Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2012

Sandy, il buon governo e la campagna elettorale

Lo si temeva. Ma si sperava che, come con Irene nell’agosto del 2011, l’allarme fosse eccessivo. Che si fosse esagerato per cautelarsi. E gran parte della giornata di ieri è trascorsa con questa sensazione, di paura e mobilitazione immotivate. Osservando le reti televisive locali impegnate nella copertura non stop dell’evento e i loro cronisti disperatamente alla ricerca di un luogo – le spiagge di Jersey Shore, la punta meridionale di Manhattan a Battery Park, le zone più esposte del Queens – le cui condizioni giustificassero una simile mobilitazione. La lieve pioggerellina e i venti, forti ma per nulla devastanti, anche quelli sembravano rassicurare. In un paese ossessionato dalle previsioni del tempo, la sovreccitazione mediatica poteva risultare comprensibile ma priva di giustificazione.

Poi, però, Sandy è arrivato. A ricordarci quanto male possa fare la natura quando muove appieno le sue forze. Quanto vulnerabili siano le città costiere, anche quelle più allenate e pronte, come è certamente New York. E a ricordarci, infine, perché sia meglio sbagliare per eccesso di preoccupazione che per suo difetto. Una lezione che sembrava essere stata appresa dopo la disastrosa gestione dell’uragano Kathrina a New Orleans nel 2005, ma che spesso sia la politica sia i cittadini preferiscono dimenticare.

L’intensità del vento è cresciuta esponenzialmente; la gestione della rete elettrica si è fatta insostenibile e il buio è sceso rapido su diverse parti della città. Che ora sono prive di elettricità, collegamenti telefonici e, talora, anche acqua corrente. Difficile fare previsioni sui tempi di un ritorno alla normalità che si preannunciano comunque lunghi e complessi. Meno difficile fare i complimenti a chi – agenzie federali, governi statali e municipali – ha operato con lungimiranza, efficacia e d’anticipo, prevenendo esiti potenzialmente catastrofici.

Sandy ha oscurato la campagna elettorale e non poteva essere altrimenti. Ma il 6 novembre è ancora più vicino e ci s’interroga su quali potranno essere le implicazioni elettorali di questa calamità. Forse nessuna, sostengono molti, visto la situazione di sostanziale pareggio che tutti i sondaggi sembrano indicare, sì da rendere quella del 2012 una delle elezioni più difficili da prevedere di sempre. O forse saranno molti, e potenzialmente sfavorevoli a Obama e ai democratici, che nelle operazioni di voto anticipato avevano investito moltissimo per mobilitare appieno il proprio elettorato anche in stati, su tutti la Virginia, colpiti da Sandy, che potrebbero risultare decisivi martedì prossimo.

Se c’è un’indicazione forte però che emerge da questa vicenda, che Obama quasi certamente cercherà di sfruttare negli  ultimi giorni prima del voto, è l’importanza di avere un governo forte e presente, a livello federale e locale. Il partito delle poche tasse e del governo minimo – quello che vorrebbe togliere finanziamenti ad alcune della agenzie federali impegnata nella gestione dell’emergenza Sandy – sarà chiamato a spiegare come si possa rispondere a crisi come questa con i livelli di spesa pubblica che conseguirebbero ai tagli proposti da Romney e, ancor più, dal suo vice Ryan. Nel mentre il governo, il buon governo, può osservare quanto fatto in questi giorni per trovare una spiegazione più convincente del suo ruolo e delle sue funzioni di quelli che Obama ha fatto così fatica ad articolare durante la campagna elettorale.

Il Messaggero/Il Mattino, 31 ottobre 2012

Il Terzo Dibattito

No, non è stato davvero un gran dibattito, questo ultimo confronto televisivo tra Obama e Romney sulla politica estera. La discussione si è sviluppata in modo spesso vago e incoerente. Obama è stato talora approssimativo, nei contenuti così come nella gestione del contraddittorio, dove in un paio di occasioni a lui chiaramente favorevoli ha immotivatamente spostato il dibattito sull’economia e su questioni interne, rispetto alle quali è chiaramente in difficoltà. Romney, da parte sua, è parso davvero camminare sulle uova, come uno studente che ha cercato di memorizzare tutto nel minor tempo possibile prima di un esame cruciale.

