Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2012

Uragani sulla politica

No, non è stata davvero una grande idea quella di svolgere la convention repubblicana di fine agosto a Tampa, Florida. L’arrivo del ciclone Isaac ha infatti costretto a posporre di un giorno l’inizio dei lavori, imposto una riorganizzazione del calendario della convention e, soprattutto, dirottato altrove l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Ma la Florida dal clima tropicale, le zanzare a dimensione rondine, le frequenti precipitazioni estive e, appunto, le tempeste e gli uragani è, con i suoi 29 delegati, premio elettorale tanto contestato quanto cruciale e ambito, come del resto il North Carolina dove si svolgerà la settimana prossima la convention democratica.

L’arrivo di Isaac e i problemi organizzativi dei repubblicani riuniti a Tampa riportano alla memoria una delle pagine più vergognose della recente storia statunitense: il disastro di New Orleans sommersa dall’acqua nel 2005 e la sconcertante inettitudine dell’amministrazione Bush nell’affrontare quella tragedia. Ma l’uragano Isaac è anche, oggi, potente metafora politica. Di una politica debole, costretta a correre azzardi che la pongono in balia di eventi imprevedibili; di una politica fragile e screditata; di una politica che opera – anche nel caso dell’ultima superpotenza rimasta – entro perimetri nazionali dalla sovranità vieppiù limitata e sempre più deboli di fronte a interessi particolari, dinamiche sovranazionali e attori transnazionali e globali.

È una debolezza oggettiva e strutturale, questa, che limita la possibilità d’azione di chi governa, come vediamo oggi sui grandi temi che violano sovranità statuali a lungo indiscusse e assolute, dall’ambiente alla finanza ai diritti umani. Nel caso degli Stati Uniti è una debolezza però accentuata da una politica fattasi nel tempo polarizzata, divisiva, partigiana e, in ultimo, inefficace. Gli effetti sono trasversali e finiscono per danneggiare le stesse istituzioni e non solo chi temporaneamente vi risiede e le rappresenta. La popolarità di Obama è declinata rapidamente dopo i picchi delle settimane successive al suo insediamento e oggi è decisamente inferiore a quella di Bush nel 2004, di Clinton nel 1996 e di Reagan nel 1984, gli ultimi presidenti in carica a essere confermati a un secondo mandato. Il Congresso è però ancor meno amato: stando all’ultimo aggiornamento Gallup, solo il 10% ne approva l’operato, il minimo storico da quando esiste questo genere di rilevazioni (la media degli ultimi 40 anni è stata il 34%; da un anno a questa parte è stabilmente sotto il 20%). Romney, che non è mai stato né senatore né deputato, dovrebbe beneficiare di questo stato di cose. E invece fatica a convincere l’opinione pubblica, risulta assai poco apprezzato e solo la metà degli americani lo ritiene “onesto e degno di fiducia”.

Questa situazione pone problemi a entrambi i contendenti, esasperandone le rispettive debolezze. Per poter sperare di vincere Obama deve tornare a mobilitare segmenti dell’elettorato – gli under-30 in particolare – scontenti e disillusi dai suoi quattro anni di governo. Romney – che anche grazie alla scelta di Paul Ryan come candidato alla vice-presidenza sembra aver ricompattato la base repubblicana – ha bisogno d’intercettare un voto indipendente alienato dal radicale dogmatismo repubblicano e da posizioni davvero estreme sui temi etici, recepite nella piattaforma programmatica del partito che sarà approvata a Tampa.

E mentre mille interessi particolari si gettano nella contesa, finanziando senza limiti o scrupoli la campagna dei due contendenti con la ragionevole certezza di una loro riconoscenza futura, anche la meteorologia si mette di mezzo a rivelare come una politica fragile, debole e screditata possa diventare anche stupida, a partire dalle scelte più semplici, come i luoghi dove celebrare i propri incontri e i propri riti.

