Mario Del Pero

Archivio mensile: novembre 2012

Scandali e generali

Lo scandalo Petraeus, il direttore della CIA costretto alle dimissioni dopo la rivelazione di una sua relazione extra-coniugale, si allarga ulteriormente e sembra ora coinvolgere anche il generale John Allen, il comandante delle truppe Nato in Afghanistan, protagonista a sua volta di una fitta corrispondenza e-mail con una delle donne coinvolte nella vicenda. I dettagli si fanno sempre più sordidi e pruriginosi: agenti dell’FBI che mandano in giro proprie foto a torso nudo; giovani donne che si contendono integerrimi eroi di guerra; eroi di guerra che abbassano le difese e rinunciano alle più elementari misure di sicurezza pur di intrattenere relazioni con le giovani donne di cui sopra.

Il paese osserva sbigottito. Non per perbenismo puritano, come qualcuno superficialmente si ostina a dire. Quello se ne è andato da tempo, almeno dallo scandalo Lewinsky, e oggi come oggi ostentare fedeltà coniugale non è più condizione indispensabile a una carriera politica. Ciò che disorienta è che lo scandalo va a colpire una delle poche icone pubbliche rimaste: le forze armate e il suo volto apparentemente più nobile, il mite generale con un dottorato a Princeton, sempre pronto a sacrificarsi per salvare il paese e realizzare missioni impossibili come pacificare l’Iraq o rendere più efficiente la CIA.

Un paese che non vuol fare, né vedere, la guerra e le sue conseguenze ha da tempo idealizzato chi la guerra la conduce e, appunto, la tiene nascosta e invisibile. Quegli eroici militari costretti a turnazioni frequenti sui campi di battaglia, vittime delle scelte scellerate, dell’inettitudine e degli opportunismi della politica. Quei militari volontari che permettono a milioni di famiglie americane di non mandare i propri figli al fronte e di non vederli morire per guerre inutili o sbagliate. Quei militari che hanno un posto riservato sulle tribune degli stadi di football, corsie preferenziali all’imbarco degli aerei, striscioni che li celebrano all’ingresso di ogni paesino, ma che sono poi sono sottopagati, privi di adeguata assistenza medica e psicologica, e inclini al suicidio a tassi di molto superiori rispetto al passato.

Di questo mondo e delle sue istituzioni – un mondo migliore e più nobile  – Petraeus era diventato il simbolo e, appunto, l’icona. Un’icona bipartisan, pronto a mettersi al servizio di presidenti repubblicani e democratici, di Bush come di Obama. E un’icona molto ambiziosa, disposta ad accettare l’incarico di direttore della CIA e, si dice, prossimo al grande salto nella politica, come altri generali prima di lui.

Per questo l’opinione pubblica appare sgomenta e, dalle prime reazioni, in larga parte contraria alle dimissioni di Petraeus. Perché in una fase di disillusione verso la politica e le stesse istituzioni, il mondo militare pareva ergersi come qualcosa di diverso e più alto. Talmente diverso, che i suoi esponenti, come appunto Petraeus, credevano addirittura di poter creare appositi account gmail dai quali inviare e-mail bollenti alle proprie amanti. Ed è questo senso d’impunità e diversità, oltre alla leggerezza e superficialità, che colpisce in tutta questa vicenda. Un ex militare, ora docente di studi internazionali alla Boston University, Andrew Bacevich, che in Iraq ha perso un figlio, ha più volte sottolineato i rischi di tutto ciò. Di un mondo militare che si rappresenta e si percepisce come qualcosa di altro e superiore; di un mondo politico che fa un uso scellerato e improprio dello strumento militare. Nel suo piccolo la vicenda Petraeus sembra dare ragione a queste preoccupazioni. E forse qualche effetto benefico potrà anche averlo.

Il Giornale di Brescia, 14 novembre 2012

Le sfide di Obama

È una vittoria più larga del previsto, quella di Obama. Nel collegio elettorale così come nel voto popolare, dove il Presidente conquista ben due milioni e mezzo di voti in più rispetto a Romney. Vi sarà modo e tempo di esaminare il voto, disaggregandone le varie componenti. I dati degli exiti poll sono però indicativi: del perché Obama abbia vinto; e del perché i repubblicani abbiano perso e, in assenza di radicali ripensamenti del loro approccio e della loro visione, siano destinati a continuare a perdere, quantomeno su scala nazionale. Il voto bianco va a Romney (58 a 40) così come quello maschile (52 a 48), ma Obama stravince tra donne (55 a 43), minoranze (70 a 30 quella ispanica) e giovani (60 a 36 tra gli under-30, a dispetto di un marcato calo dell’entusiasmo nei confronti del Presidente). Varie iniziative referendarie statali confermano il cambiamento in atto nel paese, approvando il pieno riconoscimento legale di unioni tra coppie dello stesso sesso. I candidati più radicali della destra repubblicana sono sconfitti, talora pesantemente, anche in stati tradizionalmente conservatori, come l’Indiana e il Missouri. Con il suo radicalismo – sui temi etici così me sull’immigrazione – il partito repubblicano si chiude in un recinto che le trasformazioni culturali e demografiche rendono (e renderanno) sempre più angusto e circoscritto. Rischia di confinarsi in una posizione di strutturale ancorché orgogliosa minoranza, come riconosciuto da alcuni dei suoi leader più avvertiti, tra i quali l’ex governatore della Florida Jeb Bush e l’attuale governatore del New Jersey Chris Christie.