Dentro un confronto dal livello piuttosto basso, i due candidati si sono trovati in più occasioni a condividere le stesse posizioni: sulla opportunità di evitare un coinvolgimento maggiore in Siria, di procedere nel disimpegno previsto in Afghanistan, di mantenere la linea della fermezza assunta nei confronti di Teheran. In parte ciò è inevitabile: la politica estera offre minori possibilità di distinguersi senza apparire eccessivamente radicali. In parte, però, la convergenza è stata determinata dall’ennesimo cambiamento di rotta di Romney, che ha abbandonato la retorica roboante e neoconservatrice dei mesi passati, assumendo posizioni moderate molto simili a quelle di Obama e scavalcandolo addirittura a sinistra quando ha sottolineato, con toni tipicamente liberal, il legame tra povertà e radicalismo politico e la conseguente necessità, in Medio Oriente, di aumentare l’impegno statunitense nelle politiche a sostegno dello sviluppo e della crescita economica. Anche sulla politica estera, in altre parole, il Romney televisivo dei dibattiti ha ripetutamente contraddetto e smentito il Romney della campagna elettorale e delle primarie. Mutamenti di linea, anche repentini, sono normali e comprensibili nella politica e nei confronti elettorali; il caso di Romney 2012 si presenta però davvero come unico negli annali della politica statunitense e sarà quasi certamente oggetto di studio negli anni a venire, a maggior ragione in caso di sua elezione.

Il dibattito ha evidenziato anche lo squilibrio nelle attenzioni geopolitiche (e mediatiche) dell’America oggi. Di fatto si è parlato quasi esclusivamente di Medio Oriente, senza però che si menzionasse una volta la questione palestinese. Come quasi mai sono state menzionate l’Europa e l’America Latina, se non per un breve cenno di Romney alla possibilità offerte dal commercio con la seconda. Di Messico, Centro America e immigrazione non si è parlato, e pure su quello Obama ha perso una opportunità. Anche la Cina è comparsa poco e solo verso la fine della discussione. Si è discusso, sì, del rischio di un declino dell’influenza e della leadership mondiale degli Stati Uniti, senza però riferimento alcuno al mutamento degli equilibri globali, all’ascesa di nuovi soggetti, alle forme nuove dell’interdipendenza e della globalizzazione.

Obama, come indicano i sondaggi, ha chiaramente vinto. Difficilmente però questo dibattito muterà la rappresentazione della competizione, alterata in modo decisivo dal primo confronto televisivo, che riaprì una partita che allora pareva quasi chiusa. Romney è sopravvissuto anche a questo ultimo passaggio, su un tema, le relazioni internazionali, nella quale la sua fragilità era nota e, ieri, chiaramente palpabile. Esce dal terzo confronto con una sufficienza stiracchiata e lo sguardo, tumido e sollevato, di chi sa di essere riuscito anche questa volta a cavarsela.

Terminati i dibattiti, l’attenzione si sposta ora su quei pochi stati ancora in bilico che risulteranno decisivi il 6 novembre, in particolare la Florida, la Virginia, l’Ohio e il Colorado. La mappa elettorale favorisce ancora Obama e salvo grandi sorprese – una sconfitta del presidente in Michigan e in Pennsylvania – Romney sarà costretto a vincere in tutti questi stati per conquistare la Casa Bianca. Ma di sorprese ve ne sono state molte e lo stato di virtuale pareggio nei sondaggi nazionali ci dice che oggi tutto può davvero accadere.

Il Mattino/Il Messaggero, 24 ottobre 2012

Il secondo dibattito

I dibattiti tra i candidati presidenti spostano pochi voti, come gli studiosi non mancano di sottolineare. La loro importanza non può però essere sottostimata. Possono indirizzare la narrazione e la rappresentazione della campagna elettorale;  energizzare o deprimere i militanti e l’elettorato di riferimento; incidere, di conseguenza, sulla fondamentale azione di raccolta dei finanziamenti necessari a sostenere i costi, oggi davvero immensi, della competizione.

