Mario Del Pero

Archivio mensile: aprile 2013

L’attentato di Boston

Sono notizie inevitabilmente frammentarie e incerte quelle che arrivano da Boston. E tutte le possibilità rimangono aperte. Ma le immagini, drammatiche, che giungono dalla capitale del Massachusetts riaprono ferite mai interamente rimarginate. E, con esse, riaccendono paure e memorie ancor vivide. Riportano alla memoria l’11 settembre del 2001, ovviamente. Ma anche l’orribile attentato di Oklahoma City del 1995. Il terrorismo internazionale e quello interno, in altre parole. I mostri con i quali il paese si è dovuto confrontare nell’ultimo ventennio. E per fronteggiare i quali, gli americani hanno accettato significative restrizioni delle libertà civili e un forte potenziamento delle agenzie federali deputate alla campagna antiterroristica.

La verità verrà rapidamente a galla. Se si trattasse di un attentato – e tutto oggi punta in questa direzione – l’America tornerà a interrogarsi. Sulla impossibilità di giungere a forme di sicurezza assoluta che nessuno, men che mai un paese poroso e permeabile come quello statunitense, può in ultimo ottenere. Su come confrontarsi con un terrorismo spesso nichilista, che agisce in assenza di precisi obiettivi politici: che nell’atto terroristico trova un fine in sé, un modo per affermare la propria presenza e generare instabilità e paura. Sui mutamenti, infine,  di una sfida (e di una minaccia) terroristica che secondo le analisi dell’intelligence si è fatta meno globale ed è tornata a spostarsi dentro gli Stati Uniti. Tra pezzi minoritari di comunità mussulmane radicalizzate dall’11 settembre, dalla risposta dell’amministrazione Bush e dagli interventi in Iraq e in Afghanistan. Ovvero tra i variegati gruppi della destra estrema, che denunciano l’intrusiva presenza del governo federale e la presunta deriva “socialista” seguita all’elezione di Obama, rivendicano forme di libertà, su tutte quella di portare armi, che appaiono ora minacciate, e conducono da anni una feroce battaglia contro processi migratori che stanno trasformando gli Stati Uniti, accrescendo il peso demografico e politico delle comunità ispaniche, e di quella messicana in particolar modo.

Si tratta di due discorsi parimenti deliranti e parimenti capaci di far male, molto male, come gli attentati di New York e di Oklahoma City hanno ben evidenziato. E si tratta, soprattutto per il secondo, di forme di attivismo che beneficiano sia dell’imbarbarimento del confronto politico sia del generale rigetto della politica, che alimenta quel populismo di cui anche la destra nativista e razzista americana, come tante altre destre estreme, si nutre. I punti interrogativi rimangono ancora molti e le valutazioni sulle conseguenze politiche di quanto accaduto non possono che essere sospese. Se si trattasse di un attentato, la matrice del medesimo determinerà il suo impatto. Un’azione di matrice islamica indebolirebbe inevitabilmente Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di politica estera e di sicurezza proprio grazie a una ferma, e secondo molti suoi critici eccessiva, azione nei confronti del terrorismo internazionale, mantenendo aperto Guantanamo e utilizzando con spregiudicatezza operazioni clandestine e gli aerei droni per eliminare militanti di Al Qaeda e di altri gruppi terroristici. Se la matrice fosse invece quella interna, e tutta statunitense, il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco. La risposta che si avrà  a questi “se” definirà quindi le conseguenze della tragedia avvenuta questa sera a Boston.

Il Messaggero, 16 aprile 2013

Poco seria, ma alquanto grave

No, non è molto seria l’ennesima crisi apertasi nella penisola coreana. Di certo, però, è grave e potrebbe diventarlo ancora di più. Si tratta infatti di un’area ad altissima tensione, militarizzata come poche altre al mondo e, ora, anche a rischio di escalation nucleare.

