Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2013

Obama e lo stato dell’Unione

Il discorso sullo stato dell’Unione più liberal dai tempi di Lyndon  Johnson, il presidente che a metà degli anni Sessanta promosse un’ambiziosa agenda riformatrice i cui pilastri ancor oggi sopravvivono. Questa è la caratterizzazione che molti commentatori, conservatori e non solo, hanno fatto del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da Obama martedì di fronte al Congresso. Si tratta di un’esagerazione. Di discorsi ambiziosamente liberal, più di quello di Obama, se ne ricordano molti nell’ultimo mezzo secolo (quelli di Clinton del 1998 e 1999 tornano immediatamente alla mente).

L’intervento di Obama è però stato forte e in asse con il suo inaugural di qualche settimana fa. Sa, il presidente, di avere una finestra di opportunità unica. Sa che nei 21 mesi tra oggi e le elezioni di medio termine del 2014 avrà la possibilità di promuovere politiche che qualificheranno la sua presidenza, definiranno il suo lascito e, con esso, il suo posto nella storia del paese. Sa, infine, Obama di poter sfruttare appieno il mandato ottenuto con la rielezione, la popolarità cresciuta e, anche, la disarmante pochezza dei suoi avversari, schiavi di un dogmatismo rigido e ottuso, espresso anche nella risposta al discorso presidenziale del senatore della Florida Marco Rubio, l’astro nascente del partito.

Al contempo, il discorso di Obama, e le reazioni ad esso, ci rivelano ancora una volta quanto egemone si sia fatto negli anni un discorso politico e pubblico centrato su basse tasse, governo minimo e implicita accettazione di forme strutturali di diseguaglianza. E perché si possano caratterizzare come estreme e “quasi socialiste” proposte in realtà modeste e sensate. Prendiamo uno dei temi più rilevanti (e, anche, controversi) discussi ieri dal Presidente: la retribuzione del lavoro.

A sorpresa, Obama ha rispolverato la questione e chiesto di portare il salario minimo dagli attuali 7.25 a 9 dollari l’ora. Nel farlo, è indietreggiato rispetto ai 9.50 dollari proposti durante la campagna elettorale del 2008 (corrispondenti, se indicizzati, a più di 10 dollari odierni). Ed ha accettato, di fatto, che il salario minimo proposto nel 2013 sia del 15% inferiore a quanto non fosse alla fine degli anni Sessanta (al netto dell’inflazione, il salario minimo del 1968 sarebbe oggi di  10.56 dollari). Il tutto in un contesto di crescita rilevante della diseguaglianza e di distribuzione assai sperequata della ricchezza. Secondo le ultime statistiche del governo, infatti, ben il 15% degli americani (circa 46milioni di persone) vive sotto la soglia della povertà (era l’11.3% nel 2000). Tra il 2010 e il 2011, il reddito del 5% di coloro che guadagna di più è cresciuto del 5%, laddove quello del 20% che guadagna di meno è sceso circa dell’1.5%. Tra il 1980 e oggi i redditi dell’1% più ricco, al netto delle tasse, sono cresciuti del 155%, quelli del 60% di redditi mediani sono aumentati appena del 37%. La percentuale della ricchezza nazionale nelle mani del 10% più benestante è cresciuta dal 67 al 74.5% tra il 1989 e il 2013, mentre quella del 50% più povero è scesa nello stesso periodo dal 3 all’1.1%. L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza su un asse tra 0 (massima uguaglianza) e 1 (massima diseguaglianza) ci dà oggi lo 0.45 per gli Usa (era 0.38 alla fine degli anni Sessanta) contro lo 0.27 della Germania o il 0.32 dell’Italia.

Gli esempi sono molteplici e si sprecano. L’indicazione è però chiara, le proposte di Obama in materia di salario minimo – così come altre, aspramente denunciate dalla controparte repubblicana, sul cambiamento climatico e la vendita di armi da fuoco – sono moderate e tali sarebbero state considerate solo un paio di decadi fa. Presentarle come radicali riduce ovviamente la possibilità che esse vengano adottate. Con il discorso di martedì, Obama ha cercato di alzare l’asticella e di sfruttare l’occasione: per promuovere queste riforme ovvero per creare un clima favorevole alla loro adozione, quanto meno a livello statale (lo stato di New York, ad esempio, ha appena approvato una serie di misure fortemente restrittive sulla vendita di armi da fuoco, mentre vari stati hanno negli ultimi anni aumentato il salario minimo). Ora, però, Obama dovrà trasformare le parole, moderate ma nette, in fatti e spendersi in prima persona più di quanto non abbia fatto durante il suo primo mandato.