Tutto ciò lo si è visto in occasione del primo confronto televisivo tra Romney e Obama di due settimane fa. È presto per dire quale sarà l’effetto del secondo dibattito tenutosi ieri alla Hofstra University di Long Island. Di certo, però, Obama è uscito vincitore e questo potrebbe alterare una dinamica elettorale che dopo il primo confronto sembrava favorire Romney.

Il Presidente ha fatto quel che doveva fare e, soprattutto, quel che il suo elettorato, deluso e irritato, gli chiedeva. Ha il difetto, Obama, di essere spesso vago e approssimativo, oltre che sistematicamente prolisso. Non è, a dispetto di quel che si crede, un grande oratore e gli mancano i tempi, il brio e la rapidità imposti da questi confronti televisivi. Era però avvantaggiato dal format del dibattito di ieri, un incontro “townhall” con domande fatte dal pubblico e candidati liberi di muoversi e interloquire direttamente con i presenti. Un modello più informale e colloquiale di discussione che ha messo in una certa difficoltà l’impettito rivale e che forse per la prima volta nella campagna ha mostrato anche la netta differenza di età tra i due (Obama ha 51 anni, Romney 65).

Soprattutto, Obama ha tratto vantaggio da alcuni dei temi dibattuti alla Hofstra. Le domande su contraccezione e immigrazione, in particolare, gli hanno permesso di esporre, e denunciare, le posizioni davvero estreme assunte negli ultimi anni dai repubblicani. E gli hanno consentito di parlare a pezzi di elettorato, gli immigrati ispanici e le donne, che Romney farà moltissima a conquistare e che il Presidente deve assolutamente portare alle urne per sperare di poter essere rieletto.

Obama ha però incalzato Romney su numerosi altri aspetti che, senza apparente motivo, aveva deciso invece di lasciare da parte nel primo confronto. Tra questi, i programmi economici del candidato repubblicano, le sue proposte di ulteriori riduzioni della pressione fiscale, le sue considerazioni su quella quasi metà d’America – il famoso 47% – a suo dire assistita e incapace di assumersi le proprie responsabilità. Nel farlo, ha messo Romney in un angolo, esponendone quella che è oggi la principale debolezza: la sua paradossale combinazione di opportunismo e radicalismo. Diversamente dal primo confronto, non ha permesso a Romney di occupare il centro politico, spingendolo costantemente verso destra, ricordando i suoi frequenti, e repentini, mutamenti di posizione e adottando un lessico populista pensato per mettere in risalto la lontananza tra il milionario Romney, che paga il 14% di tasse, e quella middle class in difficoltà che ne paga spesso più del doppio.

Fino a quando ha deciso di correre per la Presidenza, Romney è stato un repubblicano moderato: straordinariamente moderato per gli standard ultimi del partito. La  sua biografia – le posizioni che ha assunto su aborto, sanità, istruzione, ruolo del governo – ne è la riprova evidente. Per poter conquistare la nomination Romney si è però spostato vieppiù a destra, assumendo posizioni estreme su temi nodali, come appunto l’immigrazione. Ha così alienato segmenti importanti dell’elettorato e permesso ai suoi avversari – ultimo Obama ieri sera – di denunciare il combinato disposto di un radicalismo privo di coerenza e di un opportunismo privo di moderazione. Il presidente non può far leva su un quadriennio di governo particolarmente brillante, per colpe sue e non solo. Può parlare poco del passato recente e dei suoi rari successi politici, ed è spesso vago e generico quando si tratta di prospettare e immaginare il futuro. Le sue maggiori risorse, lo si è visto anche in questa occasione, sembrano essere proprio i suoi avversari, Romney e i repubblicani, che possono sì capitalizzare su una situazione economica ancora molto difficile e sulla diffusa delusione per l’operato di Obama, ma il cui radicalismo li rende incapaci di intercettare e rappresentare alcune delle profonde trasformazioni culturali, demografiche e politiche del paese.

