Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2012

Il Medio Oriente e la campagna elettorale

La politica estera irrompe nella campagna presidenziale statunitense. E lo fa nel modo meno utile e produttivo:  con una crisi che, per la sua natura e le sue modalità, non aiuta un confronto rigoroso tra visioni e programmi alternativi. Le manifestazioni nelle piazze arabe, gli assalti alle rappresentanze diplomatiche, l’orribile assassinio dell’ambasciatore Stevens e dei suoi tre collaboratori generano, comprensibilmente, reazioni emotive e spaventate. Quando queste si uniscono a opportunismi elettorali, però, alimentano cortocircuiti pericolosi, finendo per gettare benzina sul fuoco e per banalizzare problemi complessi e di difficile risoluzione. Il confronto politico rischia così di farsi urlato e grossolano, come è capitato nella reazione – affrettata e poco responsabile – di Mitt Romney e del suo staff ai fatti di Benghazi e del Cairo con le accuse di debolezza e insufficiente patriottismo mosse all’amministrazione.

Entrambi i candidati si trovano però in difficoltà. Obama ha goduto, finora, di un chiaro vantaggio per quanto riguarda la politica estera. È considerato più affidabile e preparato, come spesso capita ai presidenti in carica; gli americani danno un giudizio sostanzialmente positivo del suo operato e, stando all’ultimo sondaggio Gallup, sulla politica estera lo preferiscono 54 a 40 a Romney, la cui propensione a fare propri slogan e programmi dei neoconservatori preoccupano e riportano alla mente gli anni di George Bush. Quello di Obama, però, è un vantaggio consolidato che una crisi come quella attuale rischia di mettere in discussione. Un’ulteriore intensificazione delle proteste ed eventuali nuove vittime statunitensi lo esporrebbero alle critiche di debolezza e pavidità che Romney e i repubblicani gli muovono da tempo. Soprattutto, torna al centro della scena il Medio Oriente,  il teatro dove minori sono stati i suoi successi e maggiore è la difficoltà degli Usa a imporre le proprie posizioni. Se c’era una cosa di cui il Presidente non aveva bisogno in questo momento, quella era una nuova crisi mediorientale, capace d’intrecciarsi con la delicatissima questione del nucleare iraniano e con la difficile relazione tra l’amministrazione statunitense e l’attuale governo israeliano.

Romney ha però fatto del suo meglio per sperperare l’opportunità elettorale che gli è stata data. La sua critica, precoce e strumentale, all’amministrazione è stata censurata da gran parte dei commentatori, inclusi alcuni di simpatie repubblicane. Ha evidenziato, la gaffe di Romney, cosa possa produrre un combinato disposto d’impreparazione, leggerezza e opportunismo. E ha spiegato perché sia forse conveniente per il ticket Romney-Ryan che non si parli troppo di politica estera. Troppo ideologico appare il loro messaggio; troppo vaghe e pericolose le loro proposte; troppo poco “presidenziali” i loro comportamenti. A un’America refrattaria a nuove crociate globali, critica verso gli anni di Bush e gli interventi in Iraq e Afghanistan, ostile a ulteriori aumenti della spesa militare, a un’America che in altre parole chiede una politica estera cauta e se necessario minimalista, la linea neoconservatrice di Romney piace molto poco.

Ovviamente, le cose possono cambiare. È l’auspicio dei fondamentalisti che, da una parte come dall’altra, spingono per esasperare la contrapposizione e per scatenare quello scontro di civiltà che si è finora riusciti ad evitare. Un’America ferita e spaventata potrebbe mettere da parte remore e timori, magari replicando le scelte sbagliate compiute dopo l’11 settembre. Una parte importante l’avranno ovviamente i nuovi governi arabi, a partire da quello egiziano, le cui posizioni e ambiguità di questi giorni non lasciano però ben sperare. Di certo, la “vacanza elettorale” nella quale gli Stati Uniti si trovano non aiuta. E richiederebbe quel surplus di responsabilità, cautela e attenzione che a Romney è appunto mancato.

