Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2013

Obama e la Siria

Non solo di economia si discute in questo G-8 nord-irlandese. La crisi siriana è inevitabilmente al centro della scena e, a quanto sappiamo, ha tenuto banco nei colloqui bilaterali di un irritatissimo Putin con Cameron e Obama. Con riluttanza, dopo molti tentennamenti e a dispetto della ferma opposizione di Mosca, Obama ha infine accettato di alzare la soglia dell’impegno statunitense in Siria e di fornire apertamente armi e munizioni (ma non missili terra-aria) alle forze che si oppongono al regime di Assad.  Fino a ora, il Presidente statunitense aveva scelto il basso profilo, dopo aver assistito al fallimento di una soluzione diplomatica resa impossibile dalla rigidità di Assad, dall’appoggio che la Russia continua ad offrire al dittatore siriano e dalla debolezza di una comunità internazionale divisa e distratta da altri problemi.

Vari elementi hanno concorso alla sostanziale passività degli Stati Uniti. Innanzitutto, l’opposizione di una chiara maggioranza dell’opinione pubblica statunitense a una partecipazione americana a qualsivoglia intervento nell’area (nell’ultimo sondaggio Gallup quasi il 70% degli intervistati si dichiarava contrario a un intervento militare, anche una volta esaurite tutte le altre opzioni, mentre appena il 25% lo appoggiava). Su questo pesa il secondo fattore: il retaggio, assai vivo, dell‘Afghanistan, dell’Iraq e della stessa Libia, dove gli esiti appaiono assai incerti e comunque diversi da quelli auspicati due anni orsono. Infine, hanno inciso (e incidono) sia la consapevolezza della tenuta di Assad e delle sue forze armate sia la fatica a districarsi nell’ingarbugliata matassa dei gruppi d’opposizione, e il conseguente timore di favorire inavvertitamente quelli vicini all’Islam radicale e jihadista.

Cosa è quindi cambiato, oggi, per indurre a un primo cambiamento di rotta, per quanto timido e non certo risolutivo?

Di nuovo, è dal piano politico interno che si deve partire. Negli Usa le pressioni su Obama si sono fatte vieppiù intense. Sia da parte repubblicana, dove si denuncia un’inazione inaccettabile tanto moralmente quanto strategicamente. Sia da parte democratica, con molti falchi liberal, a partire dalla stessa Hillary Clinton, inclini a presentare la questione siriana come una catastrofe umanitaria – a maggior ragione dopo le denunce sull’uso di armi chimiche da parte delle forze di Assad – che imporrebbe e giustificherebbe il ricorso alla forza così come lo imposero, in ultimo, le guerre balcaniche degli anni Novanta. Si tratta di posizioni più dell’establishment che della base e dell’elettorato democratici, ma che sono ben rappresentate anche all’interno dell’amministrazione, in figure come Susan Rice e Samantha Power, fresche di nomina rispettivamente come Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Ambasciatrice alle Nazioni Unite.

In secondo luogo, alla Casa Bianca si è ormai convinti che la guerra civile siriana sia entrata davvero in una fase decisiva. E che un intervento ora garantisca maggiori possibilità di condizionare il futuro del paese e di evitare che ad approfittarne siano attori locali (Hezbollah), regionali (l’Iran) e, ancor più, internazionali (la Russia), che nel conflitto hanno sinora svolto un ruolo ben più attivo.

E questo ci porta alla terza e ultima ragione di questa parziale svolta obamiana: il convincimento che in gioco sia ora la credibilità stessa degli Stati Uniti e della loro leadership. Con una certa miopia, Obama aveva fissato una linea, quella dell’uso di armi non convenzionali, oltre la quale la tolleranza degli Stati Uniti sarebbe terminata. Ma la questione è più ampia di una dichiarazione improvvida e facilmente strumentalizzabile.  Rimanda all’esercizio della leadership, appunto, che il soggetto egemone del sistema internazionale deve poter dimostrare pena una riduzione della medesima egemonia. In Siria gli Stati Uniti ritengono di non poter accettare un esito sfavorevole anche per i riverberi simbolici globali che ne conseguirebbero. Non può, Obama, però nemmeno promuovere un intervento deciso e risolutivo: per la complessità della situazione sul campo e perché il paese non è disposto ad appoggiarla. Con cautela, quindi, si alza la soglia dell’intervento e si rischia una seria crisi diplomatica con la Russia. Anche se la storia mostra bene come un’escalation, una volta avviata, è difficile tanto da invertire quanto da controllare e può in ultimo danneggiare proprio quella credibilità che s’intende preservare.