I democratici preservano, e anzi consolidano, la loro maggioranza al Senato, un dato inimmaginabile solo poche settimane fa. Elizabeth Warren, la professoressa di Harvard paladina dei diritti dei consumatori, conquista il seggio senatoriale in Massachusetts che fu di Ted Kennedy e si candida a divenire figura importante del partito democratico e punto di riferimento nazionale dei liberal. I repubblicani però continuano a controllare la Camera dei Rappresentanti, che riconquistarono alle elezioni di mid-term nel 2010, e hanno i numeri per paralizzare il Senato, come hanno spesso fatto negli ultimi quattro anni. Ed è da questo aspetto, la persistenza di una condizione di governo diviso e la capacità repubblicana di condizionare le scelte dell’amministrazione, che è utile partire per capire quali siano le sfide e, anche, le possibilità di Obama. Che sarà chiamato a bilanciare le attese, e le richieste della sua base, con i vincoli che questa condizione di governo diviso necessariamente impone. E che cercherà certamente di promuovere alcune riforme destinate, assieme a quella sanitaria, a lasciare il suo segno su questa fase della storia degli Stati Uniti.

Quali sono questi ambiti d’azione e quali le possibilità di Obama di usare il suo secondo mandato in modo più incisivo di quanto non sia avvenuto tra il 2009 e oggi? Ne possiamo individuare quattro.

Per quanto riguarda le riforme, è chiaro che i diritti civili, intesi in un’accezione ancor più ampia, risulteranno centrali. Ciò vorrà dire un rilancio a livello federale di quell’onda lunga di affermazione e ampliamento dei diritti degli omosessuali che risultati referendari di ieri confermano e che i sondaggi legittimano. Soprattutto, vorrà dire promuovere una riforma onnicomprensiva delle politiche in materie d’immigrazione, che sani almeno in parte la condizione dei milioni d’immigrati illegali che risiedono nel paese. Una riforma necessaria, invocata da un pezzo dell’elettorato, quello ispanico, sempre più importante e destinata a garantire un preciso dividendo politico ed elettorale, a maggior ragione se i repubblicani vi si opporranno come è avvenuto fino ad oggi.

Il secondo terreno è quello fiscale. Obama rilancerà la sua proposta di riportare l’aliquota sui redditi maggiori ai livelli pre-2001 (il 39.6, contro l’attuale 35). Su questo ha avuto ieri un chiaro mandato; è però un ambito straordinariamente difficile, rispetto al quale dovrà fronteggiare l’implacabile opposizione dell’ala più radicale del partito repubblicano, guidata ormai dal candidato vice-presidente (e deputato del Wisconsin) Paul Ryan. Ridefinire anche solo in minima misura la politica fiscale imporrà pertanto compromessi con la controparte, impegni precisi a un maggiore controllo della spesa pubblica e, anche, l’aiuto di una leadership repubblicana maggiormente disposta a controllare le sue frange più radicali di quanto non sia stata nell’ultimo biennio.

Il terzo ambito è, ovviamente, quello della politica estera e di sicurezza. Rispetto al quale è più difficile fare delle previsioni, essendo esso reattivo a eventi e dinamiche che gli Usa possono controllare solo in parte. È però improbabile vi siano delle rivoluzioni ed è chiaro che Obama cercherà di seguire la strada tracciata nel suo primo mandato, peraltro molto apprezzata dall’opinione pubblica: multilateralismo, retorico e laddove possibile pratico; aggressiva azione anti-terroristica, anche a costo di scontentare la sinistra del suo partito; sanzioni e collaborazione internazionale nella gestione del dossier nucleare iraniano; mantenimento di un livello di bassa tensione con la Cina, convincendola però a continuare nella sua graduale rivalutazione della valuta e nell’abbandono di pratiche commerciali scorrette. Sul terreno della politica estera, Obama avrà però maggiore libertà d’azione interna, per le sue politiche – in larga misura moderate e bipartisan – e per quella che è la condizione del Presidente e del Comandante in Capo. Non sono quindi da escludere da subito iniziative più forti e di rottura, dall’ampio valore simbolico, come potrebbe essere un rilancio dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

Quarto e ultimo, le nomine giudiziarie e quelle, assai probabili, alla Corte Suprema. Che Obama potrebbe usare per soddisfare, ed eventualmente placare, la sua base elettorale, fino a ieri terrorizzata dalla possibilità che una presidenza Romney alterasse il fragile equilibrio della corte a vantaggio dei conservatori, permettendoli di rovesciare alcune sentenze cruciali, su tutte la Roe vs. Wade che legalizza l’aborto nel primo trimestre di gravidanza.