Mattino/Messaggero, 18 ottobre 2012

Voti registrati, voti probabili

Tutti i sondaggi hanno evidenziato, e continuano a evidenziare, l’impatto del primo dibattito televisivo tra Obama e Romney. Il chiaro vantaggio di cui godeva il Presidente a livello nazionale è stato eroso e, in alcuni casi, colmato. Negli stati in bilico, che saranno cruciali il 6 novembre, la partita appare quanto mai aperta. Il dibattito ha ridato energia a una campagna, quella di Romney, che sembrava prossima ad implodere. Un dato che emerge da questi sondaggi ci rivela però l’effettivo significato di questa svolta ed è lo scarto tra gli elettori registrati (quelli che possono votare) e gli elettori probabili (quelli che quasi certamente voteranno). Tra i primi, stando alla media delle rilevazioni Gallup dell’ultima settimana, Obama preserva a livello nazionale un vantaggio di tre punti, 49 a 46; tra i secondi, Romney è avanti di due punti, 49 a 47. Dati simili sono offerti per lo stato, potenzialmente decisivo, dell’Ohio, dove tra gli elettori registrati Obama avrebbe un vantaggio di due punti che viene però rovesciato laddove il campione è circoscritto ai soli elettori probabili.

Sono, ovviamente, sondaggi da prendere con le pinze anche perché problematica risulta la stessa definizione della categoria di “elettori probabili”, solitamente costruita applicando determinati criteri (età, istruzione, precedenti storici) nel restringere la base campionata. Lo scarto è nondimeno troppo rilevante, e sostanzialmente uniforme nei diversi sondaggi, per non essere considerato. E ci mostra, questo scarto, perché la debolezza e l’impreparazione di Obama durante il dibattito abbiano avuto  effetti così rilevanti.

Una delle leggende delle elezioni americane, che tanto piacciono ad alcuni commentatori nostrani, è che esse si vincano spostandosi “al centro” per conquistare il mitico elettorato indipendente. Posto che una parte non marginale degli indipendenti non ha, su molti temi, posizioni centriste e moderate, le elezioni recenti ci mostrano come per vincere sia prima di tutto fondamentale mobilitare appieno il proprio elettorato, come fecero con successo sia Bush nel 2004 sia Obama nel 2008. Che si debba, in altre parole, colmare il più possibile nel proprio campo lo scarto tra chi ha il diritto di votare e chi questo diritto lo esercita.

Ed è questo, oggi, il problema di Obama, che il primo dibattito con Romney ha finito per acuire: la debole capacità di generare entusiasmo e coinvolgimento tra i suoi stessi elettori. L’imbarazzante performance televisiva del Presidente ha finito così per alterare la dinamica e la stessa narrazione della campagna. Ha ridato energia a quella, in difficoltà, di Romney; ha reso ancor meno propensi a recarsi alle urne i tanti elettori disillusi da Obama.

La sfida per i democratici è ora proprio questa: convincere i propri elettori potenziali, in particolare i giovani, a votare. Lo possono fare in due modi, come si è visto durante il recente confronto tra i candidati vice-presidenti, Joe Biden e Paul Ryan. Cercando di riattivare un entusiasmo che l’algido e distaccato Obama finora non si è mostrato in grado di catalizzare. E facendo leva su quella che è, oggi, la principale debolezza dei repubblicani: il loro radicalismo, ad altissimo contenuto ideologico, che su molti temi finisce per renderli davvero poco credibili. Vedere un politico stagionato, e certo non noto per la sua precisione e per il suo amore per i dettagli, come Biden tenere testa – sui fatti e sui numeri – al presidente della commissione Bilancio della Camera, Ryan, che ama presentarsi come tecnocrate solido e senza fronzoli, è stato davvero emblematico. Ed è anche su questo, sul presentarsi come partito della ragione e della razionalità, che i democratici dovranno cercare di far leva per non perdere la Casa Bianca in novembre.

Il Giornale di Brescia, 15 Ottobre, 2012

Il primo dibattito

Il primo dibattito televisivo lo ha vinto, per distacco, Mitt Romney. O, forse, è più appropriato dire che lo ha perso, male, Barack Obama.