Il Messaggero, 18 giugno 2013

Spionaggio e tentazioni presidenziali

Molti dettagli sono ancora coperti da segreto e tali rimarranno a lungo. L’ultima controversia sull’attività di spionaggio promossa dalle agenzie federali statunitensi – in questo caso la National Security Agency (NSA), responsabile per le comunicazioni e la crittoanalisi – sorprende però fino a un certo punto. Stando alle rivelazioni giornalistiche del “Guardian” e del “Washington Post”, la NSA avrebbe richiesto e ottenuto tabulati delle  telefonate degli utenti dalla compagnia Verizon e, attraverso il programma Prism, avuto accesso ai server di alcuni giganti internet, monitorandone quindi l’attività. In altre parole, milioni di persone, dentro e fuori gli Stati Uniti, sarebbero stati in qualche modo spiati. Nel farlo, l’amministrazione Obama non avrebbe violato la legge, ma solo utilizzato le possibilità offerte dal Patriot Act, la legge approvata dopo l’11 settembre che tra le altre cose amplia i poteri e la discrezionalità del governo statunitense nelle sue attività d’intelligence e di lotta al terrorismo.

Soprattutto durante la campagna elettorale del 2008, Obama aveva promesso di porre un freno a quelli che all’epoca denunciò come gli eccessi e gli abusi di un potere federale che, in nome dell’emergenza sicurezza, si asseriva violasse alcune fondamentali libertà. Una volta alla Casa Bianca, queste promesse, così come quelle di modificare radicalmente pratiche e principi della campagna globale contro il terrorismo, sono state in larga parte disattese. L’amministrazione Obama ha fatto anzi ampio uso delle leggi esistenti, inclusa quella sullo spionaggio risalente alla Prima Guerra Mondiale, per prevenire fughe di notizie, raccogliere informazioni riservate e perseguire chi attenta al segreto di stato.

Come si giustifica questo scarto tra promesse e comportamenti? Come si spiegano i molti elementi di continuità tra il dotto e liberal Obama, professore di diritto costituzionale e quel George Bush che non aveva problemi a estendere prerogative presidenziali ben oltre il dettame della costituzione e delle leggi introdotte negli anni Settanta per prevenire abusi di potere da parte dell’Esecutivo?

Tre risposte possono essere offerte.

La prima si lega al clima politico dell’ultimo decennio e alle posizioni dell’opinione pubblica statunitense. Per una maggioranza della quale la natura non-convenzionale e assoluta della sfida terroristica impone l’adozione di mezzi estremi e, se necessario, la limitazione di alcune libertà individuali. Nel rapporto sempre complesso tra democrazia e sicurezza, si è in altre parole disposti a sacrificare un po’ della prima per ottenere la seconda. George Bush terminò il suo secondo mandato con livelli d’impopolarità senza precedenti; una maggioranza degli americani dava un giudizio assai severo su quasi tutte le sue iniziative politiche. Con un’eccezione, però: la sua campagna globale contro il terrorismo, di cui si giustificavano i metodi e apprezzavano i risultati.

La seconda spiegazione è in qualche modo “istituzionale” e riflette quella che può essere descritta come l’irresistibile tentazione presidenziale di sfruttare precedenti e pratiche consolidate. Perché in fondo i privilegi sono facili da criticare quando si trovano in mano altrui, meno quando sono a propria disposizione.

E questo ci porta al terzo e ultimo elemento: Obama stesso. Che ha sicuramente fatto i suoi calcoli politici, e sa che per un democratico è meglio essere accusato di non avere a cuore le libertà e la tutela della privacy che di essere debole in materia di sicurezza. Ma che è mosso anche da una certa presunzione: dalla convinzione, cioè, che la nobiltà dei fini e la sensibilità di chi ne fa uso autorizzino e legittimino l’adozione di determinati mezzi.

