Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2012

Fiscal Cliff e Radicalismi

Senza un accordo dell’ultima ora, che ora appare però più probabile, scatteranno i tagli lineari di spesa concordati un anno e mezzo fa e le imposte sui redditi torneranno al livello pre-2001, con fasce di aliquote tra il 15 e il 39.6 %, contro gli attuali 10-35%. Al contempo termineranno quei provvedimenti tampone introdotti dall’amministrazione Obama per attutire gli effetti della crisi. Circa tre milioni di persone perderanno i sussidi di disoccupazione già prorogati in passato e tornerà a salire la quota in busta paga destinata ai contributi: un salasso calcolato in circa mille dollari annui per famiglie con redditi medi e medio-bassi.

Gli effetti benefici su conti pubblici in difficoltà, simboleggiati da un debito cresciuto esponenzialmente nell’ultimo quadriennio, sarebbero immediati. Ma immediati sarebbero anche gli effetti recessivi provocati da questo combinato disposto di tagli e imposte e, con essi, le sofferenze di molti americani, con un tasso di disoccupazione destinato a crescere e in assenza di alcune vitali forme di protezione sociali istituite negli ultimi anni.

Tutti pensavano, e auspicavano, che il chiaro successo elettorale di Obama in novembre potesse facilitare il raggiungimento di un accordo. La posizione del presidente, favorevole a prorogare i tagli di Bush solo per i redditi familiari inferiori ai 250mila dollari, era stata legittimata dal voto. Le componenti più ideologiche della destra repubblicana erano uscite pesantemente sconfitte alle urne. I sondaggi post-elettorali indicavano un ampio sostegno nel paese all’idea di aumentare l’imposizione fiscale sui redditi più alti (nell’ultimo sondaggio Gallup il 54% giudica positivamente l’operato di Obama nei negoziati, mentre solo il 26% dà un giudizio positivo del comportamento dei repubblicani al Congresso).

Un accordo appariva possibile anche per la rinnovata disponibilità al compromesso di Obama, che nelle settimane scorse ha nuovamente indisposto la base liberal avvicinandosi alle posizioni repubblicane, alzando a 400mila dollari la soglia sotto la quale sarebbero rimasti in vigore i tagli di Bush e accettando meccanismi di contenimento dei costi di alcuni programmi, come quello pensionistico, il Social Security.

Invece il grande accordo non è stato raggiunto. La leadership repubblicana alla Camera dei rappresentanti ha subito un’umiliante sconfitta quando la base si è ribellata alla sola idea di tornare alle imposte pre-2001 per i redditi superiori al milione di dollari, lo 0.2% dei contribuenti oggi. Imposte peraltro storicamente assai basse, se pensiamo che l’aliquota sui redditi più alti era del 50% nel 1986 e addirittura del 91% nel 1963.

Vari elementi concorrono a questa rigidità repubblicana: la diminuzione di collegi elettorali davvero in bilico e quindi i minori incentivi al compromesso; l’assenza di una leadership forte, al Congresso e nel paese; più di tutto, un’ostilità pregiudiziale ad aumenti delle tasse che almeno dai primi anni Novanta sembra costituire il principale, se non unico, collante ideologico del fronte conservatore.

Svanito un accordo generale, in queste ultime, frenetiche ore di discussione si discutono ipotesi minime, in particolare il temporaneo rinnovo delle riduzioni sulle imposte per i redditi inferiori ai 250mila dollari (che potrebbe però salire a 400mila) e, contestualmente, la proroga dei sussidi di disoccupazione e il congelamento dei tagli. Lasciando poi al nuovo Congresso, che s’insedierà dopo il 2 gennaio, il compito di riaprire la discussione e d’immaginare un piano di lungo periodo che bilanci gli imperativi del sostegno alla crescita con la necessità di ridurre deficit e debito.

La vicenda rivela però una volta ancora la crisi del Partito Repubblicano, la cui causa primaria è una radicalizzazione che i vertici del partito temono, blandiscono e non riescono a controllare. Ne consegue un deficit ormai palese di cultura di governo e, nel caso specifico, della consapevolezza che le sconfitte elettorali hanno delle conseguenze. E che l’America post-novembre 2012 è un’America inevitabilmente diversa: per il mandato elettorale ottenuto da Obama col voto e per il ripudio, inequivoco, delle posizioni estreme della destra repubblicana.

