Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2012

Il viaggio di Geithner in Europa

È stata una settimana di sovraesposizione pubblica, quella appena terminata, per il segretario del Tesoro Timothy Geithner. Prima di partire per l’ennesimo viaggio in Europa, dove incontrerà il Presidente della BCE, Mario Draghi, e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, Geithner ha parlato alle commissioni competenti di Camera e Senato ed è addirittura stato ospite del Charlie Rose Show sulla rete televisiva pubblica PBS. In tutte queste occasioni, il segretario del Tesoro ha rimarcato la preoccupazione con la quale gli Stati Uniti seguono la difficile situazione dell’Europa e non ha lesinato critiche ai suoi leader. “Lasciare l’Europa sull’orlo dell’abisso come modo di esercitare pressione è una strategia controproducente”, ha affermato Geithner, “perché finisce in ultimo per accentuare i costi della crisi”. “Costi umani”, ha proseguito, “enormi non solo in Grecia, ma anche altrove”.

Tre elementi, distinti ancorché strettamente interconnessi, spiegano non solo l’attenzione dell’amministrazione Obama verso le vicende europee, ma anche la decisione di esternare pubblicamente, e con frequenza crescente, tale preoccupazione.

Innanzitutto, vi è un’evidente critica di merito alle scelte compiute finora e alla linea del rigore imposta dalla Germania. Che viene considerata una risposta sbagliata e controproducente, laddove non compensata da provvedimenti concreti e più incisivi di sostegno alla crescita. Gli europei, ha affermato ancora Geithner, “devono fornire un immediato sostegno alla crescita e alla stabilità finanziaria per poter così ridurre i tassi d’interesse in Italia e Spagna”. La priorità è evitare ulteriori, e pandemici, riverberi della crisi, che danneggerebbero ancor più l’economia mondiale. E che colpirebbero anche la fragile e singhiozzante ripresa statunitense, legata com’è alla situazione europea. Geithner infatti non ha mancato di rimarcare la strettissima interdipendenza transatlantica: la crisi europea, ha affermato, “riduce la domanda per le aziende statunitensi e le cose che producono e vendono in Europa e nel mondo. .. rallentando la crescita ovunque”.

Questa differenza di vedute, e la riflessione sulla natura dell’interdipendenza economica globale che l’accompagna, non basta però da sola a spiegare l’atteggiamento di Geithner e Obama verso la crisi europea. Un secondo elemento è infatti rappresentato dalla debolezza dell’amministrazione e da come questa induca, appunto, a sottolineare con più nettezza le colpe e le responsabilità dell’Europa. In questo momento Obama si trova con le mani legate. La “vacanza elettorale” e la consolidata paralisi legislativa impediscono di utilizzare la leva fiscale o d’intervenire con politiche di sostegno alla domanda. Rimane, ovviamente, lo strumento monetario, pur con tassi a livelli ormai bassissimi. Il Presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, non ha escluso ulteriori acquisti di titoli del Tesoro, anche se è una posizione contestata all’interno della stessa FED. L’auspicio di Geithner e Obama è che la BCE possa muoversi in una direzione simile, svolgendo anch’essa una funzione supplente a una politica paralizzata da litigi, opportunismi e scadenze elettorali.

La politica, infine, ci rivela la terza e probabilmente meno nobile ragione di questa ostentata attenzione per le vicende europee. È davvero improbabile che Geithner ottenga risultati concreti da questo viaggio. L’Europa si muove seguendo dinamiche sue proprie. Ed è anch’essa condizionata da opinioni pubbliche volatili e spaventate. Gli Stati Uniti dispongono oggi di una leva relativa nei confronti dell’alleato europeo e la loro capacità di condizionarne le scelte politiche si è decisamente affievolita. Criticare l’Europa, sottolineandone pubblicamente la rigida sordità ai consigli e alle sollecitazioni che arrivano da oltre oceano, serve però a scaricare almeno in parte sulla stessa le responsabilità e le colpe delle attuali difficoltà americane. È un ruolo che l’Europa ha storicamente adempiuto: quello di rappresentare un comodo capro espiatorio. In parte lo ha meritato, quel ruolo. In parte lo ha svolto suo malgrado, soprattutto quando gli americani sono stati chiamati a votare e un tradizionale messaggio anti-europeo si è rivelato, come si rivela oggi, un utile strumento di propaganda elettorale.