 

Il Mattino, 28 agosto 2012

La normalità di Obama

Obama “deve andarsene” e “l’America ha bisogno di un nuovo presidente”, proclama lo storico britannico Niall Ferguson in un lungo fondo che dà la copertina dell’ultimo numero di Newsweek. Troppi sarebbero  stati i fallimenti di Obama per giustificarne una conferma alla Casa Bianca: l’insufficiente crescita dell’economia statunitense, l’indebolimento degli Usa sulla scena internazionale e l’incapacità di contrastare l’ascesa della Cina, l’ulteriore deterioramento dei conti pubblici e l’aumento senza freni del debito.

L’affondo di Ferguson è in sé meno rilevante, e politicamente incisivo, di quanto non si possa credere. In pesante crisi d’identità e di vendite e sotto la nuova, spregiudicata direzione di Tina Brown, Newsweek ha abbandonato la cauta sobrietà del passato, per offrire prime pagine e articoli politicamente scorretti, che hanno peraltro preso di mira lo stesso Romney (del quale, in una copertina di giugno si chiedeva se non fosse troppo “insicuro” e “fifone” – wimp – per poter essere presidente). Studioso spesso brillante, soprattutto quando tratta di storia della finanza internazionale, e divulgatore abile ancorché controverso, Ferguson è anche commentatore straordinariamente fazioso e provocatorio, capace di celebrare la grandezza dell’imperialismo britannico, invitare l’amministrazione Bush a prendere tale imperialismo a modello, appoggiare con entusiasmo l’intervento in Iraq nel 2003 e fare da consigliere a McCain nel 2008. Il tutto, cambiando reiteratamente idea su questioni non propriamente marginali, in particolare il futuro delle relazioni sino-statunitensi.

L’attacco di Newsweek a Obama viene pertanto da un settimanale in crisi e da un polemista di professione che, facendosi scudo della sua cattedra a Harvard, usa (e talora stravolge) con disinvoltura fatti e dati, come molti commentatori non hanno mancato di evidenziare anche in relazione a questo suo ultimo articolo.

Questo non significa però che la vicenda sia irrilevante. La copertina di Newsweek e l’articolo di Ferguson, come molte altre critiche più solide e meno grossolane mosse a Obama, sono indicative di un processo di graduale, ancorché inarrestabile, “normalizzazione” del Presidente, che potrebbe pesare sul voto di novembre. La sua figura quasi messianica del 2008 e le sue radicali promesse di cambiamento di allora sono ormai definitivamente evaporate. In parte ciò era inevitabile, stante il macroscopico scarto tra aspettative e possibilità. Obama vi ha però messo del suo, governando in modo al meglio pragmatico e cauto e non disdegnando – come si è visto in alcuni recenti attacchi a Romney – di ricorrere a quei metodi che solo pochi anni fa denunciava con vigore. Lo scarto, in altre parole, è stato non solo tra ciò che si prometteva e ciò che realisticamente si poteva realizzare, ma anche tra la retorica coinvolgente e trascinante della campagna del 2008 e la leadership presidenziale timorosa e distaccata che ne è seguita. L’ostruzionismo radicale e assai ideologico della controparte repubblicana ha reso l’azione di governo ancor più complessa, ci mancherebbe. Ma Obama, con la sua guida debole, incerta e talora contraddittoria, ha responsabilità molto gravi.

Tutto ciò potrebbe avere implicazioni rilevanti in chiave elettorale. Un’analisi disaggregata del voto del 2008 mostra la centralità, nella coalizione obamiana, di segmenti dell’elettorato – su tutti quello giovane e afro-americano – mobilitati proprio dalla “diversità” di Obama: dalle sue promesse di discontinuità e rottura, dalla sua figura quasi messianica, dalla sua retorica appassionante e inclusiva. Un Obama “normalizzato” questo voto lo intercetta e mobilita molto meno. Ed è questo, oggi, il suo problema principale,  ben più degli articoli d’intellettuali ambiziosi e spregiudicati, disposti a molto, forse a troppo, pur di conquistare la copertina di Newsweek.

Il Messaggero, 22 agosto 2012

Paul Ryan for Vice-President

Il candidato alla vice-presidenza non fa vincere le elezioni, ma può contribuire a farle perdere, come scoprì nel 2008 John McCain quando compì l’errore di scegliere Sarah Palin. Proprio la lezione del 2008 ha indotto Mitt Romney e i suoi consiglieri a valutare a lungo, e con estrema attenzione, tutti i possibili candidati, per evitare di ripetere simili
passi falsi. La scelta del deputato del Wisconsin, Paul Ryan, appare però in una
certa misura temeraria: indicativa oggi di una debolezza, che i sondaggi implacabili evidenziano, più che di una forza.