Il Messaggero, 15 settembre 2012

La Libia e la campagna elettorale

La barbara uccisione dell’ambasciatore Christopher Stevens e di tre altri diplomatici statunitensi catapulta il Medio Oriente e la politica estera in una campagna presidenziale finora centrata primariamente sull’economia e sulle personalità dei candidati. Romney punta immediatamente il dito contro il presidente e la sua presunta debolezza nel fronteggiare i tanti nemici dell’America, l’Islam radicale su tutti. A differenza di quanto spesso si sostiene, la politica estera degli Stati Uniti ha avuto di rado un appoggio interno ampio e bipartisan. Su di essa, sulle sue scelte e priorità, così come sulla declinazione dell’interesse nazionale, l’America si è spesso divisa. Raramente, però, si è assistito a qualcosa di simile: a un tentativo di sfruttare elettoralmente un dramma come quello odierno, senza attendere nemmeno un istante.

I paragoni con Carter, l’ultimo presidente democratico a non essere rieletto, ora si sprecano. Fu Carter, si argomenta, a non capire la portata della sfida sovietica che si concretizzò nell’invasione dell’Afghanistan; e fu Carter a presiedere a una delle più drammatiche umiliazioni subite dagli Stati Uniti nella loro storia: la vicenda dei 52 cittadini americani presi in ostaggio nell’ambasciata di Teheran e liberati solo dopo quattordici mesi.

Si tratta di un parallelo comprensibile, ma fragile. Obama ha promosso in questi quattro anni una politica estera pragmatica, cauta e, talora, finanche cinica, in particolare nella campagna anti-terroristica contro Al Qaeda, che ha finito per irritare e in parte alienare la sinistra democratica. Ha messo da parte la retorica degli anni di Bush e, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, lasciato che fossero altri, Gran Bretagna e Francia, a guidare un’operazione internazionale come quella promossa appunto in Libia. E ha accolto le pressioni dell’opinione pubblica interna, terminando l’intervento in Iraq e promovendo un graduale disimpegno dall’Afghanistan. A dispetto delle accuse repubblicane, reiterate durante la convention di Tampa, una chiara maggioranza degli americani non ritiene Obama un presidente debole sulle questioni internazionali e dà un giudizio sostanzialmente positivo sulla sua politica estera. Stando ai sondaggi Gallup, il grado di apprezzamento della politica estera di Carter era, 32 anni fa, del 33%; quello di Obama è al 48%. Sulla politica estera, gli elettori preferiscono Obama a Romney di ben quattordici punto, 54 a 40, uno degli scarti maggiori nel confronto Gallup sui diversi temi politici. E un giudizio in una certa misura rafforzato dall’estremismo di Romney e dei repubblicani che, vuoi per distinguersi dal Presidente vuoi per il peso intellettuale che i neoconservatori ancora esercitano, hanno offerto un programma (e una retorica) di politica estera particolarmente radicale, chiedendo maggiore attivismo in Siria e una posizione ancor più ferma a fianco d’Israele contro il programma nucleare iraniano.

È quindi difficile che quanto accaduto ieri a Benghazi possa fare di Obama il nuovo Carter. Questo non vuol dire, però, che l’assassinio di Stevens un peso elettorale non sia destinato ad averlo. Nel ciclo senza tregua dell’informazione e della discussione politica negli Usa, tutte le notizie vengono usate e gettate con rapidità straordinaria. Il loro singolo impatto sulla campagna elettorale risulta quindi più limitato e marginale di un tempo. A maggior ragione di fronte a due elettorati, quelli democratico e repubblicano, che sembrano essere consolidati e difficilmente scalfibili. E però le drammatiche notizie che vengono dalla Libia interrompono una dinamica che, dopo le due convention, sembrava avvantaggiare decisamente Obama. Rovesciano in altre parole un trend e alterano i termini del confronto politico ed elettorale. Rimettono però anche la politica estera al centro della scena. E questo non è necessariamente un vantaggio per Romney e Ryan.

Il Mattino/Il Messaggero, 13 settembre 2012

Le due convention

Da tempo le convention presidenziali hanno perduto la loro funzione originaria. Non sono più le arene, fumose e caotiche, dove i delegati sceglievano i candidati, non di rado dopo scambi, baratti, sorprese e scorrettezze. Sono mega-spot elettorali, dal copione già scritto e le coreografie hollywoodiane. Spot che offrono, ai candidati, una possibilità unica di parlare all’America. L’audience televisiva dei due interventi di Romney a Tampa e Obama a Charlotte è stata di 30/35 milioni di spettatori: un dato straordinario per la politica oggi. Straordinario, perché quella stessa politica appare debole e screditata di fronte a un’opinione pubblica stanca, arrabbiata e in sofferenza, che verso il mondo politico nutre poche illusioni ed esprime molta insofferenza.

