinistra democratica, particolarmente severi nei confronti dell’ortodossia tedesca e della gestione della crisi greca; aiuta, appunto, a scaricare su altri la responsabilità delle attuali difficoltà statunitensi.

È una strategia, però, difficilmente efficace e potenzialmente pericolosa. Le vicende europee sono seguite con occhio distratto dall’elettorato statunitense; secondo un recente sondaggio Gallup, solo il 16% degli americani sta prestando molta attenzione alla situazione finanziaria europea e ai problemi dell’Euro. Denunciare le colpe europee può inoltre apparire un atto di debolezza da parte di un Presidente in difficoltà, incapace di assumersi le proprie responsabilità, e di  un paese non più in grado di esprimere una leadership globale, e in chiara difficoltà anche nelle relazioni con i suoi alleati storici. A monte sembra esservi un deficit di egemonia dalle radici antiche, ma che è andato accentuandosi nell’ultimo decennio. Un’Europa matura e coesa avrebbe probabilmente già offerto una sponda a Obama. Ma questa Europa chiaramente non esiste. E la fondamentale e necessaria collaborazione tra gli Stati Uniti e l’Europa diventa così la potenziale vittima del combinato disposto rappresentato da un presidente debole, impegnato in una complicata campagna elettorale, una crisi economica che non sembra avere soluzioni, e un’Europa dominata da un egemone, la Germania, che dimostra quotidianamente la sua inadeguatezza al ruolo.

Il Mattino/Il Messaggero, 6 giugno 2012