Il Messaggero, 30 dicembre 2012

Le armi e la cattiva politica

“Non è questo il giorno per parlarne”, ha affermato ieri il portavoce di Obama Jay Carney rispondendo a una domanda sull’opportunità di introdurre controlli più severi e rigorosi sulla vendita di armi da fuoco. Un Obama commosso e scioccato per la terribile strage di Newtown, in Connecticut, è stato parimenti cauto, limitandosi a invitare gli americani a collaborare nel promuovere “un’azione significativa per prevenire altre tragedie come questa”. Come dopo la strage di Aurora, in Colorado, da più parti si è chiesto di non “politicizzare” la questione. Una volta ancora, le associazioni e le lobby dei produttori e possessori di armi sono andate oltre, ribadendo il convincimento che sia l’eccesso di regole e barriere alla vendita di armi, e non la loro mancanza, a provocare stragi come queste. Per Larry Pratt, direttore di una di queste associazioni, la Gun Owners of America, “i sostenitori di controlli alla vendita di armi” avrebbero “il sangue dei bambini sulle loro mani”; la responsabilità, ha affermato Pratt, è infatti di quelle leggi statali e federali che impediscono a insegnanti e amministratori di portare armi a scuola e di potersi così difendere da assalti come quello di ieri (lo stato del Michigan ha appena approvato una legge che recepisce queste posizioni e autorizza a portare armi anche nelle scuole). Sul sito della lobby più influente, la famosa National Rifle Association (NRA), campeggia uno studio che dimostrerebbe la correlazione tra l’aumento della vendita di armi da fuoco e la diminuzione del crimine in Virginia.

In realtà, tutti gli studi seri dimostrano il contrario. La semplice comparazione tra le diverse legislazioni statali negli Usa evidenzia come vi sia una correlazione tra facilità nell’acquisto d’armi, diffusione delle stesse e numero di vittime di arma da fuoco. Ed è una cattiva politica, invero una pessima politica, quella incapace di tenere conto di ciò:  di adottare leggi che rendano più difficile e comune l’acquisto di tali armi ed evitare drammi come quello di ieri. Una politica incapace di fare i conti con una delle più incomprensibili peculiarità degli Stati Uniti, dove – a dispetto di una riduzione nell’ultimo ventennio – si hanno l’80% degli omicidi con arma da fuoco nei 23 paesi più ricchi del mondo.

È una cattiva politica, quella degli Stati Uniti sulle armi, perché schiava d’ideologia, ottusità, interessi, opportunismo e pavidità. L’ideologia di chi, nella sua declinazione rozza e radicale della libertà individuale, ritiene un diritto poter tenere un’arma semiautomatica in casa o in ufficio. L’ottusità di chi si ostina a dare una lettura testuale e semi-biblica di un emendamento costituzionale, il secondo, ratificato nel 1791, quando la difesa dei giovani Stati Uniti d’America dipendeva dal mantenimento di un popolo in armi (“essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia”, afferma l’emendamento, “non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi”). Gli interessi sono quelli di lobby influenti, su tutte l’attivissima NRA, e di produttori di armi, pronti a finanziare le campagne elettorali di quei politici, nella gran parte repubblicani, maggiormente ricettivi alle loro istanze e pressioni. E infine gli opportunismi e, anche, la pavidità di chi, come lo stesso Obama e gran parte del partito democratico, non ha avuto nell’ultimo ventennio la forza e il coraggio di contrapporsi a queste lobby, spaventato dalle possibili conseguenze politiche ed elettorali.

Eppure non era, e non è, scontata la vittoria politica di chi si contrappone a politiche di controllo della vendita d’armi. Per quanto possa piacere crederlo, non vi è nulla d’inevitabile e storico in tutto ciò. Solo vent’anni fa i sondaggi Gallup indicavano come il 70% degli americani fosse favorevole all’introduzione di leggi restrittive (oggi si è scesi al 43%). Gli abitanti di stati e municipalità che hanno adottato tali leggi, finendo talora per scontrarsi con la stessa Corte Suprema, spesso le appoggiano. Iniziative bipartisan di sindaci di grandi città, tra i quali si distingue quello di New York Michael Bloomberg, hanno sortito qualche effetto. Le trasformazioni demografiche in atto, e la riduzione di un segmento elettorale – quello maschile e bianco dell’Ovest e del Midwest – dove maggiore è il sostegno alla libera vendita di armi potrebbero mutare questo stato di cose. Più di tutto, però, serve una politica buona, alta e coraggiosa. Quella che invece è mancata e continua a mancare oggi. Non bastano le lacrime, per quanto sincere. C’è bisogno di quella leadership che a Obama, su questo come su altro, troppo spesso è mancata.