Ryan è uno dei giovani turchi che nell’ultimo biennio hanno reso impossibile la vita sia a Obama sia alla leadership repubblicana al Congresso. Esponente liberista e conservatore,
esperto di questioni di bilancio e presidente della commissione competente della Camera, Ryan ha dato il suo nome a un ambizioso progetto di tagli alla spesa pubblica, eccezion fatta per quelle militari, e di riduzioni delle tasse per i redditi più alti. Un piano denunciato, ovviamente, da Obama e dai democratici, criticato dalla gran parte degli economisti, ma trasformatosi rapidamente in ortodossia incontestabile all’interno di un partito repubblicano spostatosi sempre più verso destra.

Cosa dà e cosa toglie Ryan a Romney in prospettiva elettorale? Quattro aspetti meritano di essere qui evidenziati.

La scelta di Ryan garantisce che la destra repubblicana e il Tea Party sosterranno con convinzione Romney. Ryan è il candidato che essi chiedevano. Ed è un candidato capace di portare a sintesi le diverse anime di questa destra: i neoconconservatori ne apprezzano la
visione di politica estera e il suo sostegno ad alte spese nel settore della difesa; i liberisti la sua intenzione di ridurre il welfare e tagliare le tasse; la destra cristiana le sue posizioni inflessibili sull’aborto. La sua competenza in materia di bilancio e la sua volontà di diminuire drasticamente il debito pubblico possono attrarre una parte del voto indipendente, che a questi temi assegna oggi un’assoluta priorità e che non ha trovato nel partito repubblicano un referente credibile, visto che da Reagan in poi è stato,
paradossalmente più dei democratici, il partito del debito e dei deficit. Ryan è giovane (ha 42 anni) e carismatico. Come si è visto nel suo primo intervento assieme a Romney, può dare vitalità ed entusiasmo a una campagna elettorale apparsa sinora monocorde e spesso passiva di fronte agli attacchi, non di rado spregiudicati e brutali, dei democratici. Infine, la scelta di Ryan si spiega anche con l’attuale mappa elettorale del paese. Può mettere in gioco uno stato importante come il Wisconsin e aiutare più in generale nel Midwest dove sono in palio, e a oggi incerti, stati fondamentali quali l’Ohio e la Pennsylvania.

Proprio la carta elettorale, però, ci rivela i rischi di questa scelta. Un ruolo decisivo in novembre lo avrà infatti l’elettorato ispanico, passato da 13 a 21 milioni di votanti in un
decennio. Per questo molti pensavano che Romney potesse scegliere il giovane senatore
della Florida, Marco Rubio. Ryan, con le sue posizioni estreme in materia di welfare e di politiche fiscali, rischia di allontanare questo elettorato ancora di più dai repubblicani. Le sue proposte di privatizzare in parte la previdenza – il Social Security – e di tagliare i programmi di assistenza medica ad anziani e indigenti – Medicare e Medicaid – estende questo possibile effetto ad altre fasce della popolazione, che già in passato hanno dimostrato forte ostilità alle proposte di Ryan. La cui scelta sbilancia decisamente a destra il ticket presidenziale, con tutti gli effetti potenziali del caso: polarizzazione politica, piena mobilitazione della controparte, maggiore difficoltà a occupare il cruciale spazio politico di mezzo. Infine, Ryan può spingere ancor più verso i democratici quel voto femminile e giovanile che costituisce il vero pilastro della coalizione elettorale obamiana. Ryan è un liberista, ma non un libertarian: ha assunto in materia di aborto posizioni davvero estreme, che una parte maggioritaria di donne e under-30 rigetta fermamente.

La competizione rimane certamente aperta. La debolezza di Obama è evidente. La scelta di Ryan non è la mossa della disperazione, come fu Palin nel 2008 o Geraldine Ferraro nel 1984. Ma indica, questo sì, una debolezza di Romney che lo ha indotto a correre un
rischio significativo e, fino a poco tempo fa, inimmaginabile.