Sono queste le sfide di Obama oggi. Che ha la possibilità di lasciare un segno ancor maggiore nella storia; che dovrà certamente fare tesoro delle lezioni, e dei tanti errori, del suo primo mandato; ma che dovrà anche sperare in una controparte più moderata e responsabile di quanto non sia stata negli ultimi quattro anni.

Il Mattino/Il Messaggero, 8 novembre 2012

Quattro anni di Obama: un bilancio

È al massimo una sufficienza stiracchiata quella che Barack Obama può ottenere per i suoi quattro anni di governo. Non mancano di certo le giustificazioni al presidente statunitense. Le aspettative, lo si sapeva, erano eccessive e irrealistiche; la crisi finanziaria post 2008 davvero devastante; il lascito dei fallimenti di Bush – il presidente in scadenza di mandato più impopolare da quando esistono i sondaggi – molto complicato da gestire. Il quadro politico non ha a sua volta aiutato Obama. I democratici si sono mostrati una volta ancora divisi, litigiosi e indisciplinati, e poco abili nello sfruttare la chiara maggioranza congressuale di cui hanno goduto tra il 2008 e il 2010. I repubblicani sono apparsi talora quasi caricaturali nel loro estremismo – a rileggerlo e compararlo con quello approvato alla convention di Tampa, il programma di Reagan del 1980 sembra quasi di sinistra – e hanno spesso optato per la strada dell’ostruzionismo pregiudiziale.

Obama ha però difettato di leadership. Si è rivelato eccessivamente cauto e pragmatico per fare pieno uso della passione e dell’entusiasmo mobilitati nel 2008; ma anche troppo fragile e, talora, ingenuo per avere la meglio nei negoziati con la controparte repubblicana, soprattutto dopo la riconquista da parte di quest’ultima della maggioranza alla Camera dei rappresentanti nel 2010.

I successi ci sono indubbiamente stati, sul piano interno così come su quello internazionale. In politica estera Obama ha ripristinato l’immagine internazionale degli Stati Uniti, pesantemente danneggiata dall’unilateralismo e dagli errori di George Bush. Ha adempiuto all’impegno di portare a termine l’intervento in Iraq; ha negoziato con la Russia un importante accordo sulla riduzione delle armi nucleari, ottenendone poi la ratifica da parte del Senato; è riuscito nell’intento di rovesciare il regime di Gheddafi lasciando che fossero altri, Francia e Gran Bretagna, a esporsi maggiormente; ha costruito un consenso internazionale ampio, e affatto scontato, sulla questione del nucleare iraniano e sulle sanzioni da adottare nei confronti di Teheran.

Per quanto riguarda la politica interna, Obama ha promosso quella riforma del sistema sanitario sulla quale avevano fallito tanti presidenti democratici, da Truman a Clinton. È riuscito a fermare la crisi economica sul nascere, con un piano di sostegno all’economia che, secondo le stime autorevoli e indipendenti del Congressional Budget Office, ha contribuito alla creazione di circa 3 milioni di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione è sceso da un picco del 10% all’attuale 8%, pur in assenza del traino cruciale rappresentato dall’edilizia e senza una crescita dell’occupazione nel settore pubblico.

I risultati, però, rimangono appena sufficienti. La disoccupazione è ancora altissima, soprattutto quella cronica di chi ha perso da tempo il lavoro e non riesce più a ottenerne un altro. Cresciuti a dismisura nell’ultimo trentennio, i livelli di diseguaglianza non sono stati intaccati tra il 2009 e oggi e, anzi, sembrano essere ulteriormente aumentati. La riforma sanitaria è farraginosa, incompleta e sostanzialmente favorevole a quelle compagnie assicurative che hanno grosse responsabilità per l’aumento incontrollato dei costi della sanità negli Usa. I conti pubblici, già danneggiati dall’irresponsabilità fiscale di Bush, sono oggi ancora più disastrati, con un debito che appare quasi fuori controllo.

In politica estera, infine, gli Stati Uniti sembrano più deboli e non più in grado di fronteggiare l’ascesa cinese. Su alcune questioni nodali, in particolare il conflitto arabo-israeliano, gli Usa paiono avere di fatto abdicato al loro ruolo di mediatori e di non avere, oggi, alcuna strategia.

In tempi normali, e con avversari credibili, un presidente come Obama difficilmente sarebbe rieletto. Ma i tempi, probabilmente, non sono normali. Più di tutto, gli avversari – Romney e il partito repubblicano – offrono un’alternativa davvero estrema e poco credibile. Ed è proprio la disarmante pochezza repubblicana la maggiore risorsa di cui Barack Obama sembra disporre oggi.

Il Messaggero, 4 novembre 2012