Quando si parla di elezioni americane si compie spesso l’errore di dire che queste si vincono al centro, conquistando il voto, cruciale, degli indipendenti non schierati. Ciò è falso per due ragioni. La prima è che questo elettorato indipendente, pur non registrato come repubblicano o democratico, non è affatto, e necessariamente, centrista: ha posizioni molto nette su questioni specifiche e controverse – tasse, aborto, ambiente – cui si deve dare risposta. La seconda è che, come hanno dimostrato le ultime tornate elettorali, per vincere si deve prima di tutto mobilitare appieno il proprio elettorato, convincendolo a recarsi in massa alle urne.

Le due convention proprio a questo sono servite: come chiamata alle armi di due basi elettorali, quella repubblicana e quella democratica, non pienamente convinte dei propri candidati presidenti. Romney non è mai riuscito a generare l’entusiasmo dei conservatori: per il suo passato moderato, il suo opportunismo politico, il suo poco carisma, la sua fede mormone. Obama quell’entusiasmo lo ha in buona misura perduto nei quattro anni di governo: per lo scarto tra aspettative e risultati, la sua leadership debole, i suoi frequenti compromessi al ribasso.

A un primo sguardo le due convention hanno raggiunto questo obiettivo. Aiutato dalla scelta del candidato vice-presidente, il deputato del Wisconsin Paul Ryan, Romney sembra avere finalmente convinto i repubblicani. A Charlotte si è respirato un entusiasmo che ai democratici mancava da anni.

Questa reciproca mobilitazione sembra però essere stata raggiunta grazie alla debolezza della controparte più che alla forza propria. Da parte repubblicana si è puntato molto sugli insuccessi di Obama e su un’economia che, pur crescendo più di quella europea, al ritmo del 2/2.5% annuo, non è riuscita a portare la disoccupazione sotto la soglia dell’8%. I democratici hanno sì rivendicato i risultati di questi quattro anni di governo, ma hanno soprattutto cercato di sfruttare le tante contraddizioni di un partito repubblicano che – su tasse, aborto, immigrazione, diritti civili – si è spostato a destra come mai era avvenuto nella sua storia e riesce sempre meno a intercettare segmenti cruciali dell’elettorato: minoranza, giovani e donne in particolare.

Gli effetti delle due convention sono difficili da misurare. Secondo i sondaggi, il rimbalzo positivo – in termini di consenso e intenzioni di voto – è stato maggiore per i democratici. Ma ciò è stato subito attenuato da nuovi dati economici, non particolarmente positivi, con l’economia americana capace di aggiungere solo 96mila posti di lavoro nel mese di agosto. Per quanto importante, non sarà però solo l’economia a determinare il risultato di novembre. Ed è su questo che si fondano oggi le speranze di Obama di essere riconfermato alla Casa Bianca.

Giornale di Brescia, 9 settembre 2012

Osama Bin Laden è morto e la General Motors è viva

“Osama Bin Laden è morto e la General Motors è viva”, ha proclamato il vice-presidente Joe Biden nel suo appassionato intervento alla convention democratica di Charlotte. Dopo qualche giorno di confusione e smarrimento, i democratici hanno finalmente risposto alla domanda retorica posta da Romney (citando il Reagan del 1980) se gli americani stiano meglio oggi di quattro anni fa. A dispetto di tutto, l’America – dicono Obama e i suoi – sta meglio che nel 2008. È stato Bill Clinton ad affermarlo con forza, in un intervento straordinario per la capacità di combinare potenza retorica e densità d’analisi.

Nei tre giorni della convention, Clinton ha guidato una legione d’interventi mossi, in modo sorprendentemente disciplinato, da un unico, fondamentale obiettivo, quello di mettere Obama al centro della scena. Celebrando i successi, rilevanti e spesso negletti, della sua presidenza (Clinton e, sulla politica estera, il senatore John Kerry), la sua leadership (Biden), la sua umanità (Michelle Obama). Il contrasto con la convention repubblicana di Tampa – con l’intervento auto-promozionale del governatore del New Jersey, Chris Christie e lo sconclusionato monologo di Clint Eastwood – è stato da questo punto di vista significativo ed emblematico.