Si tratta di un modo di operare, e di ragionare, che ha molti precedenti nella storia americana. Proprio questa storia ce ne mostra però tutta la pericolosità. Perché si opera sulla base d’impliciti ma evidenti standard duali e tutti politici, in virtù dei quali determinate pratiche sono giustificate o meno a seconda di chi le utilizza. E perché consolida consuetudini e prerogative che alterano gli equilibri tra i diversi poteri e rischiano di legittimare forti abusi, presenti e futuri.

Il Giornale di Brescia, 10 giugno 2013

Interdipendenze e competizioni

È difficile sottostimare l’importanza e la valenza simbolica del summit californiano di questa settimana tra Barack Obama e il nuovo presidente cinese Xi Jinping.

Quella tra Cina e Stati Uniti è infatti la relazione centrale del sistema internazionale odierno. È sull’asse Pechino-Washington che corrono le interdipendenze più significative, profonde e per molti aspetti contraddittorie del mondo contemporaneo. Lo si vede bene negli strettissimi rapporti commerciali, che fanno della Cina il secondo partner degli Usa, dopo il Canada, e il primo esportatore verso un mercato, quello americano, che ha avuto e continua ad avere un ruolo cruciale nel boom economico cinese. Ma lo si vede anche nella questione del debito statunitense, finanziato in parte da investitori non-americani, interessati a sussidiare la capacità di consumo, a debito, degli Stati Uniti: quella bulimia del mercato statunitense che ha costituito il principale volano della crescita mondiale nell’ultimo trentennio. Non è un caso che questi investitori siano capeggiati dalla Cina, che nel corso degli anni Novanta ha rimpiazzato il Giappone come principale acquirente di titoli del Tesoro americani e che oggi, nonostante lo sforzo di diversificare maggiormente le sue riserve, siede su una quantità sterminata di dollari, stimata in quasi 2mila miliardi. L’interdipendenza sino-statunitense la si vede infine anche nell’attività imprenditoriale e nei processi di delocalizzazione e riorganizzazione della catena produttiva, dove le fabbriche cinesi svolgono oggi un ruolo centrale, in particolare in alcuni settori strategici fondamentali, a partire dall’informatica.

È, quello tra Cina e Stati Uniti, un legame strettissimo e ineludibile. Ma è anche un legame fondato su contraddizioni profonde, capaci di alimentare tensioni potenzialmente incontrollabili. Gli squilibri commerciali, e il forte deficit degli Stati Uniti (per i quali il rapporto import-export con la Cina è di circa quattro a uno), imporrebbero una alterazione radicale del tasso di cambio e un rafforzamento ben maggiore della valuta cinese, il renminbi, sul dollaro. Ciò però nuocerebbe alla competitività di un’economia fondata sulle esportazioni e determinerebbe una consistente riduzione del valore delle riserve cinesi. Sulle relazioni commerciali incidono inoltre le frequenti accuse che gli Usa muovono alla Cina di praticare spionaggio industriale, di non rispettare patenti e licenze e, più in generale, di violare reiteratamente le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, chiamata oggi a confrontarsi con numerosi contenziosi tra i due paesi. Infine, un’azione coordinata di sostegno alla crescita globale imporrebbe una correzione di queste macroscopiche storture, e un impegno cinese a surrogare con i propri consumi interni la riduzione di quelli statunitensi ed europei (secondo gli ultimi dati di cui disponiamo, il livello di risparmi rispetto al reddito sfiora il 40% per le famiglie cinesi, laddove non supera il 3/4% per quelle americane).

Queste contraddizioni rischiano di essere esacerbate dai nazionalismi sempre vivi dei due paesi. Dall’incapacità di parte dell’opinione pubblica e del mondo politico statunitensi ad accettare una riduzione dell’influenza americana nel mondo, integrando il gigante cinese nell’ordine internazionale corrente. E dalla propensione di alcuni settori cinesi a sfidare con modalità radicali l’egemonia americana, in particolare in Estremo Oriente, come si è ben visto in occasione delle recenti dispute con il Giappone su alcune insignificanti isole nel Mare Cinese Orientale. L’interesse spinge alla collaborazione; la necessità impone la correzione di alcuni insostenibili squilibri; la passione e gli opportunismi politici fomentano tensione e competizione. Queste pressioni contrastanti qualificano la relazione più importante del sistema internazionale e obbligano le due parti, e chi le guida, a gestire con attenzione e responsabilità estreme un rapporto delicato e straordinariamente complesso

Il Giornale di Brescia, 5 giugno 2013