Il Mattino, 13 agosto 2012

La politica estera nella campagna elettorale

Con una curiosa inversione di ruoli rispetto alla tradizione, è il democratico Obama oggi ad apparire più credibile e affidabile sul terreno della politica estera e di sicurezza. Proprio rispetto alle tematiche internazionali, sulle quali quattro anni fa Obama appariva spesso naif e impreparato, il Presidente ha maturato un capitale di credibilità e consenso che bilancia, sia pure solo in parte, la disillusione e disaffezione dell’elettorato nei confronti di altre sue scelte politiche. Stando all’ultimo sondaggio Gallup, sulla politica estera il 52% degli intervistati preferisce Obama e solo il 40% indica invece Romney; un dato completamente rovesciato quando si parla invece di economia.

La politica estera di Obama piace agli americani per due ragioni, solo apparentemente incongruenti. Da una parte accoglie la richiesta dell’opinione pubblica di ridurre gli impegni globali degli Stati Uniti, assumendo un ruolo più defilato rispetto a teatri di crisi come quello libico o, oggi, siriano, e riducendo gradualmente la presenza statunitense in Iraq e Afghanistan. Dall’altra, dà corso a un’aggressiva, e non di rado spregiudicata, azione anti-terroristica globale, basata sull’uso intensivo dei droni, il mancato rispetto di alcune delle promesse di 4 anni fa (in particolare la chiusura del carcere speciale di Guantanamo) e, più in generale, la disponibilità a sottrarsi a molti dei vincoli imposti dal diritto internazionale.

Vi è, in altre parole, molta realpolitik nella politica estera obamiana, a dispetto del linguaggio cosmopolita e liberale che il Presidente ama dispensare. Ed è un realismo che l’America, in questo snodo storico, dimostra di apprezzare e appoggiare.

Su questo, e forse oggi solo su questo, i repubblicani e Romney si trovano sulla difensiva. Per distinguersi, sono costretti ad assumere posizioni estreme, che riecheggiano quelle ormai screditate del neoconservatorismo post-11 settembre. Romney cerca di parlare il linguaggio di un nazionalismo radicale per il quale Obama non sarebbe un buon americano, la Cina e la Russia rappresenterebbero pericolosi avversari geopolitici, Israele andrebbe sostenuto con nettezza ancor maggiore, posizioni più ferme andrebbero assunte nei confronti dell’Iran, l’Europa costituirebbe l’anti-modello per antonomasia. Posizioni, queste, rigettate dall’elettorato, potenzialmente incendiarie e prive di qualsivoglia consapevolezza della natura del sistema internazionale corrente e delle costrizioni imposte dal reticolo d’interdipendenze che legano gli Stati Uniti e gli altri soggetti di tale sistema, a partire proprio dalla stessa Cina. Non a caso, la recente missione internazionale di Romney in Europa e Israele, che doveva nelle intenzioni consolidarne l’immagine di statista in pectore, è stata segnata da gaffe, imbarazzi e strafalcioni.

Tutto bene quindi per Obama almeno per quanto riguarda la politica estera? No, un problema c’è e si è già manifestato. La realpolitik obamiana rappresenta uno dei tanti esempi dello scarto tra le promesse obamiane (“chiuderemo Guantanamo entro un anno”, affermò il Presidente non appena entrato in carica) e i suoi atti concreti: tra le aspettative generate dalla sua elezione e i risultati effettivamente conseguiti. È uno scarto, questo, che contribuisce in modo decisivo a ridurre l’entusiasmo di alcune fasce cruciali dell’elettorato, in particolare quello giovane degli under-30, la cui partecipazione massiccia al voto potrebbe invece risultare decisiva in novembre. È questo forse il paradosso principale del consenso interno per la politica estera di Obama. Per quanto apprezzata, essa rischia di portare pochi voti aggiuntivi, ché le priorità degli americani sono oggi altre e altri sono quindi i criteri che orientano le decisioni di voto ultime. In compenso, però, le scelte e i comportamenti di politica estera finiscono anch’esse per alimentare quella disaffezione verso Obama che concorre a rendere così incerto l’esito del voto.

 

Il Mattino, 6 agosto 2012