 

Il Messaggero, 14 febbraio 2013

Super Bowl LXVII

Si svolge stasera la 47a edizione del Super Bowl, la finale del campionato professionistico di football americano. A sfidarsi saranno i Baltimore Ravens e i San Francisco 49ers: la costa dell’Est contro quella dell’Ovest; due stili di gioco diversi; addirittura due fratelli contro, John e Jim Harbaugh, allenatori rispettivamente dei Ravens e dei 49ers.

Ma il Super Bowl è molto, molto di più di un semplice evento sportivo. Dal 1967, anno della sua prima edizione, a oggi si è progressivamente trasformato nella sublimazione di uno sport spettacolo che risponde a logiche commerciali e culturali prima ancora che sportive. È la celebrazione dell’America dei consumi: la rappresentazione, finanche caricaturale, dei suoi tratti e dei suoi eccessi.

Nell’arena scendono gladiatori destinati non di rado a terminare con danni cerebrali permanenti una carriera fatta di scontri violentissimi e traumi conseguenti. Sugli spalti virtuali, tra i 150 e 170 milioni di spettatori getteranno un occhio, talora distratto, a un evento divenuto nel tempo una sorta di festa nazionale. Poco più della metà saranno concentrati sulla dimensione sportiva del Super Bowl. Agli altri del football, dei suoi complessi schemi offensivi e difensivi, interessa poco o nulla. Sono attratti dal rito e dalla sua valenza quasi identitaria per un paese che momenti di raccoglimento nazionale come questo ne offre relativamente pochi. Attendono lo spettacolo dell’intervallo, quando dal palco si esibiscono, strapagate, le star musicali del momento, che negli anni hanno sostituito le marching band universitarie dei primi Super Bowl (quest’anno spetterà a Beyoncé, reduce dalla figuraccia del playback usato all’inaugurazione di Obama; prima di lei vi sono stati i Rolling Stones, Prince, gli U-2, Bruce Springsteen, Paul McCarthy e molti altri). Nel 2012, gli spettatori televisivi dell’esibizione di Madonna a metà partita sono stati addirittura più di quelli che hanno seguito l’incontro.

Soprattutto, gli spettatori del Super Bowl aspettano con curiosità gli spot televisivi, il vero spettacolo nello spettacolo. Spot speciali, creati appositamente per l’occasione e capaci di costare 4 milioni di dollari per trenta secondi di passaggio televisivo. E spot che per alcuni segmenti del pubblico rappresentano la ragione principale per mettersi davanti alla TV. In un’analisi Gallup del 2007, ben il 33% del pubblico del Super Bowl dichiarava di preferire le pubblicità alla partita. Percentuale, questa, che cresceva addirittura al 56% per le donne tra i 18 e i 50 anni.

Il Super Bowl è quindi il picco di un’America che celebra e magnifica l’atto del consumo. La giornata in cui la quantità di cibo divorato è seconda solo al Thanksgiving. L’evento televisivo più seguito in assoluto, capace nel 2010 di battere – in termini di audience – anche l’ultima puntata della leggendaria serie televisiva Mash, che per 28 anni detenne questo record.

Eppure, l’atto conclusivo del campionato di football potrebbe anche simboleggiare un’America destinata gradualmente a scomparire o a ritirarsi entro un recinto più stretto, come accaduto alla boxe, un altro sport nazionale popolarissimo fino a qualche decennio fa. La violenza estrema del football e i danni fisici permanenti che esso causa sono al centro di una accesa controversia pubblica e lo stesso presidente Obama, un grande fan di questo sport, ha ammesso la necessità d’intervenire sulle sue regole per renderlo più accettabile e meno pericoloso. Il numero di praticanti tra i giovani e nelle scuole sta calando vistosamente. La cultura machista e misogina che ha connotato il football per anni è oggi fortemente contestata e i frequenti scandali recenti – nel mondo professionistico e ancor più in quello universitario – ne  hanno fortemente danneggiato l’immagine. Il binomio tra football e consumo – tra violenza e  Cheeseburger supersize – è anch’esso vittima dell’ultima ondata salutista americana. L’America che si mette davanti al televisore stasera è pertanto un’America che vede sé stessa: e che scorgendosi, oggi più che mai, grassa, violenta e ad alto tasso di colesterolo potrebbe decidere sia giunto il momento di cambiare strada.

Il Giornale di Brescia, 3 febbraio 2013