Il Messaggero, 30 luglio 2012

Romney, Obama e l’antipolitica

Ormai quasi tutti i sondaggi danno Obama e Romney alla pari. Alcuni, come l’ultimo del New York Times e della CBS , vedono addirittura Romney davanti (45 a 43). Obama rimane lievemente favorito: la mappa elettorale gioca a suo favore e tra gli stati davvero in palio – i cosiddetti swing states che decideranno le elezioni in novembre –  sono molti di più quelli che Romney deve conquistare per poter ambire alla Presidenza. Nondimeno la partita è apertissima, più di quanto non si potesse immaginare solo qualche mese fa.

È una sfida aperta tra due candidati però assai deboli. Il 48% degli intervistati dello stesso sondaggio New York Times/CBS ha un’opinione negativa di Obama (solo il 36% ne ha una favorevole). Appena il 32% ha tuttavia un’opinione positiva del suo avversario e addirittura il 57% ritiene che Romney non abbia solide convinzioni politiche e dica “ciò che la gente vuole sentirsi dire” e non ciò a cui “crede veramente”.

La debolezza dei candidati è misura ed espressione di una più generale sfiducia nei confronti della politica e delle stesse istituzioni. Il tasso di approvazione del Congresso è ai suoi minimi storici (il 12% contro il 79% di disapprovazione) ed è difficile trovare oggi un’istituzione più criticata e, anche, delegittimata.

In prospettiva elettorale, questo stato di cose danneggia maggiormente il Presidente in carica. Che è certo vittima dei suoi tanti errori: dello scarto macroscopico tra promesse e scelte, aspettative e risultati. E che – va a detto a sua difesa – si è dovuto spesso confrontare con un Congresso straordinariamente litigioso, diviso e in ultimo ostruzionista. Ma è proprio la diffusa, consolidata anti-politica a costituire oggi il nemico più forte e pericoloso di Obama: l’ostacolo principale a una sua possibile rielezione. Un’antipolitica che Obama sfruttò abilmente nel 2008, con le sue radicali promesse di cambiamento e discontinuità, e che ora però gli si ritorce contro, anche perché il bersaglio ultimo di questa antipolitica non  può che essere il Presidente.

Da dove origina questo potente populismo anti-politico e quali possono essere le sue implicazioni, oltre a quella d’indebolire Obama alle urne? È chiaro che le difficoltà economiche degli ultimi anni sono la matrice primaria della protesta che alimenta questo rigetto della politica e dei suoi rappresentanti. Il paradosso è che a questa politica, debole e appunto delegittimata, si chiede molto e, in periodi di crisi, anche di più. Sempre nel sondaggio New York Times/CBS, alla domanda se il presidente possa incidere in modo rilevante sullo stato dell’economia il 51% ha risposto in modo affermativo e solo il 40% ha detto il contrario. Allo scarto tra aspettative e risultati si aggiunge in altre parole quello tra ciò che si ritiene siano le possibilità dell’azione di governo e i suoi atti concreti. La politica e, di nuovo, le istituzioni diventano il simbolo di un’inefficacia figlia di incompetenza, disonestà, insufficiente attenzione verso l’interesse generale. Anche perché questa politica, e queste istituzioni, danno quotidianamente povera prova di sé, alimentando un teatrino che anche negli Usa sembra aver superato il tasso di sopportazione dei cittadini. Un teatrino alimentato da un circo mediatico spesso fazioso e urlato, dove il rumore della notizia è non di rado inversamente proporzionale alla sostanza della stessa. La politica buona e responsabile ne risulta inevitabilmente marginalizzata. Rappresentazione grossolana e urlata della politica e protesta anti-politica finiscono così per alimentarsi a vicenda. L’algido e dottorale Obama ne risulta spesso schiacciato; a sua volta, il goffo e robotico Romney non si trova particolarmente a proprio agio, pur sfruttando il vantaggio relativo di cui gode lo sfidante. Due candidati deboli che si sfidano di fronte a un elettorato incattivito e disilluso, valanghe di dollari gettati al vento, la voglia e il desiderio che la politica conti, la rabbiosa sensazione che essa lo faccia nel modo sbagliato.

Il Giornale di Brescia, 27 luglio 2012