Il Messaggero, 16 dicembre 2012

Obama e il Fiscal Cliff

Quando il decisore è debole e titubante, il confronto politico polarizzato e l’opposizione ideologica e ostruzionista, le scelte spesso non vengono compiute e la risoluzione dei problemi risulta semplicemente posticipata o convenientemente affidata a processi automatici e sostanzialmente a-politici. È quanto accaduto più di un anno fa, quando Obama e i repubblicani non trovarono un accordo per ridurre il  debito e mettere ordine nei conti pubblici disastrati, la supercommissione incaricata di elaborare un piano non riuscì nel suo intento e, da accordi precedenti, e si accettò che a inizio 2013 sarebbero scattati automaticamente tagli lineari di spesa, il ritorno alle aliquote dell’era Clinton, la cancellazione dei sussidi di disoccupazione e delle riduzioni sui contributi in busta paga introdotti da Obama.

Laddove scattassero, i tagli permetterebbero un risparmio di circa 500 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2012-13. L’aumento del gettito fiscale e la diminuzione della spesa pubblica, sia quella destinata al welfare sia quella per la difesa, avrebbero effetti immediati e benefici su deficit e debito. Altrettanto immediato, e potenzialmente devastante, sarebbe però l’impatto sulla flebile ripresa economica. Privata di questi stimoli e in balia di una rigida austerity, l’economia statunitense quasi certamente precipiterebbe in una nuova recessione. I dati variano a seconda degli studi, ma vi sono pochi dubbi al riguardo: secondo le autorevoli stime del Congressional Budget Office, la contrazione sarebbe dello 0.5% annuo e il tasso di disoccupazione tornerebbe a superare il 9% (contro l’attuale 7.7%).

È un esito, questo, che tutti vogliono evitare. Né Obama né i repubblicani, che controllano la camera dei Rappresentanti, sono però disposti a fare troppe concessioni alla controparte, uscendo dalla discussione come parte sconfitta. Obama chiede l’aumento delle tasse sui redditi individuali superiori ai 200mila dollari e su quelli familiari superiori ai 250mila dollari, ritornando così al livello di tassazione pre-2001 (il 39.6% contro l’attuale 35%). Ed è disponibile ad alcuni tagli al programma di assistenza medica agli anziani, Medicare, i cui costi sono negli anni andati fuori controllo (oggi Medicare assorbe da solo quasi il 4% del Pil). I repubblicani non vogliono questo aumento della pressione fiscale sui redditi maggiori e chiedono misure più incisive, invero draconiane, di riduzione della spesa pubblica.

Il paese è, al momento, largamente schierato con il Presidente. Lo ha mostrato il voto di novembre. Lo rivelano quotidianamente i sondaggi, che evidenziano un ampio consenso (circa il 75%) sulla necessità di alzare il livello di tassazioni su redditi e ricchezze maggiori e una generale avversione alle proposte repubblicane, in particolare i tagli a Medicare e alle pensioni.

Come già nel biennio 2010-12, il fronte repubblicano si rivela però compatto e unito. Una combinazione di coesione politica e radicalità ideologica, quella repubblicana, che rende difficile il negoziato e incerto il suo esito, a dispetto della chiara vittoria democratica di novembre. Anche perché gli avversari di Obama hanno molte frecce al loro arco e hanno già espresso la loro disponibilità a farne uso, minacciando di non approvare l’estensione dei sussidi di disoccupazione e di bloccare qualsiasi provvedimento di stimolo all’economia varato dall’amministrazione. Soprattutto, e come già nel 2011, i repubblicani sembrano essere pronti a riaprire la battaglia sull’aumento del debito pubblico, che dovrà essere autorizzato dal Congresso a cavallo tra gennaio e febbraio 2013, e che intendono utilizzare come arma di scambio nell’attuale discussione o come rappresaglia per eventuali azioni unilaterali di Obama e dell’amministrazione.

È un’impasse, quella in cui si trovano gli Stati Uniti, che può essere sbloccata solo da un maggior decisionismo di un Presidente finora troppo timido. Un Presidente che dispone oggi di un capitale politico rilevante e che deve dimostrare di avere imparato dagli errori compiuti durante il suo primo mandato.

 

Il Mattino, 9 dicembre 2012