Rivendicare le conquiste di quattro anni sofferti e difficili – con un tasso di disoccupazione stabilmente sopra l’8%, redditi medi calati del 4/5 % e un tasso di povertà del 15%, il più alto in un ventennio – è però alquanto problematico. Importanti successi sono stati ottenuti, ma è evidente, e quasi macroscopico, lo scarto tra le aspettative e i risultati, ciò che si prometteva quattro anni fa e ciò che si ha oggi. L’intervento umile, quasi di basso profilo, con cui Obama ha chiuso la convention lo ha mostrato bene. “Sono cambiati i tempi e sono cambiato io”, ha affermato Obama, lasciando per un istante i delegati disorientati e perplessi. La retorica della trasformazione e del cambiamento è stata riposta nel cassetto, assieme alle infinite possibilità del “Yes We Can” del 2008. La parola d’ordine è stata quella di guardare innanzi, al futuro, per cercare di realizzare quanto oggi appare ancora parziale e incompiuto.

Un’elezione trasformata in un referendum sui quattro anni di Obama non è però qualcosa che i democratici possono permettersi. Porterebbe quasi certamente a una vittoria di Romney. A Charlotte non ci si è pertanto limitati a rivendicare e magnificare i successi del Presidente. Farlo è stato in una certa misura strumentale al raggiungimento di altri due obiettivi. Il primo era di mettere Obama, la sua persona prima e ancor più delle sue politiche, al centro della scena. Perché Obama rimane oggi assai più popolare di Romney (54  a 31 stando agli ultimi sondaggi che misurano l’apprezzamento dei candidati): trasmette maggiore fiducia e umanità.

Il secondo obiettivo era quello di sottrarre ai repubblicani il manto di un patriottismo ostentato con forza, e talora grossolanità, alla convention di Tampa. Lo si è fatto con modalità che sono parse riportare indietro le lancette del discorso pubblico: celebrando, dopo un trentennio di sbronza finanziaria e globalizzatrice, non solo la maggiore indipendenza energetica, ma anche i successi del settore manifatturiero, del “Made in America”, e la ripresa delle grandi case automobilistiche salvate da Obama nel 2009 con un intervento pubblico che Romney criticò severamente. È chiaro che ciò promette un preciso dividendo elettorale in stati chiave come l’Ohio e il Michigan, dove maggiore è stato l’impatto occupazionale del salvataggio di Chrysler e General Motors. Ma la svolta, discorsiva e politica, è nondimeno importante e rivelatrice.

Si aprono ora gli ultimi due mesi della campagna. Le convention sono servite a mobilitare appieno i propri elettorati ancor prima che a convincere quello, importante ma assai circoscritto, degli indecisi. Perché le elezioni si vincono anche e soprattutto portando i propri simpatizzanti a votare, come Romney a Tampa e Obama a Charlotte hanno dimostrato di sapere bene.

Il Messaggero, 8 settembre 2012

La Convention democratica

“State meglio oggi di quattro anni fa?”, chiedono Mitt Romney e Paul Ryan agli americani che andranno alle urne tra due mesi.  Un espediente retorico non particolarmente originale, quello dei candidati repubblicani, che riprende la famosa domanda posta da Reagan durante uno dei dibattiti televisivi con Carter nel 1980. Ma un espediente nondimeno efficace, che ha mandato temporaneamente in tilt i democratici, le cui risposte sono state confuse e contraddittorie, ed ha permesso di collegare l’Obama del 2012 al Carter del 1980, l’ultimo presidente democratico a non essere rieletto e il simbolo di uno dei più grandi fallimenti presidenziali della storia americana.