Come in passato, la responsabilità per la crisi è primariamente della Corea del Nord. Da quando ha assunto il potere, il giovane e inesperto leader nordcoreano Kim Jong-un ha promosso tre test nucleari e accelerato il programma finalizzato alla costruzione di missili a lunga gittata capaci, in teoria, di colpire gli stessi Stati Uniti. Di fronte alla ferma reazione della comunità internazionale, Kim ha minacciato di lanciare un attacco nucleare contro gli Usa, proclamato lo stato di guerra con la Corea del Sud, deciso di riattivare il reattore di Yongbyon, chiuso dal 2007, e fermato il complesso industriale di Kaesong, progetto pilota di collaborazione tra nord e sud e, nelle intenzioni, premessa per l’attivazione di forme di cooperazione economica nuova tra i due paesi.

Il comportamento di Kim Jong-un può essere spiegato in vari modi. Risponde certamente al bisogno di consolidare la propria leadership, nel contesto di scontri di potere interni difficili da decifrare, ma nei quali le forze armate giocano un ruolo centrale. Esprime una costante della politica nordcoreana, ossia l’inclinazione a testare i nuovi leader del sud, in questo caso Park Geun-hye, la prima donna a essere eletta presidente, insediatasi solo poche settimane fa e considerata particolarmente filo-statunitense. Costituisce una risposta alle sanzioni imposte dall’Onu e al rinnovato isolamento del paese, abbandonato in parte dallo stesso patrono cinese. Infine, e questo è l’aspetto più paradossale, magnificare il deterrente nucleare e minacciarne l’uso risultano funzionali alla promozione delle riforme di cui la Corea del Nord ha disperato bisogno. Le armi nucleari sono assai economiche nel loro massimizzare il rapporto tra capacità distruttiva e costi. Nel caso della Corea del Nord potrebbero anche servire per limitare l’influenza dell’esercito e liberare così risorse dal bilancio della difesa, in un contesto di stabilità e sicurezza assicurati appunto dalla capacità di rappresaglia che il nucleare garantisce.

Corea del Sud e Stati Uniti assistono con un mix di preoccupazione e sconcerto a quello che appare essere a tutti gli effetti un bluff, visto che Pyongyang non dispone delle capacità di colpire gli Usa e sarebbe suicida il sol pensare di farlo. Gli Usa non possono però permettersi di sottovalutare le minacce nordcoreane. Non tanto per i loro velleitari contenuti, ma perché ne va della credibilità dell’impegno statunitense a garantire la sicurezza dei propri alleati e la stabilità regionale. Alzare la soglia dell’allarme, intensificare le esercitazioni congiunte e dispiegare bombardieri B-2 e B-52, oltre agli stealth F-22, serve primariamente a questo: a dare un messaggio ad amici (Corea del Sud e Giappone), nemici (Corea del Nord) e, soprattutto, interlocutori cruciali (Cina). Serve a rassicurare i primi, render chiaro alla seconda quale sia lo squilibrio di forze in campo e, infine, responsabilizzare la terza, sollecitando Pechino a svolgere con maggiore efficacia il suo ruolo di stato-patrono, esercitando un’azione di tutela di Kim Jong-un e dei suoi generali.

È una crisi poco seria, ché la Corea del Nord non può fare quel che minaccia di fare e tutti hanno (o avrebbero) l’interesse a collaborare. Agisce però un meccanismo tipico del “dilemma della sicurezza”: questo condiviso interesse a collaborare non induce a farlo perché prevale il timore che dalla collaborazione tragga un vantaggio maggiore la controparte. Ed è quindi una crisi grave, perché i meccanismi automatici di un teatro di guerra fredda iper-militarizzato come quello coreano sono pronti a scattare in ogni momento e la spirale viziosa dell’escalation è sempre in agguato: per fraintendimento, azzardo, stupidità o semplice errore.

Il Giornale di Brescia, 5 aprile 2013