Romney arrivava al dibattito dopo un mese assai difficile. Il diverso impatto delle convention dei due partiti, la scelta, rischiosa e probabilmente controproducente, di Paul Ryan come suo vice, alcune gaffe e un’efficace azione della macchina obamiana lo avevano messo sulla difensiva, modificando i termini del confronto e aprendo un piccolo, ma significativo, scarto nei sondaggi in alcuni stati cruciali, come l’Ohio e la Florida.

Romney aveva bisogno di un successo che alterasse questa dinamica. E un successo ha ottenuto. È arrivato al dibattito più preparato e allenato. È stato decisamente più incisivo, incalzando a più riprese il Presidente. Lo ha fatto, però, senza esagerare in aggressività e, soprattutto, riposizionandosi al centro, abbandonando alcuni eccessi dei mesi precedenti, presentandosi come campione di un ceto medio in difficoltà e negando di voler concedere ulteriori vantaggi fiscali ai percettori dei redditi più alti, quelli che meno hanno sofferto della crisi. È riuscito, infine, Romney a risultare simultaneamente moderato e appassionato, competente ed empatico.

Si tratta di un risultato non da poco, per un candidato noto per le sue deficienze comunicative, ma che già durante le primarie aveva dimostrato di essere cresciuto molto, moltissimo, rispetto alla sua fallimentare campagna del 2008.

Per ottenere questo risultato, Romney ha dovuto modificare o abbandonare alcune delle parole d’ordine della sua campagna elettorale, ripudiando quella “svolta a destra” utile per mobilitare il proprio elettorato, ma perdente in chiave elettorale. Ha distorto, in modo talora assai spregiudicato, fatti e cifre. Più di tutto, è stato estremamente vago ed evasivo, rimandando dettagli e precisazioni al momento in cui, divenuto Presidente, negozierà col Congresso le proprie proposte. Ha ripetuto, ad esempio, la convinzione di potere compensare la riduzione del gettito prodotta dai tagli alle tasse con l’aumento della base imponibile, la crescita della ricchezza tassabile e, soprattutto, l’eliminazione di vari sgravi e agevolazioni fiscali. Ma non ha nominato uno di questi tagli, che costituiscono premessa indispensabile di un programma che quasi tutti gli economisti giudicano comunque impraticabile e destinato, laddove applicato, a far crescere il deficit.

Con un conduttore, il buon Jim Lehrer, praticamente assente e in balia della discussione, spettava a Obama rilevare queste contraddizioni e contro-attaccare. Ma Obama ha assistito, passivo, a quello che è divenuto quasi un one-man-show. Lo ha fatto, par di capire, per scelta e strategia. Non voleva trasformare la discussione in un faccia a faccia che ne avrebbe diminuito lo status presidenziale. Ha pensato, Obama, di usare invece l’occasione come un pulpito dal quale parlare direttamente all’America, evitando di confrontarsi con l’avversario. Ma lo ha fatto anche per stanchezza e impreparazione, o almeno questa è stata l’impressione che si è avuto assistendo al confronto. È uno dei pochi vantaggi che lo sfidante ha nelle campagne presidenzial, quello di aver molto più tempo rispetto ai presidenti in carica per preparare i dibattiti televisivi. E questo scarto lo si è visto tutto. L’approssimazione di Obama è emersa in modo eclatante quando, al termine, ha addirittura improvvisato l’appello finale agli elettori. È difficile ricordare in tempi recenti una performance così modesta di un presidente. Forse solo George Bush nel 2004 fece peggio.

Certo Obama non ha commesso gaffe. E negli anni questi dibattiti hanno spostato sempre meno voti, con le due basi elettorali ormai consolidate e polarizzate.  Nondimeno, la discussione di ieri sera ha interrotto una dinamica che sembrava inarrestabile, alterato la narrazione pubblica della sfida, rilanciato le possibilità di Romney e contribuito poco o nulla a mobilitare quell’elettorato, in primis giovane, di cui Obama ha invece assoluto bisogno.