In realtà, quattro anni fa l’America non se la passava affatto bene. Era nel mezzo di una drammatica crisi economica, le banche fallivano, il Pil crollava, i mutui diventavano impossibili da pagare e la disoccupazione cresceva a vista d’occhio. Quattro anni più tardi Obama può rivendicare alcuni successi. Tra il 2009 e oggi il Pil è cresciuto a ritmi tra l’1.5 e il 3% annuo, nonostante la crisi dell’edilizia, settore cruciale per il boom del ventennio precedente, e l’ostruzionismo repubblicano, che ha reso impossibili politiche più ambiziose di sostegno alla domanda. La disoccupazione rimane alta, ma è comunque scesa dal 10.1% dell’ottobre 2009 all’attuale 8.2%. L’implosione del sistema bancario, potenzialmente catastrofica, è stata evitata. Riforme cruciali e senza precedenti, su tutte quella sanitaria, sono state approvate.

Eppure questi risultati non bastano. Sono bilanciati da conti pubblici disastrati, con un debito la cui crescita non ha conosciuto soluzioni di continuità negli anni di Bush e di Obama. Sono contraddetti da un senso di precarietà e di vulnerabilità che permane, a dispetto della ripresa. Sono qualificati da una iniqua distribuzione dei redditi.

Ecco perché alla convention democratica di Charlotte, in North Carolina, si celebrano i successi di Obama, come era ovvio che sia, ma ci si guarda bene dal rispondere direttamente alla domanda di Romney e Ryan. Gli Stati Uniti stanno per molti aspetti meglio oggi di quattro anni fa, ma la percezione non è spesso questa, le paure rimangono e le aspettative generate dall’elezione di Obama erano ben altre.

La convention democratica non serve quindi per riattivare lo spirito del 2008, che fu unico, che non è replicabile e che alimenterebbe solo la consapevolezza dello scarto tra ciò che si sognava allora e ciò che si ha oggi. A Charlotte i democratici si pongono quattro altri obiettivi, perseguiti sinora in modo molto disciplinato in quasi tutti gl’interventi.

Il primo è quello di mostrare un partito democratico capace di esprimere un’America che cambia, demograficamente e culturalmente. Un partito che è specchio credibile di un paese diverso, composito, in trasformazione. Non a caso, nella prima serata della convention, uno spazio centrale, oltre che a Michelle Obama, è stato dato a giovani leader come il sindaco ispanico di San Antonio, Julián Castro, quello afro-americano di Newark, Corey Booker, il governatore afro-americano del Massachusetts, Deval Patrick (autore di un intervento coinvolgente e trascinante).

Il secondo è di accentuare un tratto che ha caratterizzato i democratici negli ultimi decenni: il loro essere sempre più un “partito femminile”. Stando ai sondaggi di cui disponiamo, Obama preserva un importante vantaggio tra le donne, che è però diminuito rispetto al 2008. Per vincere in novembre deve riconquistare e mobilitare appieno quel voto, come rivelato da molti degli interventi alla convention, centrati su temi cruciali per le donne a partire dagli eguali diritti sul luogo di lavoro.

Il terzo obiettivo è sottrarre ai repubblicani il monopolio retorico del “sogno americano”: celebrare le opportunità che l’America offre a ogni suo cittadino, a prescindere dalle sue origini. È, questa, una celebrazione del singolo – della sua tenacia, del suo impegno, delle sue capacità – che la parabola di Obama, come del resto quella del giovane Julián Castro, testimoniano e simboleggiano. Ma di un singolo che sta in una comunità e che beneficia di precise politiche pubbliche, come non ci stanca di sottolineare a Charlotte.

Quarto e ultimo, l’attacco a Romney. Che è stato talora personale e finanche brutale, in particolare negli interventi di Patrick e del governatore del Maryland, Martin O’Malley, che ha denunciato i conti all’estero del candidato repubblicano (“i conti correnti in Svizzera”, ha affermato O’Malley, “non mettono i poliziotti nelle strade o gl’insegnanti nelle aule. I conti in Svizzera non hanno mai creato lavoro in America”). Perché alla fine la partita si gioca anche, se non primariamente, sui candidati: sulla loro persona. E oggi, a dispetto di tutto, è proprio questa la risorsa più importante di cui dispongono i democratici: l’impopolarità di Romney, la sua debolezza e la pochissima fiducia riposta nel candidato repubblicano da un’America convinta, a torto o a ragione, di non star particolarmente meglio di quattro anni fa.