Il Mattino/Il Messaggero, 5 ottobre 2012

I dibattiti: una delle ultime chance di Romney

Nel periodo tra le due le convention d’inizio settembre e oggi, Obama ha maturato un significativo vantaggio nei sondaggi, che su scala nazionale gli attribuiscono ora tra i tre e i sei punti percentuali in più rispetto a Romney. Un dato, questo, che diventa ancor più importante se si considerano alcuni degli stati cruciali per l’esito del voto in novembre – Florida, Ohio e  Wisconsin – dove lo scarto a vantaggio del presidente è anche maggiore.

Pesano le gaffe e gli errori di Romney. Ma pesa, anche, la decisa virata a destra dei repubblicani che aliena segmenti importanti dell’elettorato, su tutti le minoranze e i giovani. La stessa scelta di Paul Ryan come candidato vice-presidente pare essere stata controproducente. Liberista radicale, favorevole allo smantellamento dello stato sociale, Ryan sembra avere spaventato molti anziani con le sue proposte di parziale privatizzazione dell’assistenza sanitaria agli over-65. Stando ai medesimi sondaggi, un pezzo di elettorato a chiara maggioranza repubblicana, quello degli uomini bianchi con più di 65 anni, è ora improvvisamente in gioco. Prendiamo ad esempio la Florida, luogo dove la percentuale di anziani è decisamente sovra-rappresentata rispetto al resto del paese (il 17.6% contro il 13.3% a livello nazionale). In agosto, prima della scelta di Ryan, Obama aveva uno svantaggio del 4% tra gli over-65 residenti nello stato; oggi nello stesso gruppo il suo vantaggio su Romney è invece di tredici punti percentuali.

In questo contesto, le speranze di Romney di poter conquistare la presidenza si sono decisamente affievolite. Manca, sì, ancora più di un mese, e molto può ancora accadere: un qualche passo falso di Obama, dati particolarmente negativi in materia di occupazione (il prossimo rapporto sull’occupazione sarà reso noto venerdì), improvvise crisi internazionali che l’amministrazione dovesse mal gestire. È però chiaro che Romney deve puntare tutto sui tre dibattiti presidenziali, a partire da quello di questa sera a Denver, per cercare di ravvivare le sue chance di vittoria.

Da quando furono introdotti nel 1960, i dibattiti televisivi catalizzano l’attenzione dell’opinione pubblica più di qualsiasi altro evento elettorale, convention incluse. Sono il momento più eccitante delle campagne presidenziali. Uno dei pochi in grado di produrre uno share tv competitivo con le partite di football e la serata degli Oscar. Certo, siamo oggi lontani dai tempi del dibattito Nixon-Kennedy del 1960, quando quasi ottanta milioni di americani – il 75% della popolazione adulta – accesero il televisore per seguire il confronto. Nel 2008 i dibattiti tra Obama e McCain attrassero comunque circa sessanta milioni di telespettatori (il 23% dello share) e cifre non dissimili sono immaginabili per quest’anno.

Raramente i dibattiti sono però in grado di alterare le dinamiche elettorali, per quanto rimangano nella storia le gaffe dei candidati (Ford nel ’76), le loro efficaci battute (Reagan nel 1984), la loro goffaggine (Dukakis nel 1988 e Gore nel 2000) e la loro sconcertante impreparazione (Bush nel 2004). Nondimeno, nella situazione attuale essi offrono a Romney forse l’ultima opportunità per rovesciare la tendenza consolidatasi nelle ultime settimane. Dovrà, Romney, incalzare Obama. Puntando, ovviamente, sull’economia e cercando di porre al centro della discussone quei temi – i disastrati conti pubblici e la crescita del debito – che interessano all’elettorato indipendente e non schierato molto di più di quelli cari a tanta destra repubblicana. E dovrà puntare sugli eventuali errori e tentennamenti del Presidente. Perché uno dei vantaggi – dei pochi vantaggi – che lo sfidante ha nelle campagne presidenziali è proprio quello di disporre di molto più tempo per preparare i dibattiti televisivi.

Giornale di Brescia, 3 ottobre 2012