Il Mattino, 6 settembre 2012

La Convention repubblicana

È stato un intervento molto autobiografico e scarno di proposte politiche, quello con cui Mitt Romney ha chiuso la convention repubblicana. Un discorso sobrio, asciutto e, in una certa misura, presidenziale. Nel quale si è cercato di parlare non solo alla base repubblicana, ma anche all’elettorato disilluso da Obama: dallo scarto tra le aspettative generate dalla sua elezione e i risultati che ne sono conseguiti.

Le convention presidenziali ormai questo sono: dei grandi spot elettorali che offrono agli aspiranti presidenti una possibilità unica di parlare al paese. Forse i momenti più importanti dell’intera campagna presidenziale, assieme ai dibattiti televisivi tra i candidati.

La convention di Tampa serviva però ai repubblicani anche per raggiungere altri obiettivi. Era fondamentale utilizzare l’occasione per “umanizzare” un candidato algido e quasi robotico come Romney e investirlo di un’aura di presidenzialità che ancora gli mancava. Ed era cruciale completare lo sforzo di ricompattamento di un partito repubblicano diviso tra anime e sensibilità diverse.

L’impressione è che Romney sia riuscito in questo intento. È, l’ex governatore del Massachusetts, cresciuto molto rispetto al candidato impacciato e goffo del 2008 e della prima fase delle primarie di quest’anno. Non è un trascinatore, come Bill Clinton, ma non è nemmeno George Bush Jr.. Sembra aver capito come traslare la sua riconosciuta professionalità e il suo rigore dal discorso del mondo degli affari a quello politico. È, in altre parole, credibilmente presidenziale, soprattutto in un momento di difficoltà come quello attuale, quando la sobrietà sembra convincere più dei sogni.

Al di là di alcune proteste iniziali dei sostenitori del deputato libertarian Ron Paul, la convention ha mostrato un partito repubblicano unito e coeso. Questa unità non era affatto scontata. Le primarie avevano lasciato ferite profonde, la base era scettica nei confronti di Romney, e la sua fede mormone appariva un serio ostacolo (laddove oggi costituisce invece una risorsa).

Molto ha aiutato la scelta di Paul Ryan come candidato alla vice-Presidenza. Molto incide il desiderio, davvero forte, di sconfiggere Obama e riconquistare la Casa Bianca. Ma l’unità ritrovata è figlia anche di una decisa sterzata a destra, di Romney e del partito. Ed è questa l’incognita più grande per i repubblicani. La piattaforma politica approvata durante la convention è straordinariamente radicale. Ed è un radicalismo a tutto tondo: sull’aborto e altri temi “etici” così come sulla politica estera, dove si rilanciano le parole d’ordine, bellicose e interventiste, di un neoconservatorismo che gli anni di Bush sembravano avere definitivamente screditato; sui tagli alle tasse, che metterebbero ancor più in difficoltà i già disastrati conti pubblici, così come sull’immigrazione. Il collante pare essere un ostentato e roboante nazionalismo, che rischia di allontanare ulteriormente gli Stati Uniti dal mondo, rendendo ancor più difficile l’esercizio della loro egemonia e il mantenimento della loro leadership.

La convention è stata una parata di esponenti di minoranze: il senatore della Florida Marco Rubio, il candidato al seggio senatoriale in Texas, Ted Cruz, la governatrice del New Mexico Susana Martinez, il governatore indiano-americano della Louisiana Bobby Jindal, l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice. Ma le posizioni estreme dei repubblicani in materia di politica sociale e immigrazione hanno l’effetto di allontanare ancor più quelle minoranze. Così come le posizioni dogmatiche in materia di diritti degli omosessuali e aborto allontanano il voto giovane. Secondo gli ultimi sondaggi, il 60/65% degli elettori ispanici, sempre più importanti e numerosi, è schierato con Obama contro il 25/30% che dichiara di voler votare Romney. Lo scarto è simile – 65 a 30 – tra gli elettori under-30.

Romney ha serie possibilità di conquistare la Casa Bianca. Se ciò avverrà sarà però primariamente per la disillusione nei confronti di Obama e a dispetto di posizioni estreme che limitano il bacino elettorale repubblicano e vanno contro tendenze storiche e demografiche a oggi inarrestabili.

Il Mattino, 1 settembre 2012